Slavenka Drakulić (1949-2026)

Anche questa volta con ritardo di qualche giorno mi accorgo della morte di Slavenka Drakulić, proprio dopo aver terminato Caffé Europa e Ritorno al Caffé Europa (entrambi consigliati, soprattutto il primo). Nel suo bel ricordo durante i funerali del 27 giugno, Rada Iveković ha scritto che a spingere e salvare Drakulić dai numerosi dolori e dalle difficoltà della vita “è stata la disobbedienza, una disobbedienza costruttiva e impegnata, lontana da qualsiasi egoismo, a cui Slavenka era completamente estranea. Era del tutto naturale che, con tale esperienza di vita, Slavenka si prodigasse sempre instancabilmente per aiutare gli altri.”

(29/06/26)

Elvio Fassone (1938-2026)

Ho saputo con ritardo della morte di Elvio Fassone. Mi spiace molto: il suo libro Fine pena: ora resta e resterà quale piccola meraviglia: un’interrogazione profonda sul senso della pena, un dialogo lucido e sincero fra magistrato ed ergastolano, insomma un libro che andrebbe proverbialmente fatto leggere un po’ a chiunque.

(24/06/26)

Violenza istituzionale: le case Aler di Lulli-Porpora

Chiara Berardi sulla situazione delle case popolari di Lulli-Porpora, a Milano, che conosco bene perché lì c’è la sede del GAS cui afferiamo:

Quarant’anni senza manutenzione. Quarant’anni di muffa sui muri, di perdite d’acqua che nessuno veniva a riparare, di bagni rifatti di tasca propria perché aspettare Aler era come aspettare qualcosa che non arriva. Gli inquilini del quartiere Lulli Porpora a Milano hanno imparato ad arrangiarsi. Hanno comprato le piastrelle, chiamato gli idraulici, messo mano al portafogli per interventi che non erano loro dovere fare. Strutturali, non estetici. Sopravvivenza, non abbellimento.

Adesso Aler ha trovato i soldi. Grazie al RePower EU, finalmente ci sono i fondi per riqualificare. Sembrerebbe una buona notizia. Non lo è. Perché la condizione è questa, lo ha spiegato Aler ai sindacati inquilini: gli stabili devono essere completamente vuoti per i lavori. Tutti fuori. Famiglie che vivono lì da quarant’anni, anziani che hanno costruito lì la loro rete, persone fragili che si appoggiano al vicinato come ci si appoggia a un muro che regge. Tutti fuori, entro fine settembre. Dove? In altre case popolari in Città Studi, dicono. Appartamenti anch’essi da ristrutturare — ma, dice Aler, tranquilli, li sistemeremo dopo che avrete firmato. Prima firmate, poi facciamo i lavori.

I conti qualcuno degli abitanti e degli attivisti li ha fatti: se le famiglie lasciano le case a fine settembre, quali lavori si potranno fare nelle nuove abitazioni con in mezzo due mesi estivi? Poco più di una mano di vernice, probabilmente. Le spese di trasloco in uscita le copre Aler. Quelle al ritorno, fra tre anni, no. E chi volesse rientrare, ammesso che lo voglia ancora, ammesso che abbia resistito tre anni lontano dal suo quartiere, pagherà un affitto aumentato (lo impone la legge regionale sulle case popolari per i casi di rivalutazione dell’immobile). Pagare di più per tornare a casa propria, agli affetti di una vita.

Gli inquilini chiedono una cosa semplice. Ragionevole. Umana. Che i lavori si facciano per gradi: partire dagli stabili già vuoti, spostare le famiglie negli appartamenti ristrutturati man mano, procedere senza espellere nessuno dal quartiere. Una mobilità interna. Una logistica che rispetti le persone.

Il 29 aprile le opposizioni in Regione Lombardia hanno presentato una mozione (prima firma quella del consigliere regionale di AVS Onorio Rosati) che chiedeva esattamente questo: un piano di mobilità condiviso con gli inquilini e i sindacati e l’impegno a coprire anche le spese del trasloco per chi volesse rientrare. La maggioranza di destra al Pirellone ha bocciato la mozione.

L’intero articolo si trova qui.

(18/06/26)

Sul caso Gagnor

[scritto a quattro mani con Danilo Deninotti, e a nome di entrambi]

Il nostro collega sceneggiatore Roberto Gagnor ha visto terminata la sua collaborazione con Topolino: l’intero caso è ricostruito sul Post. Il direttore Alex Bertani conferma di aver allontanato Gagnor a causa di una polemica online nella quale lo sceneggiatore — come lui stesso spiega — ha chiarito il suo giudizio “in maniera sicuramente tranchant, ma legittima — almeno quanto le loro [di alcuni lettori, ndr] esternazioni”. Non si tratta dunque di motivi legati alla qualità del lavoro in sé ma di ciò che potremmo chiamare, e sarà il caso di tornarci sopra, “immagine percepita del professionista”.

