Distanti appena poche ore di volo

Eravamo anche diversi dalla gente di sinistra del cosiddetto Occidente, poiché loro custodivano un mito, mentre il nostro corpo vivo veniva sezionato dai mesi e dagli anni vissuti in quella leggenda. La loro fede era protetta dall’ignoranza della geografia e della storia di pesi distanti appena poche ore di volo, e ritenevano — incorreggibili Bouvard e Pécuchet di Flaubert — che leggendo un’enciclopedia sarebbero stati sufficientemente informati sulle complicate vicende delle comunità umane. Formati dal secolo dell’individualismo borghese, improvvisamente si battevano il petto dandosi alla cosa pubblica.

Czesław Miłosz, La mia Europa.

(09/02/26)

L’assalto alla natura

L’impulso distruttivo nei confronti della natura nel suo insieme ha troppo spesso cause psicologiche, che vanno al di là dell’avidità di risorse materiali o del bisogno di manipolare l’ambiente. Troppo spesso l’assalto alla natura e alle sue specie è condotto con un’ira e un senso di vendetta deliberati, come se si proiettassero al livello della natura le angosce insopportabili della finitudine che tengono l’umanità ostaggio della morte. Vi è una sorta di furore infantile che ha bisogno di creare vittime al di fuori per esorcizzare il pathos dell’essere vittime all’interno.

Robert Pogue Harrison, Foreste. L’ombra della civiltà.

(03/02/26)

Master of Puppets, quaranta anni dopo

Master of Puppets

Master of Puppets, terzo album dei Metallica e conclamato capolavoro, fu pubblicato quarant’anni fa — per l’esattezza il 3 marzo 1986. Ma come si suol dire non è invecchiato affatto e rimane uno dei più grandi dischi della storia della musica, ben al di là del genere. Il merito principale sta nella capacità dei Metallica di unire, in ogni canzone di Master of Puppets, la devastante energia scatenata nei primi due lavori a un robusto controllo e una scrittura complessa e raffinata, senza tuttavia indulgere negli eccessi di … And Justice for All, dove l’immediatezza è sacrificata a un desiderio di “fare musica complessa” che resta un po’ fine a se stesso (fatti salvi brani fenomenali come Blackened e One).

Merito anche della produzione: in Master Flemming Rasmussen fa un altro passo avanti rispetto al pur notevole Ride the Lightning, pulendo e saturando ancor più le distorsioni, per erigere un paesaggio timbrico di impressionante compattezza. La voce di Hetfield, infine, è più calda e matura, in pieno accordo con testi che affrontano temi concreti e non si limitano a sputare rabbia: dipendenza, guerra, alienazione religiosa, follia. Tutto ciò conferisce all’intero album una serietà radicale, priva del balsamo che danno satira o sberleffo: Master of Puppets è, anche, la descrizione del mondo come un immenso cimitero delle aspirazioni, dominato appunto da un burattinaio. Tuttavia nel raccontare tale sfacelo il gruppo compie anche un esercizio di critica, apre un margine di libertà e ribellione possibili: “No more can they keep us in / Listen, damn it, we will win”, per citare Welcome Home (Sanitarium).

Ma ripeto: la forza del disco sta nell’adesione ancora totale alla loudness, all’assenza di compromessi sonori e ad altri elementi tipici del thrash metal. È musica altamente raffinata ma è musica su cui si può e si deve pogare. Battery chiarisce subito i termini del discorso: dopo una pensosa introduzione di chitarre classiche — tutt’altro timbro rispetto all’arpeggio in acustica di Fade to Black, e tutt’altra atmosfera — il riff viene grandiosamente ripreso in forma distorta, per poi scatenare la furiosa ritmica delle strofe. La title-track, Master of Puppets, ha una struttura caratterizzata da grande varietà ritmica e melodica: il riff della strofa alterna tre battute in 4/4 e una in 5/8 (o in 21/32), il pre-chorus emerge con un respiro maestoso, per non parlare del commovente interludio strumentale — con quell’arpeggio sullo sfondo di alcuni delicati swelling, che sfida ancora una volta i limiti del genere. Nella medesima direzione va l’ombrosa Welcome Home (Sanitarium), da ragazzo — e forse anche oggi — la mia preferita; ma il trionfo artistico della band, e del bassista Cliff Burton in particolare, è la suite strumentale Orion: basti la parte centrale, dove lo spirito di una giga barocca in 6/8 pervade tutto l’andamento solenne del pezzo, fino alla nuova eruzione di aggressività in 4/4. L’ispirazione di Orion trabocca idealmente nell’intro di Damage INC. — uno swelling di basso fondato nientemeno che sopra il corale di Bach Komm, süßer Tod, komm selge Ruh — prima della selvaggia e liberatoria pulizia finale del brano, uno dei più violenti mai scritti dai Metallica. Ma anche le altre canzoni che non ho citato, in primo luogo Leper Messiah, sono varie spanne sopra la media.

