Oltre Khashkusha


Un bellissimo lavoro collettivo: ventiquattro adolescenti di tredici diversi paesi e quattro maestri della Scuola Frisoun. Qui alcune informazioni e un’intervista alla “guida”, l’artista Ahmed Ben Nessib.

(08/10/26)

Anna Politkovskaja, vent’anni dopo

Dopo l’omicidio, sul muro del condominio di via Lesnaya fu apposta una targa commemorativa. All’inizio di quest’anno, però, la targa è stata divelta. Alcuni attivisti l’hanno rimessa, ed è stata staccata di nuovo. Poi di nuovo e di nuovo. In tutto, la targa di commemorazione di Politkovskaja è stata staccata e rimessa almeno trenta volte.

Dall’articolo del Post, che prosegue:

In occasione del ventesimo anniversario dell’uccisione alcune persone hanno provato a organizzare una piccolissima commemorazione non autorizzata in via Lesnaya, a cui ha partecipato anche Nikolay Rybakov, il leader del partito liberale Yabloko bandito alle ultime elezioni. Alla manifestazione ha partecipato una manciata di persone, che ha lasciato qualche fiore sotto la targa.

Sul posto erano presenti alcuni poliziotti, venuti lì apposta: hanno fermato alcune persone e fatto capire a tutti che bisognava disperdersi molto rapidamente.

Per quel che vale e conta (nulla): profondo rispetto, profonda solidarietà per chi ogni volta ha rimesso testardamente la targa di Politkovskaja; e per chi ha partecipato alla manifestazione, lasciato un fiore.

(Vedi anche l’intervista di Giulia de Florio al figlio della giornalista, Ilya Politkovskij; l’onesto ricordo con autocritica di Paolo Bergamaschi; l’articolo di Simone Matteis).

(07/10/26)

Cette fois

À la notion que l’exigence de décolonisation elle-même est encore le fait d’une Europe ventriloque et qui dicte même le discours qui la confronte, on opposera simplement l’irréductibilité du pluriel des voix qui doivent être présentes pour universaliser. Faisant écho aux propos d’Alioune Diop, Léopold Sédar Senghor a appelé à «l’élaboration d’un nouvel humanisme qui comprendra, cette fois, la totalité des hommes sur la totalité de notre planète Terre».
Tout est dans ces deux mots: «cette fois».

Souleymane Bachir Diagne, Universaliser.

(05/10/26)

La gente comune

Avevo capito subito che, come sempre, le conseguenze sarebbero cadute sulle spalle della gente comune, di chi non aveva privilegi. Soprattutto le persone più povere che vivono in campagna o nei paesi: contadini, autisti di autobus, operai, guardie private, gente così. L’Ucraina profonda di cui ho sempre scritto. Rispetto a loro, la gente come me o come il figlio del contadino richiamato ha la fortuna di poter sparire, di poter “aspettare il proprio turno” a oltranza. A noi non ci trovano, a meno che non ci arruoliamo da volontari. Possiamo benissimo restarcene a “combattere sul fronte delle notizie”, “sul fronte dell’economia”, in tutti quei settori dove “c’è più bisogno di noi” e dove il nostro lavoro “ha più valore” (le solite frasi standard). Sì, avrei potuto benissimo continuare a scrivere, soprattutto post e articoli, come facevo prima dell’invasione delle Tenebre.
Ma la vita, come al solito, ce la rimette la gente comune.

Artem Chapeye, La gente normale non va in giro armata.

(10/09/26)