Seminiamo anche in inverno

Ihor Kozlovskyi era una vittima dal punto di vista legale: era stato rapito e tenuto in condizioni disumane, torturato così gravemente da dover reimparare a camminare. Eppure, nemmeno questo lo faceva sentire una vittima. Il fondamento della nostra esistenza è la dignità, non il vittimismo. E la dignità è azione.

Non siamo ostaggio delle circostanze. Noi partecipiamo a questo processo storico. La dignità ci dà la forza di combattere anche le circostanze più insopportabili.

Noi proseguiamo il cammino di chi ci ha preceduto. L’uccisione degli intellettuali ucraini, la sanguinosa repressione di poeti e artisti, la morte per fame di milioni di persone non hanno distrutto l’identità ucraina in epoca sovietica. Perché allora, come oggi, c’erano sempre persone che insegnavano ai bambini ucraini. Persone che scrivevano libri in ucraino. Persone che conservavano la memoria del passato.

Noi seminiamo. Gettiamo semi. Seminiamo anche in inverno, quando tutto è ghiacciato. Seminiamo cose che non temono il freddo. Seminiamo per un atto di fede, sapendo che la primavera inevitabilmente arriverà e tutto quello che abbiamo seminato crescerà. Sì, è un lavoro lungo. Ma è chi fa progetti a lungo termine che avrà la meglio.

Dall’articolo dell’avvocata Oleksandra Matvijčuk, Nessuno credeva che l’Ucraina potesse resistere così a lungo, tradotto su Internazionale. Che la terra custodisca tali semi ben lontano dalle idiozie di troppi opinionisti e fin troppi compagni italiani, gonfi di certezze e ben lontani dalla carneficina, drogati di campismo e geopolitica, ossessionati dal tenere fede ai propri astratti principi ma incapaci di umana solidarietà. “I never thought I would see the day when the international left would sing in unison with the far right in favor of Putin’s dictatorship and the Kremlin’s savage imperialism”, per dirla con l’attivista anarchico Davyd Chychkan (qui insieme ad altre voci).

(24/02/26)

Ego fetenti

Sabato scorso sono stato con mia moglie a visitare la mostra Kandinsky e l’Italia presso il MA*GA di Gallarate: bella, e bello lo spazio. Fra le opere di Kandinsky mi ha sedotto in particolare Tre triangoli, del 1938; non la conoscevo e sono rimasto estasiato da quelle forme “multiformi, biomorfe, organiche” (come scrivono le curatrici).

Kandinsky, Tre triangoli

Fra i lavori degli italiani segnalo Composizione n. 12 di Carla Badiali, L’urto di Emilio Vedova e Composizione di Aldo Galli — quest’ultimo davvero splendido. Peccato ci sia solo una tela di Manlio Rho.

Il museo ospita anche alcune opere performative nell’ambito del XXVIII Premio Gallarate. Non sono un appassionato di tale forma d’arte, ma fra le cartoline spedite su invito di Allison Grimaldi Donahue, e da lei raccolte in un’opera partecipativa, ho visto questa:

(23/02/26)

Luigi Fabbri, che disse no

Luigi Fabbri

(murale dedicato a Fabbri presso l’omonima biblioteca di Bologna)

Credo sia abbastanza nota, anche per merito di un bel libro di Giorgio Boatti, la storia dei dodici soli professori universitari che, su più di mille, rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà imposto dal Duce nel 1931. Molto meno nota è la storia di chi, maestro elementare, rifiutò di giurare al re e alle leggi dello Stato nel 1925, quando l’obbligo di due anni prima venne esteso agli insegnanti comunali. Secondo i ricordi di Luce Fabbri furono soltanto in due: un insegnante meridionale testimone di Geova e suo padre, l’anarchico Luigi Fabbri.

Traggo queste notizie dal notevole saggio di Lilith Verdini dedicato proprio alla pedagogia e alla pratica d’insegnamento di Fabbri — un intellettuale libertario di primissimo piano che non sacrificò mai la sua vocazione di insegnante, e nella divulgazione si occupò anche di questioni che molti altri teorici avrebbero snobbato (come criticare l’abuso di fasce di contenimento e consigliare il tipo giusto di pannolini da usare).

Scrive Verdini, a proposito della scelta:

Per il maestro Luigi Fabbri non si trattò di espletare una formalità; non accettò di sottoporsi all’umiliazione di mettere da parte la propria coscienza per poter lavorare. Avrebbe potuto pronunciare il giuramento senza crederci e continuare a insegnare sotto il regime fascista, non mettendo a repentaglio il sostentamento della famiglia. Scelse invece diversamente, non prestando il giuramento richiesto, coerentemente con l’uomo che era e con le idee anarchiche che aveva professato fin da ragazzo e per le quali si era impegnato in una costante pratica quotidiana.

Il rifiuto, la sospensione e la definitiva espulsione dal corpo docenti nazionale avvennero proprio cent’anni fa, tra il febbraio e il luglio 1926. Dopo un periodo di grande precarietà e preoccupazioni, Fabbri e famiglia si stabilirono a Montevideo dal maggio 1929; qui l’anarchico poté riprendere a insegnare in un istituto italiano ancora indipendente, e qui morì nel 1935.

(19/02/26)

Buone dediche

Al contrario della maggioranza dei suoi contemporanei, Carroll non era affatto intimidito dalla Regina Vittoria. Quando Alice nel paese delle meraviglie lo rese celebre, Sua Maestà graziosamente gli fece sapere, tramite un intermediario, che avrebbe potuto dedicarle la sua opera successiva. Carroll seguì la lettera ma non lo spirito della richiesta, che pure equivaleva a un ordine reale. E l’opera successiva, intitolata Some Considerations on Determinants di Charles Dogson (ossia Lewis Carroll), professore di matematica al Christ Church a Oxford, venne infatti debitamente dedicata alla Regina Vittoria, ma Attraverso lo specchio, com’era logico, fu dedicata alla piccola Alice Liddell alla quale Carroll aveva inizialmente raccontato la storia.

Alison Lurie, Non ditelo ai grandi.

(17/02/26)

Una piccola civiltà

Sotto ogni aspetto importante siamo dei grandi segreti gli uni per gli altri, e penso veramente che ognuno di noi racchiuda una lingua a sé stante, e anche un’estetica e una giurisprudenza a sé stanti. Ognuno di noi è una piccola civiltà eretta sulle rovine di un’infinità di civiltà precedenti, ma con i propri distinti concetti di cosa è bello e di cosa è accettabile — i quali, mi affretto ad aggiungere, noi stessi in genere non soddisfiamo pur sforzandoci di rispettare.

Marilynne Robinson, Gilead.

(12/02/26)