Quaderno d’aprile 3

Andando a far la spesa in paese, felice per la neve accecante che copre ancora i monti intorno, ho riascoltato Out Front di Booker Little. Disco geniale di un artista geniale morto a ventitré anni, è anche un lavoro di non facile presa, asprigno e misterioso. Non è più hard bop (anche se la strepitosa batteria di Max Roach tiene il punto), non è certamente free (anche se gli arabeschi ultraterreni di Dolphy lanciano un cenno in quella direzione): cos’è dunque? Mah.
Al di là del bisogno di etichette non è facile trovare paragoni nel panorama jazzistico dell’epoca e non solo: tutti i pezzi hanno un che di imprevedibile, dai frequenti cambi di tempo all’audacia strutturale; e imprevedibili ed elusivi sono anche i colori emotivi del disco, che nel complesso restituisce un approccio più cameristico e meditato rispetto alle formazioni coeve. Il sound stesso di Little non ha nulla a che vedere con l’esplosività di Clifford Brown o il tocco pensoso di Davis; né si produce in virtuosismi alla Hubbard o alla Don Cherry. Ha una ritrosia tutta propria, una qualità direi più dolorosa, persino in certi punti funerea, che semplicemente “malinconica” (aggettivo abusato quando si parla di lui).

(03/04/26)

Quaderno d’aprile 2

In pausa pranzo ho letto un interessante pezzo sull’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa attorno al violento sfruttamento minerario in Bosnia Erzegovina e i movimenti di resistenza locali.

Stasera partiamo per qualche giorno in montagna. Mi porto dietro Demoni, venti e draghi di Feniello, Sotto una stella crudele di Kovály e A proposito di Casanova di Szentkuthy; ho anche tirato fuori la Fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty, comprato per tre euro al mercatino del Circolo ACLI di Lambrate, ma tempo al tempo. Sto inoltre centellinando con somma delizia il secondo volume dei Sonnambuli e penso andrò avanti così, qualche pagina al giorno, godendomi la lingua penetrante di Broch magnificamente resa da Ada Vigliani.
Non ricordo quando ho acquisito l’abitudine di leggere più libri in contemporanea; di certo non prima dei ventuno-ventidue anni. Per un lungo periodo ho letto in parallelo un testo di saggistica e uno di narrativa o poesia, e con il tempo il numero di volumi è andato aumentando fino a un massimo di cinque: come per chiunque dipende un po’ dai periodi, da quel che mi capita sottomano, dagli altri impegni. Rimpiango però, sempre come chiunque (o almeno così credo), gli sterminati pomeriggi estivi della tarda adolescenza in cui ero tutt’uno con un unico libro, per giorni, senz’altro desiderio di mondi che non fossero quello e quello soltanto: L’idiota di Dostoevskij, Il castello di Kafka, Dalla parte di Swann e All’ombra delle fanciulle in fiore, il volume verde acqua delle Opere di Rimbaud, Kerouac, Hemingway, Borges, Pavese e così via.

(02/04/26)

Quaderno d’aprile 1

Inauguro un piccolo esperimento, trenta giorni di diario in pubblico: un po’ per ragioni private, un po’ per esercizio e verificare il senso di questo sito, un po’ perché il nome “Quaderno d’aprile” mi piace. Non mi pongo scopi particolari. Parlerò molto in breve di cose interessanti viste, lette o fatte e annoterò spunti da sviluppare in seguito. Nulla di troppo diverso da quanto già faccio ora, ma con una cadenza regolare fino a fine mese.

Cominciamo però da ieri, 31 marzo, quarto anniversario della strage di Buča, ovviamente caduto nel silenzio della sinistra italiana più o meno radicale. La solita rabbia: se si è, giustamente, anti-imperialisti, occorre esserlo contro tutti gli imperialismi. Perché è così difficile?

Ieri sera sono anche andato a sentire Blechalz in sala Verdi. Beethoven bene senza guizzi — ma è dura cavar fuori qualcosa di nuovo dal Chiaro di luna — mentre ho trovato Schubert sgradevole. Troppo nervoso e scattante, quasi sbrigativo, senza la dolcezza che necessita (e senza, nel quarto Improvviso, quel carattere un po’ giocattolesco da orologio meccanico che lo rende tanto fascinoso): diciamo in breve troppo “interpretato”: e per fare qualcosa del genere con Schubert devi essere Horowitz. Forse esagero e ovviamente c’è un dato soggettivo, ma il grande Franz richiede un approccio più cauto e rispettoso, non privo di tocchi mozartiani: insomma, per tagliarla con l’accetta, meno romanticismo e più classicismo. Siamo a Vienna, non sul Reno! (A tal proposito, per me l’op. 90 come la suona Brendel non ha rivali o quasi). Non è un caso allora che la seconda parte del concerto, tutta dedicata a Chopin, sia stata splendida: come ampiamente noto le doti di Blechalz si dimostrano ideali per la musica del suo compatriota: in particolare lo Scherzo in do diesis minore aveva sia i dovuti lati energici sia un tocco iridescente sino al fatato. Bravissimo.