Roberto è un collega con esperienza più che ventennale, la cui bravura e il cui amore per il mondo Disney sono fuori discussione. Noi ci siamo presi il tempo necessario per ragionare a mente fredda e speriamo che anche questo sia motivo di riflessione, abituati come siamo a reagire d’istinto. Non che dubitassimo sull’essenziale: ma come articolare le ragioni, cosa dire esattamente, non sono cose che si improvvisano; e in mezzo c’è anche la vita di ciascuno.

Vorremmo dunque esprimere pubblica solidarietà a Roberto, sperando che la direzione torni su suoi passi. E a ciò aggiungiamo qualche frutto delle nostre considerazioni.

Il direttore scrive che “per fortuna viviamo in un paese libero”, dove “se acquisti un magazine per leggerti delle storie hai tutto il diritto di commentare, dissentire e criticare. Anche aspramente.” Ci sembra una libertà che Roberto non ha impedito in alcun modo. Per amore di franchezza noi avremmo ignorato a priori ogni polemica, come sempre; se vogliamo è anche un’occasione utile per meditare attorno agli automatismi che vengono a crearsi sui social. Ma questo è irrilevante: non possiamo difendere solo i diritti di chi si comporta come faremmo noi; e far fuori un lavoratore per i toni di una risposta — non una minaccia, non una violenza — è un’enormità che crea un brutto precedente. Dovrebbe far alzare le orecchie a tutti gli autori, essendo freelance pagati a tavola sceneggiata o disegnata, non dipendenti, il che li rende ovviamente più vulnerabili.

Lontano da ogni vittimismo, la debolezza contrattuale di una professione come questa e tante altre è comunemente accettata; ma in un mondo di contesti opachi e sregolati — dove non è semplice capire in cosa consistano i propri doveri di collaboratore oltre a scrivere belle storie — anch’essa andrebbe discussa. Infine, al di là alle analisi sociologiche con cui è piacevole dilettarsi, occorre un po’ di schietto materialismo: il materialismo per cui alla fine dei conti c’è una persona che ha perso una fonte di reddito a causa di alcune parole percepite come dannose per l’identità di una testata.

E qui tocchiamo un’altra questione cruciale. È vero: nutrendo ognuno a modo proprio l’immenso patrimonio culturale e artistico di Topolino, gli autori vengono associati a una realtà basata su valori precisi: “dialogo, rispetto e inclusività”; “divertimento, cultura e momenti di leggerezza”. Benché nessuno faccia parte della redazione o abbia obblighi come dipendente, crediamo sia una responsabilità da non dimenticare; anzi, fatichiamo a immaginare un autore che non creda fermamente a tali valori e li pratichi ogni giorno. Ma se essi vengono usati per costruire una gabbia di perbenismo o una forma di ricatto professionale allora abbiamo un problema.

Si dirà: ci sono le policy aziendali, rileggetevi le policy aziendali. L’abbiamo fatto. Nel Codice etico di Panini troviamo due articoli rilevanti al riguardo; il primo estende il Codice stesso ai fornitori — cioè in questo caso gli autori — e il secondo elenca i requisiti per garantire il rapporto di lavoro:

2.3. Fermo restando quanto previsto all’articolo 1.4 (“Panini s.p.a. dà adeguata pubblicità al Codice etico in modo che chiunque si relazioni ad essa a qualsiasi titolo possa tenerne conto”, ndr) Panini s.p.a. può esigere l’osservanza del Codice etico da parte di Terzi con i quali intrattenga rapporti giuridicamente qualificati (Fornitori, Collaboratori, Clienti, Partners e Terzi in genere).

14.1. Panini s.p.a. considera condizione indispensabile per la costituzione e il mantenimento di rapporti con Terzi, oltre alla loro competenza tecnica e professionale, il possesso di adeguati requisiti di integrità, reputazione e affidabilità morale e professionale.

In base a norme così aperte — “affidabilità morale”? — la discrezionalità concessa è davvero ampia. A parte l’elementare buon senso, secondo quali criteri si potrà passare sopra un comportamento e sanzionarne altri? Quando una frase risulterà problematica per il brand e quando una semplice rimbeccata personale? Un autore Disney può scrivere una parolaccia sul suo profilo privato oppure no? Cosa significa di preciso “rispettare” i lettori? Se la risposta è: tutto questo lo decide il capo di volta in volta, abbiamo un altro problema.

(11/06/26)