Avendo un impegno fuori città stamane ho preso l’auto mio malgrado, ma ne ho approfittato per ascoltare due dischi: The New York Album del quartetto di Konitz, suadente e luminoso, e Pablo Honey. Per quanto riguarda quest’ultimo confermo la mia lieve insofferenza per i Radiohead pre-Ok Computer, e la mia convinzione che Creep sia una canzone sopravvalutata; insomma resta un buon disco — e Stop Whispering è un gran pezzo — ma nulla di più. Il giudizio non cambia anche riferendosi all’epoca: nello stesso 1993 sono usciti album come Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, Gentlmen degli Afghan Whigs, Flying Saucer Attack degli omonimi, Souvlaki degli Slowdive, Modern Life is Rubbish dei Blur e, vabe’, In Utero dei Nirvana — giusto per citare i primi che mi vengono in mente.
Domande a chiunque abbia un minimo di potere intellettuale o politico: “Quali sono stati i suoi tre ultimi errori?”, “Su cosa ha cambiato idea di recente?”, “Verso chi prova gratitudine?”.
Pomeriggio abbastanza tranquillo di lavoro. Ultimi ritocchi alla lezione che terrò domani sera in Università Cattolica per il corso “Il piacere della scrittura”.
Aprendo il libro di Schiavoni ritrovo una frase di Benjamin che mi ero segnato tempo fa, da Infanzia berlinese: “La fata, presso la quale si ha diritto a un desiderio, c’è per ognuno. Solo pochi però riescono a ricordarsi il desiderio che hanno espresso; così, nel corso della loro vita, solo pochi si accorgono che si è realizzato”.
(20/04/26)