I nazisti e le ghette di Wodehouse

Leggo Homo ridens, un bel saggio di P. L. Berger sull'onnipresenza dell'elemento comico nella storia dell'umanità.

Personalmente detesto il sarcasmo, ma non per questo sono insensibile all'umorismo: anzi: e già il fatto che trovi enorme piacere nello scrivere per Topolino dovrebbe dimostrarlo.

Ridere (che è diverso dall'abitudine al deridere) mi pare una delle cose più belle che possediamo; e la comicità può essere anche uno straordinario strumento di conoscenza. Di certo chi è sempre serio provoca in me profondo scetticismo: grigiore e tetraggine non sono attributi dello studio e dell'attenzione ma della superficialità e dell'abitudine al pensiero uniformato. Il totalitarismo è nemico della risata perché non può nulla contro di essa; è un immediato segnale di libertà. Su questo tema Kundera ha scritto pagine indimenticabili: conviene riaprire i suoi Testamenti traditi e la sua Arte del romanzo.

Comunque: in una nota del suo libro, Berger racconta questo piacevole aneddoto riguardante l'opera di Wodehouse - lo scrittore comico inglese, creatore dei romanzi di Jeeves:

I servizi segreti tedeschi, straordinariamente privi di ogni forma di senso umoristico all'inglese, leggevano Wodehouse nella convinzione che potesse fornire loro una descrizione etnograficamente precisa della vita nel suo paese d'origine. Paracadutarono sul suolo britannico un agente che indossava le ghette: fu immediatamente individuato e arrestato.

(10/12/17)

Quando le cose prendono una brutta piega

Leggo Alcune questioni di filosofia morale di Hannah Arendt, che da solo basta per mesi e mesi di riflessioni. Mi ha colpito in particolare un passaggio, che ricopio qui sotto per intero. Nel discutere l'azione morale in tempi particolarmente cupi, Arendt suggerisce che la catena di ragionamenti e dubbi salti di fronte a una sorta di evidenza originaria. Quando le cose vanno davvero male, la differenza sta tutta in chi non accetta di collaborare per un istintivo bisogno di proteggere la propria integrità interiore; per un rifiuto del male che va ben oltre i suggerimenti della coscienza.

La formula cautelativa di Arendt va ribadita: non agiamo sempre in base questa intuizione. (Il rischio, peraltro, è che la virtù non sarebbe più insegnabile: la distinzione netta fra chi possiede e chi no tale dono morale fa collassare l'idea stessa di educazione all'umanità). Ma in determinati casi — "quando le cose prendono una brutta piega", appunto — la girandola delle valutazioni e degli obblighi non comincia neanche; chi pronuncia la parola contraria lo fa subito, istintivamente, senza clamore, con dignità e risolutezza.

Oggi le cose stanno prendendo una piega inquietante; non brutta come durante il nazismo, non ancora, ma inquietante. Forse è il caso di rileggere le parole di Arendt e affidarci a chi dice "Non posso".

Se prendete il caso di quei pochi, pochissimi, che durante il collasso morale della Germania nazista rimasero immuni da ogni colpa, scoprirete presto che costoro non hanno mai dovuto affrontare alcun conflitto morale o alcuna crisi di coscienza. Non meditarono a lungo su problemi complicati — il problema del minor male o della lealtà al proprio Paese o della fedeltà al proprio giuramento, e via dicendo. Niente di tutto questo. Possono magari aver dibattuto dei pro e contro delle loro azioni, riflettendo anche sulla loro inanità e inefficacia; possono magari avere avuto paura, dato che c'era davvero motivo di averne. Ma costoro, comunque, non dubitarono mai che i crimini restavano crimini anche una volta legalizzati dal governo, così come non dubitarono mai che era meglio in ogni caso non partecipare a tali azioni criminali. In altre parole, essi non sentirono in se stessi un'obbligazione, ma agirono semplicemente in accordo con qualcosa che per tutti loro era autoevidente, benché non fosse più autoevidente per gli altri. La loro coscienza, se di questo si trattò, non parlò loro in termini di obbligazione, non disse loro "Questo non devo farlo", ma semplicemente "Questo non posso farlo".
Il lato positivo di questo "non posso" è che esso corrisponde all'autoevidenza delle proposizioni morali. Significa: non posso uccidere gente innocente, esattamente come non posso dire che due più due fa cinque. Al "Tu devi" o "Tu dovresti" è sempre possibile controbattere: non voglio o non posso, per svariate ragioni. Le sole persone affidabili sul piano morale sono invece quelle che, nei momenti in cui le cose prendono una brutta piega, dicono semplicemente "non posso".

