Perdonate l’autocitazione: scrivevo quasi un anno fa:
Quanti dicono di pensare ai bambini di Gaza o all’ennesima strage nel Mediterraneo non stanno certo atteggiandosi, non vogliono (salvo pochi casi aberranti) far mostra della propria sensibilità. Però fino a quel punto non stanno nemmeno militando. Si posizionano: ma benché sia sempre utile contarsi fra chi è capace di buoni sentimenti — e senza sottovalutare il loro potere contagioso — io credo che le parole pronunciate con enfasi determinino un vincolo di responsabilità. Non tutte le parole, ovviamente: ma se ci si proclama tanto interessati a certi temi dovrebbe essere ragionevole agire di conseguenza, nel proprio piccolo, con umiltà e decisione insieme.
Mi pare che le cose non siano cambiate granché. Il lavacro della coscienza attraverso il posizionamento, il distinguo nominalistico a oltranza, l’ansia della denuncia, la sterile caccia al cretino online — tutto ciò che serve principalmente a se stessi è ancora prioritario. Con l’ulteriore conseguenza di sdoganare sciocchezze, poiché una volta iscritto il proprio nome nel grande registro dei buoni non c’è più limite a quel che si può dire nell’estasi dell’opinione: tanto si è sempre dalla parte giusta.
Suggerisco invece, nel caso specifico del massacro genocidario che perdura impunemente, di parlare un po’ meno e fare invece ciò che si può: ad esempio donando a Watermelon Friends, MSF, Salaam, CareForGaza; e sostenendo Global Sumud Flotilla nel suo coraggioso tentativo di supplire al balbettio e all’inazione del diritto internazionale.
(24/08/25)