Mi pare che molti attivisti e intellettuali sopravvalutino, anche in ottima fede, il potere della parola scritta; probabilmente sulla base del suo pregresso credito, prima che la scrittura pubblica divenisse un’attività automatica. Si passa dunque gran parte del tempo a polemizzare, e pubblicare, e intervenire, pensando che ciò basti. Non basta affatto, anzi contiene almeno due grandi rischi: da un lato l’auto-indulgenza, il ritenersi per così dire salvi e moralmente superiori, e dall’altro l’automatismo a produrre opinioni fermissime su troppe cose, spesso senza vero approfondimento e in contesti di dialogo uniformi quanto a idee e classe sociale (dunque non molto dialogici). Così a lungo andare la fastidiosa complessità del reale — ben diversa dalla “complessità” invocata a ogni piè sospinto nell’estasi dell’ideologia — viene rimossa.
Se dovessi consigliare qualcosa a un giovane intellettuale oggi, specie in Italia, sarebbe dunque di studiare molto e intervenire poco, per impegnarsi invece in un’attività concreta sul territorio — come altri fanno, e assai bene. “Troverai più nei boschi che nei libri”, diceva Bernardo di Chiaravalle: diciamo che si possono trovare molte cose sia nei libri sia nei boschi, e per estendere l’immagine anche dandosi da fare con i singoli esseri umani.
Pare un’ovvietà assoluta, lo so, ma è frutto di un errore che io stesso ho coltivato a lungo. Dire continuamente la propria o ribadire accordi e disaccordi è la cosa più conformista che ci sia; verificare le proprie facoltà di cambiamento — essere l’unico a tendere la mano altrove quando tutti chinano la testa per leggersi vicendevolmente — è il vero anticonformismo, la vera militanza. Basaglia nelle Conferenze brasiliane l’ha detto benissimo: “Allora dobbiamo stare attenti a ciò che consideriamo rivoluzionario, che non è creare ideologie ma riflettere sulle cose che in pratica trasformiamo”.
(10/04/26)