Fine del mondo e bastardaggine privata

Rispetto alla fine del mondo, questo naturalmente ha poca importanza. Ma anche allora, in trincea, dieci minuti prima di un assalto, quindi in faccia alla morte, mi poteva capitare di prendere a botte un bastardo che aveva mentito dicendo di non avere più sigarette. La fine del mondo è una cosa e la bastardaggine privata un’altra. La bastardaggine non deve essere messa sul conto della confusione generale. Non è quello il suo posto.

Jospeh Roth a Stefan Zweig, 27 agosto 1935 (da Ombre folli).

(09/03/26)

Era una brava persona

Le molestie, gli abusi di potere e le discriminazioni sul luogo di lavoro possono avere effetti pesanti sulla salute mentale delle donne. Alcune ricerche indicano l’aumento del rischio di suicidio e di tentato suicidio.

Aurora ha pensato di togliersi la vita in seguito a una tentata violenza sessuale. Un collega col doppio dei suoi anni, mentre erano in auto insieme di ritorno da un servizio, le ha toccato le cosce e poi le è saltato addosso.

Aurora racconta che dopo un breve momento di freezing (fenomeno psicologico che porta a reagire alla paura con una immobilizzazione temporanea fisica ed emotiva) l’ha spinto via con tutte le sue forze, restando con una sensazione di soffocamento per il peso addosso dell’uomo.

Il giorno dopo l’ha raccontato al direttore che però le ha risposto che non le credeva, che il giornalista in questione «era una brava persona e un padre di famiglia». La settimana successiva Aurora ha iniziato ad avere pensieri suicidi al punto che ha chiesto di farsi accompagnare al pronto soccorso da un familiare. Per stare meglio, oltre alla psicoterapia, ha dovuto ricorrere agli antidepressivi. «Mi pento di non avere denunciato», aggiunge Aurora.

Dall’impressionante inchiesta di IrpiMedia su molestie, abusi e violenze sessuali nelle redazioni dei media italiani: ne esce una cloaca di ricatti, impunità, indifferenza, protezione tra maschi.

(08/03/26)

Sorvegliati e puniti

Il dominio degli adulti sui bambini, lungi dall’essere la premessa di ogni democrazia, è il suo impaccio più grave. Basta entrare in una scuola, anche nel più democratico dei sistemi, per ritrovarsi paracadutati in un regime totalitario, in cui tutti sono sorvegliati e puniti se non si adeguano all’ordine costituito. E il fatto che ancora esistano simili scuole è il segno della lontananza dei sistemi che si dicono democratici dalla realtà autenticamente democratica di una società del potere, priva di gerarchie e di sudditanze.

Antonio Vigilante, Senza cattedra.

(05/03/26)

Si ottiene poco

La vera lezione che abbiamo appreso dall’epoca “post-politica” è l’esistenza di un minimo di deliberazione sui fini collettivi che non può essere tenuta fuori dalla sfera pubblica per sempre. Senza il riemergere di un’organizzazione di massa, tuttavia, ciò può avvenire solo a livello discorsivo, arbitrato dai media: ogni grande evento viene analizzato per il suo carattere ideologico, producendo controversie che si articolano tra campi sempre più chiaramente delineati sulle piattaforme social, e che vengono poi amplificate dai media preferiti di ciascuna delle parti in causa. In questo processo c’è molta politicizzazione, ma si ottiene poco. Possiamo comprendere questo periodo come una transizione dalla post-politica all’iperpolitica, o come il ritorno della politica nella nostra società; tuttavia, la nostra nuova iperpolitica si distingue anche per la sua attenzione particolare ai valori interpersonali, il suo incessante moralismo, e la sua incapacità di pensare attraverso dimensioni collettive di lotta.

Anton Jäger, Iperpolitica.

(04/03/26)

Un Debussy di Michelangeli al Vaticano

Ho ripescato le registrazioni in Vaticano di Arturo Benedetti Michelangeli, un disco che avevo rubato a mio padre molti anni fa senza ascoltarlo con vera cura. Mouvement di Debussy, il terzo brano delle Images L. 110, mi ha lasciato un’impressione profonda. Quel che può fare un’interpretazione, come si suol dire.

Fin dalla prima battuta e poi più apertamente quando scattano le terzine di semicrome c’è qualcosa di meccanico, di robotico persino. Il brano tutto — che in effetti Debussy raccomandava di trasformare in “un rythme implacable” — è impostato da Michelangeli con una vena clavicembalistica che lo vivifica proprio perché priva di superficiale “espressività” (che suonando Debussy è sempre a rischio di sprofondare nell’enfasi o nel lezioso: magari per obbedienza acritica verso il ruolo, certo cruciale, del timbro). Ed è interessante notare come nel più celebre disco per la DG ABM esegua Mouvement in modo diciamo più tipicamente “michelangelesco”: quella trasparenza soffusa, quella grazia senza sforzo apparente: è sempre meraviglioso, ovvio, ma è altra cosa.

(27/02/26)