(04/12/17)

Alessandro Leogrande, ti voglio bene

Ieri è morto Alessandro Leogrande, a quarant'anni, per un malore. Lo conoscevo da diverso tempo, benché ci fossimo visti dal vivo in non molte occasioni. Abbiamo avuto modo comunque di lavorare insieme, dallo Straniero di cui era vicedirettore a Pagina99 per cui, lungo alcuni mesi, curò l'inserto dedicato ai reportage Fuoribordo.

Lo stimavo moltissimo e gli volevo bene (no, gli voglio, gli voglio bene). Ogni volta in cui lo rivedevo - l'ultima è stata a marzo, a Bookpride - ero felice di abbracciarlo. So che sembra retorica, ma anche solo vederlo mi spingeva al sorriso.

E ora è morto, all'improvviso, e sto riscrivendo questo incipit da mezz'ora perché sono ancora nella fase della mancata accettazione. Ma ciò nonostante vorrei dedicargli qualche parola in più di un tweet commosso, proprio perché delle parole lui aveva così tanta cura. Dunque provo a dominarmi, come hanno fatto altre persone che gli sono state ben più accanto di me: Christian Raimo, Nicola Lagioia e Marino Sinibaldi, Annalisa Camilli e tanti altri. Non sarà forse il migliore dei miei pezzi, ma sarà sincero.

Alessandro era uno scrittore, giornalista, intellettuale; ma questo dice ancora poco: tanti scrittori giornalisti intellettuali sono individui qualunque, spesso deteriori. Lui però possedeva la virtù, coltivata con passione e intransigenza, dell'integrità morale: e da questa gli veniva, come fosse un dovere implicito, un nitore assoluto del pensiero.

Io l'ho sempre visto come un erede di Chiaromonte e Caffi: di quella linea libertaria e ahimè in secondo piano del nostro Novecento: era meticoloso, aperto al dialogo, serissimo eppure capace di una prosa fresca e comprensibile - aperta a chiunque perché istintivamente nemica del potere e dell'oscurità.

Ma soprattutto era un grande erede di Gaetano Salvemini, che amava spesso citare: un inesausto indagatore della questione del Mezzogiorno. Come ha detto Lagioia a Radio3, si è occupato di mafie senza mai diventare un "professionista dell'antimafia" - per citare la celebre espressione sciasciana. Non solo: Alessandro sapeva parlare di caporalato, criminalità organizzata, divario nord/sud, precarietà, razzismi: così come sapeva parlare di immigrazione, libertà ed eguaglianza, Taranto, antifascismo, Genova 2001, renzismo, sfruttamento nelle campagne, Africa, sinistra in crisi, muri e migrazioni, Ilva, Berlusconi, i CIE.

Questo eclettismo, questo amore - amore, amore - per la conoscenza e la sua trasmissione; questa inimicizia naturale verso il potere, lo confermano certo un nipote di Salvemini: ma anche un figlio di Alexander Langer e un fratello di Luca Rastello.

