Quaderno d’aprile 13

Altra giornata piena. Mi appunto al volo, come monito, qualche verso di Dolci che cade a fagiolo:

e aspetta, umilmente
lasciandoti riflettere dal fondo
le venture di tutti nella tua,
lascia che il vuoto provvisorio si empia
senza la frenesia di trovare
a ogni minuto un risultato pieno —,

e poi se riconosci di valore
il nuovo che hai scoperto, non mollarlo
finché non l’hai compiuto.

(13/04/26)

Quaderno d’aprile 12

Domenica tranquilla. Ho finito “Micromega” e iniziato Il Sessantotto sequestrato a cura di Guido Crainz, che avevo sul comodino da un po’. Stasera ho unità di strada con MIA; speriamo che nel mentre giungano buone notizie dall’Ungheria.

(12/04/26)

Quaderno d’aprile 11

Ieri sera a Como è stato bello parlare del Giunco mormorante di Nina Berberova, uno dei miei romanzi del cuore; e altrettanto bello illustrare alla scacchiera l’ultima partita di Tal’ parlando del Mago di Riga. Le ragazze della Ubik di piazza san Fedele sono sempre una sicurezza. Sul treno di ritorno ho letto qualche pagina del nuovo Énard e, come mi ero ripromesso, metà del nuovo “Micromega”: numero particolarmente interessante perché discute temi che mi ossessionano da tempo — soprattutto il campismo della sinistra e il doppio standard morale a Gaza e in Ucraina. Mi sono segnato, fra i molti spunti, un brano di Siyavash Shahabi sull’Iran (“Gli attivisti occidentali pretendono vittorie per sé stessi, ma spesso chiedono la resistenza degli altri. Il martirio viene romanticizzato laddove risulta scomodo riconoscere la natura organizzata di queste lotte”) e una frase di Oleksandr Kyselov (“La questione non è quale impero giustificare, ma come costruire un potere affinché non si sia costretti a scegliere un padrone. Questo richiede di andare oltre le dichiarazioni morali e di pensare strategicamente alla capacità di agire”).

Oggi moglie e figlia sono dai suoceri; sveglia presto, undici chilometri di corsa, mercato, panificio, cucina e pulizie di casa. In biblioteca ho ritirato un po’ di testi fra cui Poema umano di Dolci, Difendersi senza aggredire di Patfoort e Vita e morte nei campi di sterminio di Sarcinelli. Nel pomeriggio un salto da Alaska in bici approfittando della bella giornata, e a proposito: è uscito l’Atlante italiano dei morti e feriti gravi in bicicletta. L’ho scorso con rabbia e amarezza tenendo di fianco le proposte di Città delle persone (se siete di Milano potete firmare e contribuire al loro impegno).

Ascolti della giornata: In ‘n Out di Joe Henderson, album eccezionale a partire dalla formazione (Kenny Dorham, McCoy Tyner, Richard Davis, Elvin Jones); Cookin’ at the Plugged Nickel del secondo quintetto di Miles Davis (e qui c’è davvero poco da dire); Vulgar Display of Power dei Pantera (in montagna ho visto un tizio con la maglietta dei Pantera e mi è tornata subito la voglia: capolavoro intramontabile); Red Medicine dei Fugazi (forse il mio preferito della loro discografia).

Verso sera incappo in un bel pezzo di Sofia Fabiani: “A questo punto ho abbastanza elementi per rispondere alla domanda: perché una ragazza di 29 anni vuole tornare in carcere?”.

(11/04/26)

Quaderno d’aprile 10

Mi pare che molti attivisti e intellettuali sopravvalutino, anche in ottima fede, il potere della parola scritta; probabilmente sulla base del suo pregresso credito, prima che la scrittura pubblica divenisse un’attività automatica. Si passa dunque gran parte del tempo a polemizzare, e pubblicare, e intervenire, pensando che ciò basti. Non basta affatto, anzi contiene almeno due grandi rischi: da un lato l’auto-indulgenza, il ritenersi per così dire salvi e moralmente superiori, e dall’altro l’automatismo a produrre opinioni fermissime su troppe cose, spesso senza vero approfondimento e in contesti di dialogo uniformi quanto a idee e classe sociale (dunque non molto dialogici). Così a lungo andare la fastidiosa complessità del reale — ben diversa dalla “complessità” invocata a ogni piè sospinto nell’estasi dell’ideologia — viene rimossa.

Se dovessi consigliare qualcosa a un giovane intellettuale oggi, specie in Italia, sarebbe dunque di studiare molto e intervenire poco, per impegnarsi invece in un’attività concreta sul territorio — come altri fanno, e assai bene. “Troverai più nei boschi che nei libri”, diceva Bernardo di Chiaravalle: diciamo che si possono trovare molte cose sia nei libri sia nei boschi, e per estendere l’immagine anche dandosi da fare con i singoli esseri umani.

Pare un’ovvietà assoluta, lo so, ma è frutto di un errore che io stesso ho coltivato a lungo. Dire continuamente la propria o ribadire accordi e disaccordi è la cosa più conformista che ci sia; verificare le proprie facoltà di cambiamento — essere l’unico a tendere la mano altrove quando tutti chinano la testa per leggersi vicendevolmente — è il vero anticonformismo, la vera militanza. Basaglia nelle Conferenze brasiliane l’ha detto benissimo: “Allora dobbiamo stare attenti a ciò che consideriamo rivoluzionario, che non è creare ideologie ma riflettere sulle cose che in pratica trasformiamo”.

(10/04/26)