Vedo che è uscito, scaricabile gratuitamente, un nuovo volume collettivo su Danilo Dolci a cura di Buraschi, Schirripa e Vigilante. Cade a fagiolo, perché ho ordinato in biblioteca Poema umano.

Leggendo il commovente Mattia e il nonno di Roberto Piumini mi sono ricordato di una frase di Eugen Drewermann, dalla sua lettura del Vangelo di Marco: “Niente di ciò che amiamo davvero potrà essere distrutto. Niente di ciò a cui noi teniamo tanto che ci permette di umanizzarci, sarà distrutto dalla morte.” Vale anche per noi atei? In un certo senso, molto lato e privo di illusioni, sì. Oggi penso di sì.

(01/04/26)

Il tempo dei padri

Per la festa del papà consiglio un bellissimo libro di Sarah Blaffer Hrdy, Il tempo dei padri (Bollati Boringhieri). Le reazioni di dolcezza e accudimento dei nuovi padri nei confronti dei figli non sono “contro natura”; il loro cervello risponde come quello di una madre, attivando aree antichissime — centinaia di milioni di anni — perché è sottoposto alla presenza prolungata dei neonati. Il testosterone si abbassa, la prolattina e l’ossitocina si alzano, mettono l’accudimento al primo posto e ciò li rende più generosi e attenti al prossimo. Potenzialmente c’è spazio per una rivoluzione globale: “Quegli uomini potrebbero anche mettere il benessere dei bambini — e dell’ambiente — davanti al proprio stato sociale , nel caso dei politici, alla possibilità di venire eletti?”. All’epoca dei vari Trump o Putin o Netanyahu, che sono l’esatto opposto di quel tipo d’uomo, è il caso di chiederselo. Ma “la celebrazione delle virilità militanti, che si suppone siano utili agli uomini per proteggere le donne e i bambini, raramente rende il mondo un posto più sicuro. Certamente non per le donne e i bambini”.

(19/03/26)

L’Italia giusta e buona

Parlare, come si fa nella cartolina, di bufera che imperversa su di me, di martirio, di miseria, confrontandomi con Mazzini, lo crede Mario e credetelo tutti voi, è troppo esagerato. […]
E parlare di martirio per qualche settimana o mese di prigione — andiamo via — è troppo ridicolo. E di miseria non è il caso di parlare: io troverò sempre da guadagnarmi la vita in Italia o all’estero, senza dover mai parlare di miseria.
[…]
Se molti italiani fossero meno retorici, sarebbero anche meno vili. Se non esagerassero la grandezza dei piccoli sacrifici altrui, sarebbero meno paurosi dei piccolissimi sacrifici propri.
[…]
E giacché sono a fare la predica e che ho altre due pagine per continuare, aggiungo che nella cartolina di Mario non mi è piaciuto gran che il fatto che egli parli della nostra “bella e grande Italia”. Avrei preferito di veder amare un’Italia “giusta e buona”. So che non è colpa sua, povero figliolo; spero che sia intelligente e che supererà i pericoli della cattiva educazione scolastica.
[…]
Essere grandi non significa nulla, perché c’è sempre qualcuno più grande di noi, di fronte a cui noi siamo piccoli. Essere grandi non dipende da noi, ma dal fatto che gli altri siano più piccoli di noi; un bel giorno cambia la situazione, questi divengono più grandi di noi e noi ci troviamo più piccoli. Ma essere giusti dipende da noi — grandi e piccoli che siamo — e nessun mutamento altrui può toglierci il merito di essere giusti, perché la giustizia è un valore assoluto e non relativo.
[…]
Dunque rimaniamo intesi: l’Italia “giusta e buona” sì: l’Italia “grande e bella” sì, ma a patto che sia prima giusta e buona. Se no, se ne vada al diavolo con tutta la sua grandezza e con tutta la sua bellezza.

Gaetano Salvemini, lettera al fratello dalla prigione, 18 giugno 1925. Pubblicata in seguito su “Resistenza” nel 1957 e su “Volontà” nel 1958 (qui il testo completo). L’ho scoperta leggendo Un’insolente eresia di Enzo di Brango (nova Delphi), e da lì c’è voluto poco a rileggere altre cose memorabili di Salvemini, su cui magari tornerò. Consiglio intanto anche il ricordo di Calamandrei.

(13/03/26)