Era uno straordinario reporter, perché insieme all'indagine sul campo affiancava una rigorosa conoscenza teorica; ai fatti - riportati sempre puntualmente e mai alterati per sostenere una tesi preconcetta - accompagnava la riflessione, il dubbio, lo stimolo. Un libro come La frontiera è in questo senso esemplare, e consiglio a chiunque di leggerlo o rileggerlo.

Conosceva le trappole di una lingua autoindulgente o inutilmente solenne. La sua voce, scritta o parlata alla radio, era invece sempre limpida, attenta, accurata; il suo italiano nutrito delle migliori letture.

Questo lo scrittore.

E l'uomo?

Altri, che l'hanno conosciuto più a lungo e meglio di me, sono senza dubbio più titolati a dire di lui. Per quanto posso dire io, Alessandro possedeva qualità straordinarie: era gentile, sorridente, pacato, dotato di una straordinaria umanità e di un'etica cristallina. Era invaso da una grandissima serietà, dalla profondità che reca soltanto il bisogno di comprendere e combattere il mondo così com'è, sempre parlando con lucidità alla ragione e senza mai solleticare con ammiccamenti alla pancia. Eppure era anche pervaso da un garbato umorismo: io ne ricordo tutt'ora il bellissimo sorriso.

Credo che il modo migliore per tenere vivo (tenere vivo, non ricordare) uno scrittore sia leggere le sue parole e meditarci sopra. Di parole Alessandro ce ne ha lasciate tante, inesausto com'era: e tutte molto belle. Potete iniziare dagli articoli raccolti su minima&moralia, e poi passare ai suoi libri, e quindi recuperare tutto il resto.

Posso aggiungere solo qualcos'altro, mentre il giorno in cui ho appreso della sua morte improvvisa - a quarant'anni, sant'iddio - sta per finire e il momento dell'incredulità dovrà lentamente cedere all'accettazione, per quanto non voglia. Era, sia detto con semplicità, un uomo buono, serio e appassionato. E nel dolore di questo momento, spero resti il monito che nel tempo che ci è concesso su questa terra dobbiamo essere buoni, seri e appassionati anche noi.

Anche per questo vorrei permettermi di citare le parole di suo padre, nell'annuncio terribile della morte del figlio:

Alessandro, per me, era bellissimo. Alessandro era la Gioia, che entrando in casa , ci coinvolgeva e travolgeva, roboante e trascinante; ma era anche il lavoro fatto bene, analitico e profondo; tutto alla ricerca della verità; ed era anche la denuncia; fatta con lo stile dell’annuncio, che, nonostante tutto, un mondo migliore, è ancora possibile. Ho sempre percepito, orgogliosamente, che la Sua essenza fosse molto, ma molto migliore della mia. Oggi questo padre si sente orfano.

Nel cinismo, nell'indifferenza, nella cattiveria, nella distruzione gratuita, nell'odio spacciato per la rivoluzione, ecco: Alessandro Leogrande - la sua persona e le sue parole, la sua cura per le cose, la sua concretezza nel trattare il discorso politico, la sua radicalità e la sua gentilezza - sono state e tuttora sono - ecco l'importante: tuttora sono - l'antidoto indispensabile che ci serve; l'eredità intellettuale che dobbiamo raccogliere.

Ciao Ale. Ti voglio bene.

(27/11/17)

Consigli non richiesti per i regali

Fra un mese è Natale: colgo l'occasione per fare qualche consiglio di regalo basato sulle letture e gli ascolti dell'anno in chiusura; è anche un modo per fare un po' il punto di quanto assorbito. Non commento ogni singola scelta, altrimenti facciamo notte: se gli spunti vi stuzzicano, fate un giro online o chiedete lumi al vostro negoziante di fiducia (meglio).

1. NARRATIVA

Quest'anno ho parlato a chiunque di Nina Berberova: potete cominciare da Il giunco mormorante (Adelphi) - un piccolo capolavoro. E se come me volete recuperare alcuni classici, perché non I viaggi di Gulliver di Swift e La certosa di Parma di Stendhal: magari entrambi nell'edizione Feltrinelli magnificamente curata da Gianni Celati.

