Fargliela vedere

Gli obiettivi di lungo termine (l’interesse nazionale o l’affermazione di un’ideologia) all’atto pratico lasciano quasi sempre il posto all’irresistibile catessi dell’azione “forte”. Si persegue poi ostinatamente in questa scelta politica per mantenere l’illusione di uno scopo, sotto le mentite spoglie della conservazione di legge e ordine. È inutile far notare all’uomo “forte”, come al ladro recidivo, che “il delitto non paga”: il vero motivo di un certo comportamento è l’azione in sé, non la politica o l’oggetto rubato. Deve “fargliela vedere”, e non importa se così facendo ne trarrà o no un vantaggio.

Alex Comfort, Potere e delinquenza.

(16/01/26)

Renato Serra, Stig Dagerman

Sull’ultimo numero di Paragone Letteratura c’è un mio saggio su Renato Serra e Stig Dagerman dove metto in comparazione, o per così dire faccio suonare insieme, i “testamenti europei” lasciati da questi grandi scrittori (l’Esame di coscienzaIl nostro bisogno di consolazione rispettivamente).

(12/01/26)

Lewis, Brahms


Fra i vari ascolti dell’anno appena passato torno spesso su queste interpretazioni del tardo Brahms. Sono brani notissimi, incisi decine di volte: e basti pensare alle letture ormai classiche come quelle di Kempff, Lupu, Hough o Gilels. In mezzo a tanta grazia Lewis non sfigura affatto, trovando anzi un equilibrio ammirevole fra intimismo e agilità, riuscendo a esprimere perfettamente, almeno a mio avviso, il carattere elegiaco di questi capolavori senza mai scadere nel patetico.

(08/01/26)

Dove s’addensano i segni

Dove s’addensano i segni
più mi dirado per lasciarli soli
a comporre un senso, una loro
vicenda carovaniera, stele o menhir
e pietrame infine placato
dal suo collasso di magma. Fede
che non professo, mi basti l’apparizione
di un pettirosso, ciliegina o cuore
sorto senza spiegare perché
dal ghiaccio di gennaio alla finestra.

Federico Hindermann, Sempre altrove. Poesie scelte, 1971-2012.

(04/01/26)

Un paese per mitomani

Tema di lavoro, sulla base di quanto scrivevo lo scorso ottobre: l’inveterata passione degli italiani per i mitomani, la fortuna che hanno sempre avuto i capetti, i custodi della verità, i retori che agitano il pugno in aria. Da cui il piacere per l’oscurità spacciata per profondità, la confusione fra teoria e letteratura, il sospetto verso le argomentazioni razionali e verso l’impegno a emanciparsi davvero (in primo luogo da formulette e abracadabra); da cui, ancora, il diffuso servilismo verso il più forte e l’altrettanto diffuso disprezzo verso il più debole. Soprattutto se il debole è escluso dall’ideologia cui si aderisce.

È un tema di lavoro e occorre appunto studiare, ma non mi stupirebbe che al fondo pulsi l’immarcescibile radice cattolica — non in senso religioso ma sociologico. D’altronde non è un caso se nel Novecento italiano trionfarono due chiese politiche simmetriche — Dc e Pci, con in più il tentativo di “convergere storicamente” — e scarsa fortuna ebbero i libertari: la fedeltà a un’ideologia ha sempre contato più dell’autonomia di pensiero. L’esempio di Silone vale per tutti, ed è facile immaginare come lo tratterebbero gli zeloti d’oggi.

Insomma: l’assenza di una vera rivoluzione liberale, nel senso strettamente gobettiano del termine, è ancora un problema irrisolto: da cui il fascino puerile, a destra come a sinistra, per tutto ciò che è illiberale a priori. (Parlando di Einaudi e Salvemini nel suo Profilo ideologico del ‘900, Bobbio scrive che “restarono per tutta la vita politicamente, se non intellettualmente, degli isolati. Rappresentarono col loro empirismo, con la loro passione per i ragionamenti ben fatti, e appoggiati sui dati, con la loro mania di parlar per cifre e tariffe, di prender le mosse da un fatterello piuttosto che da una citazione, una corrente di pensiero che non ha mai messo radici nel nostro paese e che appena tenta di uscire allo scoperto viene subito azzannata dalle tigri e dai loro amici”. Aggiungo di passaggio, a proposito di minoranze dimenticate, che nel Profilo non c’è traccia di anarchici: non Malatesta, non Fabbri, non Berneri; compare di sfuggita Merlino ma arruolato fra i “positivisti socialisteggianti”).

Ora, tale riluttanza a pensare con indipendenza autentica genera, fra le altre, due conseguenze che sfociano in una comune pigrizia morale. La prima: un’empatia selettiva per cui la giustificazione atout della “complessità” — parola importantissima ma assai abusata — è valida per certi gruppi soltanto. La seconda: l’impermeabilità a ogni critica del mitomane preferito, che sarà sempre pronto a dirsi vittima del sistema o della censura — anche quando occupa cattedre e palchi.

(03/01/25)