Andando a far la spesa in paese, felice per la neve accecante che copre ancora i monti intorno, ho riascoltato Out Front di Booker Little. Disco geniale di un artista geniale morto a ventitré anni, è anche un lavoro di non facile presa, asprigno e misterioso. Non è più hard bop (anche se la strepitosa batteria di Max Roach tiene il punto), non è certamente free (anche se gli arabeschi ultraterreni di Dolphy lanciano un cenno in quella direzione): cos’è dunque? Mah.
Al di là del bisogno di etichette non è facile trovare paragoni nel panorama jazzistico dell’epoca e non solo: tutti i pezzi hanno un che di imprevedibile, dai frequenti cambi di tempo all’audacia strutturale; e imprevedibili ed elusivi sono anche i colori emotivi del disco, che nel complesso restituisce un approccio più cameristico e meditato rispetto alle formazioni coeve. Il sound stesso di Little non ha nulla a che vedere con l’esplosività di Clifford Brown o il tocco pensoso di Davis; né si produce in virtuosismi alla Hubbard o alla Don Cherry. Ha una ritrosia tutta propria, una qualità direi più dolorosa, persino in certi punti funerea, che semplicemente “malinconica” (aggettivo abusato quando si parla di lui).
(03/04/26)