A un certo punto la montagna finisce

Il 5 gennaio scorso ho partecipato a una serata di proiezione fotografica nel comune di Saint-Nicolas (Valle d’Aosta) che frequento da molti anni ed è ormai un pezzo importante della mia vita. Nella palestra della piccola scuola abbiamo visto sfilare aquile, volpi, gipeti, pernici, galli forcelli, avvoltoi e lupi, colti in quota vicino a lariceti imbiancati o sui prati alti ricoperti di neve. Il fotografo, Davide Glarey, ha raccontato le immagini con grande bravura e un’esplicita morale di fondo: “Nessuno scatto vale il benessere degli animali”.

Una bella serata. Ho imparato molte cose e ne sono uscito con un amore ancor più grande verso la montagna, un desiderio ancor più forte di proteggerla e rispettarla; ma una cosa su tutto mi ha colpito. A un certo punto è apparsa la foto di una lepre variabile, piuttosto comune nell’arco alpino: in estate il mantello è bruno mentre d’inverno vira interamente al bianco (a parte due vezzose macchie scure in cima alle orecchie) per mimetizzarsi e difendersi dai predatori. Il dettaglio interessante è che la muta avviene comunque a ogni cambio di stagione, anche se non nevica; di conseguenza, per evitare di fungere da ideale bersaglio nell’erba nuda, la lepre deve salire più in alto. “Ma non può salire troppo perché deve anche trovare cibo”, ha aggiunto Glarey; “e poi a un certo punto la montagna finisce”.

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(06/02/24)

Alcuni problemi del discorso pubblico italiano

Avevo già le mie tesi, ovviamente. Come non averle? Negli ultimi mesi mi sono però concesso un piccolo esperimento: ho seguito il discorso pubblico italiano con maggiore attenzione e varietà di fonti, prendendo appunti, senza pretese di statistica ma anche per non scivolare nella mera aneddotica o nel pregiudizio. Avevo le mie tesi, appunto, ma prima di esporle mi sembrava opportuno corroborarle un poco; e non sono stato deluso. Alla luce di tale esperimento sul discorso — e di sua frequentazione pluriennale come autore e fruitore — suggerisco dunque un elenco dei problemi che a mio avviso lo affliggono.

Un intervento del genere ha due rischi: il partito preso, che genera accanimento e durezza eccessiva, e un certo margine di generalizzazione. Mi auguro di averli evitati, ma nel caso sarò lieto di essere falsificato — lo dico senza alcuna ironia.

Per “discorso pubblico” intendo qualsiasi intervento, opinione, dialogo, proposta e così via, espressa su giornali o riviste o in radio o televisione o in piazza: concetto estremamente ampio, me ne rendo conto, ma al contempo abbastanza maneggevole. E riassumo la tesi di fondo per i frettolosi: la parola è trattata molto spesso come bene privato da chi dovrebbe invece tutelarne l’aspetto pubblico e comunitario.

Purtroppo per i meno frettolosi, soprattutto se ben motivati, il problema riguarda in parte anche loro. Le uscite di Sangiuliano o Lollobrigida gettano certo nella costernazione, ma nascono da un brodo di coltura assai più diffuso, un’abitudine a giustificare sciatteria e incompetenza: pochi se ne possono chiamare fuori. Prendendo ad esempio l’ambito della cultura, ha scritto con esemplare chiarezza Nicola Lagioia su Lucy: “Non siamo competitivi a livello istituzionale. Abbiamo poche idee. Preferiamo i fedeli ai talentuosi. Rischiamo l’obsolescenza mentre il resto del mondo va avanti. È questo, temo, il vero pericolo. A livello nazionale, regionale, comunale, provinciale. Provinciale, questo è il problema. E Sangiuliano è solo l’ennesimo prodotto di un sistema”.

Naturalmente i bravi e bravissimi pure esistono, come esistono canali (editori, radio, reti televisive, podcast…) di assoluta qualità; ma la loro voce risuona fievole, sepolta com’è dal baccano generale, dalla scarsa tolleranza verso il dissenso — i bravi criticano, si impegnano, sono fastidiosi — e dai difetti di cui provo a dare conto.