Ho amato moltissimo anche Le onde di Woolf (Einaudi) e Suite francese di Némirowsky (Adelphi): altri due grandi romanzi che mi mancavano. Aggiungo poi l'ibrido Storia naturale della distruzione di Sebald (Adelphi), Piove all'insù di Luca Rastello (Bollati Boringhieri), il torrenziale e stupendo Una vita come tante di Yanagihara (Sellerio). Tra le uscite più recenti, segnalo in particolare Patria di Aramburu (Guanda).

2. POESIA

Solo due titoli: Citizen di Claudia Rankine (66thand2nd) e un libro di qualche tempo fa, Strada lavoro di Sebastiano Gatto (Nervi Edizioni).

3. SAGGISTICA

Quest'anno sono caduti due anniversari rilevanti. Per il 1917, non vi stupirà il mio consiglio eretico: La rivoluzione uccisa di Volin (Res Gestae); per il 1977, il libro più allegro e diverso che ho letto è senz'altro Ma chi ha detto che non c'è di Manfredi (Agenzia X). Sempre di carattere più o meno storico propongo I piacentini di Pontremoli (Edizioni dell'asino), Memorie di un fuoriuscito di Salvemini (Feltrinelli) e Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate rosse di Aglietta (io ho la vecchia edizione Milano Libri).

Politica, etica e dintorni: Disobbedienza civile di Arendt (Chiarelettere); gli Scritti scelti di Berneri (Zero in condotta); Una vita operaia di Manzini (Unicopli); L'anarchia di Ward (Elèuthera); e inevitabilmente La politica dell'impossibile di Dagerman (Iperborea).

Cultura, varie: Storia notturna di Ginzburg (ora Adelphi); Grammatica della fantasia di Rodari (Einaudi); Babele di Petrosino (il Melangolo).

Infine, un libretto indefinibile e meraviglioso: Fine pena ora di Elvio Fassone (Sellerio).

4. MUSICA

Classica: il Quartetto n. 15 di Šostakovič; le Estampes di Débussy; Oiseaux exotiques di Messiaen; gli Intégrales di Varèse; la Fantasia K397 di Mozart; la Seconda Sinfonia di Brahms; il Preludio, fuga e variazione op. 18 di Frank; l'Album per la gioventù di Schumann.

Jazz: Conference of the birds di Dave Holland; First Meditations di Coltrane; New York, N.Y. di George Russell; Stretch Music di Christian Scott; The Art of Trio vol. I di Mehldau; il Live in Paris 1964 di Roland Kirk; Solo Monk di Monk.

Rock-pop-hardcore-altro: Syr 1 dei Sonic Youth; Umber dei Bitch Magnet; Under color of official Right dei Protomartyr; il Live in Reykjavik dei This Will Distroy You; Tired of Tomorrow dei Nothing; A Deeper Understanding dei War on Drugs; So Tonight That I Might See dei Mazzy Star; Hugh of Thunder dei Broken Social Scene. Italiani? Un solo consiglio, ma vale oro: Graziosa Utopia di Edda.

5. FUMETTI

Ho letto meno fumetti del solito e sono stato un po' sfortunato con le scelte: mi limito a consigliare Special Exits di Farmer (Eris), Da quassù la terra è bellissima di Bruno (Bao) e Isaac il pirata del grande Blain (Coconino).

(25/11/17)

L'immaginario sovversivo di Amedeo Bertolo

Il 22 novembre 2016 morì a Milano Amedeo Bertolo, tra i fondatori di A - Rivista anarchicaInterrogationsVolontà; e delle case editrici l'Antistato ed elèuthera. Ho avuto modo di conoscerlo in un paio di occasioni: abbiamo solo scambiato qualche battuta, ma la sua intelligenza e umanità erano subito evidenti - così come il suo carisma.

