Per accomiatarci, caro signor Pankok, mi permette di raccontarle ancora una storia? Quando il mio lavoro Musica in casa ebbe la primissima rappresentazione a L., il sindaco mi invitò a registrare il mio nome nel libro d’oro della città. La cerimonia in municipio: i rappresentanti della stampa, l’intendente, il direttore artistico, fotografi, il sindaco. Scrissi il mio nome e, nello sfogliare alcune pagine a ritroso, incappai in due altri nomi, che mi indussero a chiudere il libro d’oro della città di L.
Musica in casa trattava della sorte di una famiglia ebreo-tedesca quasi totalmente assimilata, la quale festeggiava il genetliaco del Kaiser e prendeva in considerazione l’idea di fare battezzare i propri figli — la tragicommedia di un’illusione che terminò a Auschwitz e alla quale io ero sopravvissuto. Mi creda, non provai alcuna soddisfazione nel leggere il nome di quei due, Adolf Hitler e Heinrich Himmler, i quali un tempo avevano fatto tremare un mondo, solo la sensazione dell’assurdità della storia alla quale io ero voluto sfuggire e che, ora, una generazione più tardi, mi raggiungeva nel libro d’oro della città di L. Era come se lui, del quale ero quasi caduto vittima, mi ricevesse sfregandosi le mani e dicendo: “Che saresti senza di me? Ti ho preso tutto, ti ho cacciato per mezzo mondo, ti ho detto perfino cosa dovessi scrivere, ho dominato il tuo pensiero e i tuoi sentimenti fino all’ultimo respiro. Credevi di essermi sopravvissuto, io, però, non ho scordato nessuno di voi, non un singolo. Ora siamo entrambi uniti per sempre nel libro d’oro della morte”.
Hans Sahl, L’esilio nell’esilio.