Se proprio devo trovare una pecca la vedo negli assoli di Hammett, uno dei solisti più sopravvalutati dell’heavy metal: i ricami di Hetfield al confronto sono di tutt’altra caratura. Forse il solo meno scontato, per l’uso della leva e il tempo fangoso, è quello di The Thing that should not be. Minuzie: che non inficiano un’opera che ha superato i quarant’anni e a differenza di tanta altra paccottiglia del decennio ’80 ci parla ancora con gravità e urgenza.

(30/01/26)

Nel libro d’oro della morte

Per accomiatarci, caro signor Pankok, mi permette di raccontarle ancora una storia? Quando il mio lavoro Musica in casa ebbe la primissima rappresentazione a L., il sindaco mi invitò a registrare il mio nome nel libro d’oro della città. La cerimonia in municipio: i rappresentanti della stampa, l’intendente, il direttore artistico, fotografi, il sindaco. Scrissi il mio nome e, nello sfogliare alcune pagine a ritroso, incappai in due altri nomi, che mi indussero a chiudere il libro d’oro della città di L.
Musica in casa trattava della sorte di una famiglia ebreo-tedesca quasi totalmente assimilata, la quale festeggiava il genetliaco del Kaiser e prendeva in considerazione l’idea di fare battezzare i propri figli — la tragicommedia di un’illusione che terminò a Auschwitz e alla quale io ero sopravvissuto. Mi creda, non provai alcuna soddisfazione nel leggere il nome di quei due, Adolf Hitler e Heinrich Himmler, i quali un tempo avevano fatto tremare un mondo, solo la sensazione dell’assurdità della storia alla quale io ero voluto sfuggire e che, ora, una generazione più tardi, mi raggiungeva nel libro d’oro della città di L. Era come se lui, del quale ero quasi caduto vittima, mi ricevesse sfregandosi le mani e dicendo: “Che saresti senza di me? Ti ho preso tutto, ti ho cacciato per mezzo mondo, ti ho detto perfino cosa dovessi scrivere, ho dominato il tuo pensiero e i tuoi sentimenti fino all’ultimo respiro. Credevi di essermi sopravvissuto, io, però, non ho scordato nessuno di voi, non un singolo. Ora siamo entrambi uniti per sempre nel libro d’oro della morte”.

Hans Sahl, L’esilio nell’esilio.

Quello che il presente tace

La letteratura non è cosa del presente. La letteratura non guarda al presente. Per meglio dire, la letteratura non guarda al presente con l’occhio del presente. La letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace. […] Il dittatore è l’uomo del presente. Il dittatore è l’uomo del momento. Nessuno quanto il dittatore è legato all’attimo fuggente. Da qui la diffidenza — dei dittatori — per i letterati, per coloro che ignorano il presente e guardano di là dal presente.
[…]
Io che godo di questa felicità, vorrei che tutti gli uomini ne godessero egualmente; vorrei staccarli dal presente, allontanarli dal presente — liberarli. Perché la libertà è anche questo: allargare tanto intorno a sé la circonferenza di vita, che le necessità materiali si sperdano e scompaiano. Il presente è un cattivo consigliere.

Alberto Savinio, Sorte dell’Europa.

(22/01/26)