Tra l’astuzia della Storia e la scelta morale

Genya e Henryk Kowalski si sono trovati a cavallo tra l’astuzia della storia, che sfugge al nostro controllo, e la scelta morale dell’individuo. La storia li ha portati prima a perdere la loro casa e a patire l’Olocausto, e poi, per un amaro scherzo del destino, ha dato loro la possibilità di una ripartenza simbolica e materiale, andando a vivere in una casa di palestinesi che a loro volta erano stati costretti a lasciare la loro casa. A ben pensarci, la storia ha posto loro davanti un vero e proprio patto faustiano: ingiusto non solo per il dolore che provoca, ma anche per le ricompense che offre. I Kowalski rifiutarono l’offerta, esercitando la loro scelta morale individuale. Così facendo, hanno compiuto un gesto eccezionale.
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Non esiste una lista di “giusti” tra gli ebrei, quando si parla della pulizia etnica che è stata la Nakba. Ma è proprio qui che risiede il potenziale del gesto dei Kowalski, perché essi hanno provocato una crepa nel corso degli eventi storici e hanno messo in discussione ciò che era ed è considerato normale e normativo. La virtù del loro gesto sta proprio nella sua dimensione personale. Si tratta di un piccolo atto che parla chiaro, un atto privato che segnala tendenze pubbliche più ampie. Non ha cercato la pubblicità o il gesto imponente dal significato storico. Non emerge da alcune tendenze generali della memoria collettiva israeliana sull’Olocausto o da commemorazioni statali dal tono predicatorio. Anzi, a mio modo di vedere, quel gesto sputa in faccia a una storia che prima li ha resi profughi e poi vorrebbe offrire loro un risarcimento lucrando sulla situazione di altri profughi.

Dallo straordinario racconto di Alon Confino pubblicato su Una città: invito a leggerlo e a leggere tutto il numero della rivista, questo mese senza alcun paywall.

(30/08/25)

Gaza: agire

Perdonate l’autocitazione: scrivevo quasi un anno fa:

Quanti dicono di pensare ai bambini di Gaza o all’ennesima strage nel Mediterraneo non stanno certo atteggiandosi, non vogliono (salvo pochi casi aberranti) far mostra della propria sensibilità. Però fino a quel punto non stanno nemmeno militando. Si posizionano: ma benché sia sempre utile contarsi fra chi è capace di buoni sentimenti — e senza sottovalutare il loro potere contagioso — io credo che le parole pronunciate con enfasi determinino un vincolo di responsabilità. Non tutte le parole, ovviamente: ma se ci si proclama tanto interessati a certi temi dovrebbe essere ragionevole agire di conseguenza, nel proprio piccolo, con umiltà e decisione insieme.

Mi pare che le cose non siano cambiate granché. Il lavacro della coscienza attraverso il posizionamento, il distinguo nominalistico a oltranza, l’ansia della denuncia, la sterile caccia al cretino online — tutto ciò che serve principalmente a se stessi è ancora prioritario. Con l’ulteriore conseguenza di sdoganare sciocchezze, poiché una volta iscritto il proprio nome nel grande registro dei buoni non c’è più limite a quel che si può dire nell’estasi dell’opinione: tanto si è sempre dalla parte giusta.

Suggerisco invece, nel caso specifico del massacro genocidario che perdura impunemente, di parlare un po’ meno e fare invece ciò che si può: ad esempio donando a Watermelon Friends, MSF, Salaam, CareForGaza; e sostenendo Global Sumud Flotilla nel suo coraggioso tentativo di supplire al balbettio e all’inazione del diritto internazionale.

(24/08/25)

Sgomberato il Leoncavallo

L’ha detto in poche parole Mauro Decortes del Ponte della Ghisolfa: “sgomberare il Leoncavallo significa in qualche modo sgomberare le idee, cioè l’immagine, l’immaginario”. Non è solo il capitolo conclusivo (almeno per ora) di una vicenda dove il concetto di legalità è sempre stato agitato come un alibi, mentre Milano andava mutando in un luogo dove le persone normali sono condannate legalmente ad andarsene, e in modi altrettanto legali si promuove lo sfruttamento quale modello dominante. In tal senso l’inchiesta in corso sull’urbanistica milanese non deve distrarre: la battaglia qui è interamente politica e sociale, e non si risolve nelle aule di giustizia.

Così, come osservano su Milano in Movimento, lo sgombero del Leoncavallo “assume un valore simbolico gigantesco (e molto pesante) non solo per la nostra metropoli. La destra riesce finalmente a mostrare al suo elettorato giubilante lo scalpo dell’odiato centro sociale. Il centrosinistra, che governa Milano da 14 anni e in tutto questo tempo non è riuscito a risolvere la questione balbetta in stato confusionale”. Ma, precisa Giuliano Santoro, benché si tratti di “una vendetta del governo contro un luogo storico dell’opposizione sociale […] è anche una delle occasioni propizie per far scattare il contropiede.” Si comincia il corteo del 6 settembre.

(22/08/25)

Due Giuda

Nella chiesa di Vezelay, che come la cattedrale di Autun, è famosa per i suoi capitelli, si trovano due raffigurazioni di Giuda: uno lo mostra con la bocca aperta come in un grido senza fine, come nel dolore di una disperazione che cerca veramente la propria morte; un’altra fa vedere che Gesù lo porta sulle spalle, e la sua bocca è chiusa, il dolore tace — una vittoria della misericordia, al di là della morte, per sempre.

Eugen Drewermann, Il Vangelo di Marco. Immagini di redenzione. Un vecchio suggerimento di Benedetta Tobagi (grazie ancora); letto da ateo, riletto da ateo, sempre pieno di spunti. Non si perdona mai abbastanza, e mai abbastanza si dubita di essere buoni.

(28/07/25)

Goffredo Fofi (1937-2025)

Oggi è morto a Roma Goffredo Fofi. Un altro come lui – che lavorò diciottenne con Danilo Dolci in Sicilia, che ti fa scoprire Nicola Chiaromonte e Caffi e Colin Ward, che ti invita a rileggere Capitini, che nonostante l’età e la stanchezza si mette ancora in gioco per dare una mano senza chiedere favori in cambio; un altro come lui che ha condiretto i Quaderni piacentini, fondato e diretto Ombre rosse e Lo straniero con Alessandro Leogrande (di cui scrisse uno splendido ricordo) e Gli Asini; un altro come lui che davanti alle storture del mondo non si rassegna e anzi fende colpi, che ha scritto su Totò e Pasolini e l’immigrazione meridionale a Torino e il vegetarianesimo e Camus e Camillo Berneri; un altro come lui che a differenza di troppi parolai, legati al loro piccolo potere, il potere lo rifiutava, affrontando la realtà senza il comodo filtro delle astrazioni e senza timore di sbagliare; un altro come lui che aveva lavorato come educatore ancora lo rivendicava quale prima e fondamentale vocazione, che frequentava viso a viso la gente e la amava perché conosceva la sofferenza, e poiché amava la gente si arrabbiava, e poiché si arrabbiava lavorava e studiava e si impegnava; un altro come lui che fu tra i primi a scoprire Dagerman in Italia e scriverne, che cercava sempre di aggregare, mettere in comune, mettere insieme, battere l’onda dell’individualismo che saliva e ci ha sommersi – ecco: un altro così, in questi tempi cinici, gli dèi non ce lo mandano più. Che la terra ti sia lieve, Goffredo: ti ho voluto molto bene.

(11/07/25)