Quaderno d’aprile 23

C’è un bel pezzo della mia amica Sabrina, arteterapeuta, attorno al bullismo: un tema che mi sta molto a cuore per varie ragioni. Consiglio soprattutto di scaricare le slide che ha preparato per un incontro sulla prevenzione e la denuncia del bullismo il 21 aprile scorso. (Già che ci siete, potete iscrivervi alla sua newsletter Sirenamente).

(Ri)ascolti odierni: Abstraction is Deliverance del quartetto di James Brandon Lewis; The Trials of Van Occupanther dei Midlake.

(23/04/26)

Quaderno d’aprile 22

Oggi ho compiuto quarantacinque anni e confido solo di non essere mai più chiamato “giovane scrittore”, ciò che sono da vent’anni circa per il paternalistico mondo delle lettere italiane. Il primo regalo in ogni caso me l’ha fatto l’Inter con lo sbalorditivo ribaltone di ieri sera.

Per il resto mi sono preso un po’ di tempo per finire Broch e riascoltare Inception del trio di McCoy Tyner (non lo ricordavo così delicato) e la Seconda di Brahms diretta da Karajan con la Berliner (la ricordavo così meravigliosa).

(22/04/26)

Quaderno d’aprile 21

Dal saggio di Schiavoni apprendo, o forse l’avevo già letto ma me ne ero completamente dimenticato, che Benjamin intitolò Aufklärung für Kinder la sua prima raccolta di conferenze radiofoniche rivolte ai più piccoli. Illuminismo per bambini: un programma di lavoro e vita in tre parole.

Finite le memorie di Armando Borghi: bellissime, entusiasmanti, a tratti commoventi — penso all’incontro tra Malatesta e Merlino nella cella dell’autore, durante il 1921: da tempo distanti politicamente ma sempre pieni d’affetto reciproco, i due quasi settantenni si abbracciano e restano stretti a lungo, in silenzio. (Fra l’altro ho pensato che non vedo da troppo tempo il mio migliore amico: ci sentiamo quasi ogni giorno ma è complicato incontrarci per i reciproci impegni familiari e di lavoro. Oggi ci siamo promessi solennemente di rimediare).

Finito anche Sloterdijk: confermo le perplessità accumulate durante la lettura.

(21/04/26)

Quaderno d’aprile 20

Avendo un impegno fuori città stamane ho preso l’auto mio malgrado, ma ne ho approfittato per ascoltare due dischi: The New York Album del quartetto di Konitz, suadente e luminoso, e Pablo Honey. Per quanto riguarda quest’ultimo confermo la mia lieve insofferenza per i Radiohead pre-Ok Computer, e la mia convinzione che Creep sia una canzone sopravvalutata; insomma resta un buon disco — e Stop Whispering è un gran pezzo — ma nulla di più. Il giudizio non cambia anche riferendosi all’epoca: nello stesso 1993 sono usciti album come Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, Gentlmen degli Afghan Whigs, Flying Saucer Attack degli omonimi, Souvlaki degli Slowdive, Modern Life is Rubbish dei Blur e, vabe’, In Utero dei Nirvana — giusto per citare i primi che mi vengono in mente.

Domande a chiunque abbia un minimo di potere intellettuale o politico: “Quali sono stati i suoi tre ultimi errori?”, “Su cosa ha cambiato idea di recente?”, “Verso chi prova gratitudine?”.

Pomeriggio abbastanza tranquillo di lavoro. Ultimi ritocchi alla lezione che terrò domani sera in Università Cattolica per il corso “Il piacere della scrittura”.

Aprendo il libro di Schiavoni ritrovo una frase di Benjamin che mi ero segnato tempo fa, da Infanzia berlinese: “La fata, presso la quale si ha diritto a un desiderio, c’è per ognuno. Solo pochi però riescono a ricordarsi il desiderio che hanno espresso; così, nel corso della loro vita, solo pochi si accorgono che si è realizzato”.

(20/04/26)

Quaderno d’aprile 19

Domenica con la piccola dai nonni. Di ritorno a casa leggo un bel pezzo di Massimo Mantellini sul suo “pregiudizio stupidamente positivo verso quanto sta scomparendo”: ovvero, e più precisamente:

Per qualche ragione che non so molte delle cose migliori che ho letto negli ultimi anni seguono questa traiettoria di disvelamento e morte, di altri tempi in cui la letteratura era differente e molto spesso marginale, di uno scrivere nato, inseguito e vissuto fuori dalla grande notorietà, da scrittori che erano comunque indubitabilmente grandi e di cui rischiamo di perdere le tracce.

Mi ha dato da pensare, anche perché da qualche giorno mi trascino dietro un senso di amarezza e vanità che periodicamente torna ad affliggermi. Forse anche per cercare motivi di consolazione, ieri in biblioteca ho tirato su senza pensarci Walter Benjamin. Il figlio della felicità di Giulio Schiavoni; e già che c’ero, Les justes di Camus.

Quanto alle letture in corso: l’autobiografia di Borghi è molto avvincente e interessante mentre mi convince poco Il continente senza qualità di Sloterdijk, che pure contiene qualche intuizione preziosa per una cosa su cui sto lavorando; il libro di Patfoort per ora è piuttosto definitorio, quindi sospendo il giudizio; Broch sempre fenomenale.

(19/04/26)