Master of Puppets, quaranta anni dopo

Master of Puppets

Master of Puppets, terzo album dei Metallica e conclamato capolavoro, fu pubblicato quarant’anni fa — per l’esattezza il 3 marzo 1986. Ma come si suol dire non è invecchiato affatto e rimane uno dei più grandi dischi della storia della musica, ben al di là del genere. Il merito principale sta nella capacità dei Metallica di unire, in ogni canzone di Master of Puppets, la devastante energia scatenata nei primi due lavori a un robusto controllo e una scrittura complessa e raffinata, senza tuttavia indulgere negli eccessi di … And Justice for All, dove l’immediatezza è sacrificata a un desiderio di “fare musica complessa” che resta un po’ fine a se stesso (fatti salvi brani fenomenali come Blackened e One).

Merito anche della produzione: in Master Flemming Rasmussen fa un altro passo avanti rispetto al pur notevole Ride the Lightning, pulendo e saturando ancor più le distorsioni, per erigere un paesaggio timbrico di impressionante compattezza. La voce di Hetfield, infine, è più calda e matura, in pieno accordo con testi che affrontano temi concreti e non si limitano a sputare rabbia: dipendenza, guerra, alienazione religiosa, follia. Tutto ciò conferisce all’intero album una serietà radicale, priva del balsamo che danno satira o sberleffo: Master of Puppets è, anche, la descrizione del mondo come un immenso cimitero delle aspirazioni, dominato appunto da un burattinaio. Tuttavia nel raccontare tale sfacelo il gruppo compie anche un esercizio di critica, apre un margine di libertà e ribellione possibili: “No more can they keep us in / Listen, damn it, we will win”, per citare Welcome Home (Sanitarium).

Ma ripeto: la forza del disco sta nell’adesione ancora totale alla loudness, all’assenza di compromessi sonori e ad altri elementi tipici del thrash metal. È musica altamente raffinata ma è musica su cui si può e si deve pogare. Battery chiarisce subito i termini del discorso: dopo una pensosa introduzione di chitarre classiche — tutt’altro timbro rispetto all’arpeggio in acustica di Fade to Black, e tutt’altra atmosfera — il riff viene grandiosamente ripreso in forma distorta, per poi scatenare la furiosa ritmica delle strofe. La title-track, Master of Puppets, ha una struttura caratterizzata da grande varietà ritmica e melodica: il riff della strofa alterna tre battute in 4/4 e una in 5/8 (o in 21/32), il pre-chorus emerge con un respiro maestoso, per non parlare del commovente interludio strumentale — con quell’arpeggio sullo sfondo di alcuni delicati swelling, che sfida ancora una volta i limiti del genere. Nella medesima direzione va l’ombrosa Welcome Home (Sanitarium), da ragazzo — e forse anche oggi — la mia preferita; ma il trionfo artistico della band, e del bassista Cliff Burton in particolare, è la suite strumentale Orion: basti la parte centrale, dove lo spirito di una giga barocca in 6/8 pervade tutto l’andamento solenne del pezzo, fino alla nuova eruzione di aggressività in 4/4. L’ispirazione di Orion trabocca idealmente nell’intro di Damage INC. — uno swelling di basso fondato nientemeno che sopra il corale di Bach Komm, süßer Tod, komm selge Ruh — prima della selvaggia e liberatoria pulizia finale del brano, uno dei più violenti mai scritti dai Metallica. Ma anche le altre canzoni che non ho citato, in primo luogo Leper Messiah, sono varie spanne sopra la media.

Se proprio devo trovare una pecca la vedo negli assoli di Hammett, uno dei solisti più sopravvalutati dell’heavy metal: i ricami di Hetfield al confronto sono di tutt’altra caratura. Forse il solo meno scontato, per l’uso della leva e il tempo fangoso, è quello di The Thing that should not be. Minuzie: che non inficiano un’opera che ha superato i quarant’anni e a differenza di tanta altra paccottiglia del decennio ’80 ci parla ancora con gravità e urgenza.

(30/01/26)