Il 3 ottobre c’è la festa dei quarant’anni di elèuthera presso Scomodo, in via J. Jaurès 22 a Milano: incontri, conversazioni, libri, mostre, musica, insomma “fare comunità”.
(23/09/26)
Il 3 ottobre c’è la festa dei quarant’anni di elèuthera presso Scomodo, in via J. Jaurès 22 a Milano: incontri, conversazioni, libri, mostre, musica, insomma “fare comunità”.
(23/09/26)
Avevo capito subito che, come sempre, le conseguenze sarebbero cadute sulle spalle della gente comune, di chi non aveva privilegi. Soprattutto le persone più povere che vivono in campagna o nei paesi: contadini, autisti di autobus, operai, guardie private, gente così. L’Ucraina profonda di cui ho sempre scritto. Rispetto a loro, la gente come me o come il figlio del contadino richiamato ha la fortuna di poter sparire, di poter “aspettare il proprio turno” a oltranza. A noi non ci trovano, a meno che non ci arruoliamo da volontari. Possiamo benissimo restarcene a “combattere sul fronte delle notizie”, “sul fronte dell’economia”, in tutti quei settori dove “c’è più bisogno di noi” e dove il nostro lavoro “ha più valore” (le solite frasi standard). Sì, avrei potuto benissimo continuare a scrivere, soprattutto post e articoli, come facevo prima dell’invasione delle Tenebre.
Ma la vita, come al solito, ce la rimette la gente comune.
Artem Chapeye, La gente normale non va in giro armata.
(10/09/26)
Fare i conti con il passato non significa tornare alla guerra. È un modo per porvi fine definitivamente. Ammettere un crimine non significa tradire il proprio popolo. Significa rifiutare di lasciare in eredità ai nostri figli il crimine e di considerare l’odio come un obbligo.
Ratko Mladić è morto in carcere. La sentenza rimane. Le vittime, le loro famiglie e le tombe rimangono. Ma restiamo anche noi, i vivi. C’è qualcun altro pronto a dire che il crimine è crimine? C’è qualcuno disposto a parlarne sui media?
C’è qualcuno disposto ad ascoltare?
Credo di sì. Perché affrontare il passato non significa rimanervi intrappolati. È l’unico modo per uscirne definitivamente e scegliere la vita.
Così scriveva una decina di giorni fa Aleksandar Trifunović; l’intero articolo è qui. Mai avrei pensato di assistere a scene del genere, trentun anni dopo Srebrenica, eppure a questo siamo.
(07/09/26)
Una candela si stava consumando sul quadrato di marmo rosso del pavimento della chiesa e i suoi ultimi bagliori si spegnevano in ampi cerchi di luce e buio nella profondità dello spazio, come i bagliori di una fiaccola spenta, mescolandosi con i riflessi d’oro sui pulpiti e con l’eco dei sandali dei monaci sul marmo del tempio vuoto in una armonia sepolcrale intima e straordinaria. Filip ebbe la sensazione di essere entrato nello spazio verde chiaro di un quadro a olio ancora fresco, e in quella chiesa vuota sentì il bisogno di sollevare entrambe le braccia per l’eccitazione, esaltato e inquieto per la ricchezza della nuova tavolozza che si era spalancata davanti a lui come un prezioso cofanetto ferrato.
Miroslav Krleža, Il ritorno di Filip Latinovicz.
(03/09/26)
Sulla piccioletta barca c’è un mio saggio in inglese attorno alla possibilità stessa di una narrazione non-antropocentrica.
(01/09/26)