Da ieri trovate in libreria una selezione dei suoi scritti a cura appunto di elèuthera: Anarchici e orgogliosi di esserlo. Merita senz'altro una lettura, anche e soprattutto da parte di chi conosce poco o nulla del movimento libertario: per la chiarezza esemplare dello stile, per l'originalità delle idee, e la vastità dei temi analizzati. Chi è più edotto vi troverà la bella sintesi di un pensatore importante, e riconoscerà in questi articoli la dote essenziale di ogni libertario: un'ostinata libertà d'analisi, appunto: e un'ostinata volontà di mettere alla prova e rinnovare le idee ricevute dell'anarchismo classico.

(Ho sempre avuto paura delle idee che non sono passate attraverso la forgia del dubbio, del dialogo e della pratica; anche e soprattutto se si tratta di idee giuste. Ecco, questa pigrizia nelle parole di Bertolo non c'è mai: c'è invece un'interrogazione senza posa, che però mai scivola nel relativismo spiccio o nella negazione di alcuni principi di base).

Molte cose si potrebbero dire, aggiungere, discutere: e spero ce ne sarà modo, con il tempo. Intanto vorrei trascrivere una sua lunga citazione tratta dal pezzo L'immaginario sovversivo, del 1987. Trent'anni fa, e non suona invecchiata di un istante; e più ancora, ci ricorda come la trasformazione necessaria non sia la presa di un immaginario Palazzo d'Inverno, bensì una rivoluzione di ordine innanzitutto culturale - un lungo e interminabile esercizio di razionalità, passione e critica del potere. Una prassi dell'oggi e non del domani, un'etica dell'integrità, della libertà e del coraggio:

L'anarchismo è dunque la speranza e la volontà di una trasformazione sociale talmente radicale, talmente in contraddizione con l'ordine esistente da rendere possibile una fortissima tensione utopica. Ma quella stessa fortissima tensione utopica è anche necessaria per indirizzare l'azione sociale verso un mutamento così eccezionale da implicare un vero e proprio salto di qualità [...].
Poiché il mutamento anarchico implica un salto di qualità culturale (una "mutazione culturale", staremmo per dire), la funzione dell'utopia anarchica è innanzi tutto la funzione rivoluzionaria di far crescere la speranza e la volontà di cambiare la società sino al punto non semplicemente di superare i confini di un dato sistema di potere, ma di spezzare addirittura la tenace membrana culturale che separa lo spazio simbolico del potere dallo spazio simbolico della libertà. Una membrana fatta dal millenario depositarsi e stratificarsi e tramandarsi di generazione in generazione, nelle strutture caratteriali e nell'immaginario sociale, dei comportamenti gregaristico-autoritari e dei valori gerarchici, dei fantasmi e dei miti costruiti da e per società costituzionalmente divise in dominanti e dominati.
In questa rottura culturale sta il vero senso della rivoluzione anarchica, che non è le grand soir, non è l'apocalisse, ma una "mutazione" culturale di intensità e portata inaudite, fatta di trasformazioni etiche strutturali, comportamentali, di trasformazioni individuali e collettive. Poiché lo stato è innanzitutto nella testa della gente, dei servi più ancora che dei padroni, la funziono utopica è funzione rivoluzionaria in senso anarchico innanzitutto se e in quanto riesce a dissolvere questo "stato inconscio", consentendo la liberazione di energie potenziali enormi, aprendo le tanto temute (dai padroni, ma anche dai servi) "cateratte dell'anarchia"

(24/11/17)

Cookie

Questo sito utilizza cookie di navigazione. Per saperne di piu'

Approvo

Questo sito usa alcuni cookie anonimizzati indispensabili per una buona navigazione, ma nessun tipo di tracciamento per fini pubblicitari; continuando a navigare do per scontato che per te sia okay.

2017  Giorgio Fontana   globbers template joomla