Quaderno d’aprile 1

Inauguro un piccolo esperimento, trenta giorni di diario in pubblico: un po’ per ragioni private, un po’ per esercizio e verificare il senso di questo sito, un po’ perché il nome “Quaderno d’aprile” mi piace. Non mi pongo scopi particolari. Parlerò molto in breve di cose interessanti viste, lette o fatte e annoterò spunti da sviluppare in seguito. Nulla di troppo diverso da quanto già faccio ora, ma con una cadenza regolare fino a fine mese.

Cominciamo però da ieri, 31 marzo, quarto anniversario della strage di Buča, ovviamente caduto nel silenzio della sinistra italiana più o meno radicale. La solita rabbia: se si è, giustamente, anti-imperialisti, occorre esserlo contro tutti gli imperialismi. Perché è così difficile?

Ieri sera sono anche andato a sentire Blechalz in sala Verdi. Beethoven bene senza guizzi — ma è dura cavar fuori qualcosa di nuovo dal Chiaro di luna — mentre ho trovato Schubert sgradevole. Troppo nervoso e scattante, quasi sbrigativo, senza la dolcezza che necessita (e senza, nel quarto Improvviso, quel carattere un po’ giocattolesco da orologio meccanico che lo rende tanto fascinoso): diciamo in breve troppo “interpretato”: e per fare qualcosa del genere con Schubert devi essere Horowitz. Forse esagero e ovviamente c’è un dato soggettivo, ma il grande Franz richiede un approccio più cauto e rispettoso, non privo di tocchi mozartiani: insomma, per tagliarla con l’accetta, meno romanticismo e più classicismo. Siamo a Vienna, non sul Reno! (A tal proposito, per me l’op. 90 come la suona Brendel non ha rivali o quasi). Non è un caso allora che la seconda parte del concerto, tutta dedicata a Chopin, sia stata splendida: come ampiamente noto le doti di Blechalz si dimostrano ideali per la musica del suo compatriota: in particolare lo Scherzo in do diesis minore aveva sia i dovuti lati energici sia un tocco iridescente sino al fatato. Bravissimo.

Vedo che è uscito, scaricabile gratuitamente, un nuovo volume collettivo su Danilo Dolci a cura di Buraschi, Schirripa e Vigilante. Cade a fagiolo, perché ho ordinato in biblioteca Poema umano.

Leggendo il commovente Mattia e il nonno di Roberto Piumini mi sono ricordato di una frase di Eugen Drewermann, dalla sua lettura del Vangelo di Marco: “Niente di ciò che amiamo davvero potrà essere distrutto. Niente di ciò a cui noi teniamo tanto che ci permette di umanizzarci, sarà distrutto dalla morte.” Vale anche per noi atei? In un certo senso, molto lato e privo di illusioni, sì. Oggi penso di sì.

(01/04/26)