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(05/02/24)

Giacomo Matteotti

Lo scorso 7 gennaio in via Acca Larentia a Roma varie decine di persone hanno commemorato tre militanti neofascisti uccisi nel 1978 alzando il braccio teso nel saluto del regime. La ricorrenza si svolge ogni anno ma stavolta ha suscitato particolare sdegno a causa della reticenza, da parte del partito al governo, di prendere distanze dal passato eversivo. E come potrebbe, del resto? È la sua cultura. Non sorprende, di converso, che nel 2022 un consigliere comunale di Treviso abbia proposto di cambiare il nome della locale piazza Matteotti, dicendo di non sapere chi fosse costui.

Rilancio però la domanda: che sappiamo davvero, tutti noi, di Giacomo Matteotti? Gli sono dedicate strade, scuole, qualche monumento, alcune righe nei manuali scolastici: si ricorda il suo omicidio per mano fascista cento anni fa, il 10 giugno 1924: ma è tutto, o quasi. E anche quando si discute di modelli di antifascismo il suo nome ricorre di rado, come d’ufficio, legato a una sconfortante idea di martirio o a un rigore in toni grigi.

È vero comunque che gli antifascisti della “prima generazione” sono talora offuscati nella memoria rispetto all’ondata successiva dei partigiani: tutti conoscono almeno di nome Gramsci o Gobetti, ma i tanti altri — che vissero e morirono esuli come Camillo Berneri o difesero leghe e circoli operai nei primi anni ’20 come l’anarchica Anita Ristori o le altre donne additate quali “furie” dai fascisti (vedi sul tema il libro di Martina Guerrini) — dicevo: i tanti altri e le tante altre hanno un ruolo minoritario rispetto al grande epos resistenziale del ’43-’45.

In tal senso il delitto Matteotti funge anche da spartiacque tra un’opposizione al regime più aperta e i lunghi anni di clandestinità, confino ed esilio nei quali l’antifascismo fu costretto a muoversi per vie carsiche. Non solo: la figura di Matteotti stesso ha qualcosa di assolutamente peculiare e minoritario, e tale virtù fu riconosciuta anche dagli avversari nell’opposizione: per ragioni che saranno chiare con le ultime righe dell’articolo, in lui vedo sia una specie di miltoniano — nel senso di John Milton, l’autore del Paradiso perduto. Ma i suoi tratti sarebbero stati apprezzati anche dall’omonimo protagonista di Una questione privata di Beppe Fenoglio.

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(03/02/24)

Qualche ascolto del 2023

In assoluto disordine, ecco alcuni fra i migliori ascolti e riascolti di jazz e classica del 2023:

  • Malipiero, The String Quartets (Complete Edition), Quartetto Venezia;
  • Solal – Erskine, Triangle;
  • Hersch, Let yourself go;
  • Sonny Clark, Sonny Clark Trio;
  • Birnbaum, Preludes;
  • Urbani, 30;
  • McLean, Bluesnik;
  • Cage, Sonatas and Interludes, Agnese Toniutti;
  • Goldmann, Streichquartett n.1, Sonar Quartett;
  • Miller, I cannot love without trembling, Toronto Symphony Orchestra;
  • Prokof’ev, Sonata per pianoforte n. 8, Daniil Trifonov;
  • Schubert, Moments Musicaux, Nadezda Pisareva;
  • Sibelius, Sinfonia n. 6, Herbert von Karajan;
  • Webern, Streichquartett op. 28, Kodály Quartet;
  • Marais, Suite D’Un Goût Etranger, Jordi Savall;
  • Lutosławski, Sinfonia n. 3, Sir John Eliot Gardiner;
  • Strzalek – Nilsson, Scenery Somewhere;
  • Cherry, Complete Communion;
  • Hill, Black Fire;
  • D’Andrea – Tonani – Tommaso, Modern Art Trio;
  • Rosato, Homage;
  • Lentz, “… to beam in distant heavens”, Sydney Symphony Orchestra;
  • Holland, The Montreal Tapes;
  • Perelman – Wooley, Polarity 2;
  • Roberts, Coin Coin Chapter 5: In The Garden;
  • Bartók, String Quartets Nos. 1-6, Keller Quartet.

E poi mi sono regalato il cofanetto della Deutsche Grammophon con tutto Brahms; magari prima o poi ci scriverò sopra qualcosa.

(18/12/23)