Il diritto digitale ad abitare la città

Come si abita oggi una città? Per orientarci ricorriamo a Google Maps; per avere suggerimenti su dove mangiare consultiamo TripAdvisor o Yelp; per cercare un posto dove dormire, AirBnb o Hostels.com; e così via. Basta riflettere un istante per riconoscere l’elusività di una linea che separi lo spazio materiale e quello digitale. In apparenza queste applicazioni sembrano del tutto innocue, meri servizi; ma nascondono delle dinamiche di controllo con pesanti ricadute sulla città “in carne e ossa”. Per valutare correttamente questo lato oscuro dell’informazione urbana, però, occorre un atteggiamento diverso nei suoi confronti.

Nel 1968 Henri Lefebvre pubblicò un testo seminale al riguardo, Il diritto alla città (oggi edito in Italia da Ombre Corte). Secondo il sociologo francese si trattava di rivendicare una maniera di abitare ispirata all’autogestione e alle comunità cresciute dal basso. Invece di demandare sempre il controllo degli spazi alle autorità – che molto spesso si limitano a cercare accordi con le élite economiche – occorre riappropriarsene in prima persona, di quartiere in quartiere. Ora, è fuori discussione che ci sia bisogno di politiche inclusive e un approccio più egualitario. Il crescere delle diseguaglianze, la segregazione delle zone periferiche e la progressiva riduzione di spazi pubblici a favore di enti privati conferma tutta l’attualità di queste tesi. Ma come abbiamo visto e come verifichiamo ogni giorno estraendo uno smartphone per strada, il nostro modo di vivere la città è cambiato a un livello più profondo. Il che suggerisce un aggiornamento dell’intuizione di Lefebvre.

È quanto propone un gruppo di ricercatori americani nel recentissimo pamphlet Our digital rights to the city (Meatspace Press), curato da Joe Shaw e Mark Graham. Il breve volume, scaricabile gratuitamente online, raccoglie una serie di contributi ispirati al rapporto fra potere delle tecnologie e forme dell’abitare metropolitano. Se Lefebvre difendeva il «diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare, il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione», questi studiosi ne aggiungono un altro ancora. Il diritto digitale, appunto: la possibilità di gestire i propri dati relativi al vivere urbano, invece di darli in pasto a Google & Co.; e ribadire la politicità di queste informazioni.

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(20/03/17)

L'ossessione di avere ragione

"E tu, per gli dei, non ti vergogni di presentarti ai Greci come un sofista?".

Così Socrate a Ippocrate, mentre si dirigono a rendere visita a Protagora nell'omonimo dialogo platonico. Ippocrate vuole diventare un sofista; anche se ammette che sì, un po’ se ne vergogna. E poco dopo ammetterà anche di non sapere di preciso cosa sia questa professione di "maestro del sapere". Socrate lo rimprovera:

si rischia molto di più nell'acquistare gli insegnamenti che non i cibi. I cibi, infatti, e le bevande, una volta acquistati dal venditore o dal commerciante, si possono portare via in altri recipienti. Prima di berli o mangiarli si può, dopo averli riposti in casa, chiedere consiglio, domandare a un esperto se va bene mangiarli o meno, in quale quantità e quando. In questo modo non si rischia molto nell'acquisto. Al contrario, non è possibile portar via le conoscenze in un altro recipiente, ma, dopo aver pagato il prezzo pattuito, acquisito e ricevuto l’insegnamento nell'animo bisogna andar via o con un danno o con un beneficio.

Ma subito aggiunge un invito fondamentale: "esaminiamo dunque queste affermazioni anche con coloro che sono più vecchi di noi. Noi, infatti, siamo ancora troppo giovani per risolvere una questione così importante.

Non dice: "Protagora è un furbastro ingannatore, fidati di me"; dice anzi: esaminiamo. E aggiunge, con un eccesso ironico di modestia, che loro due sono “ancora troppo giovani” per cavarsela da soli con una questione tanto importante. C’è dunque bisogno di indagine. C’è bisogno di un dialogo razionale — che purtroppo verrà deluso dal fumo negli occhi creato dal sofista.

Il Protagora è un testo molto attuale. Platone vi fa collidere drammaticamente due figure del pensiero: Socrate, che si impegna con costanza a cercare la verità; e il sofista per cui la differenza tra vero e falso non è così importante: l’importante è trionfare sull'avversario. Ora, un elemento inquietante del discorso pubblico contemporaneo — nel gioco di argomentazioni, nella conversazione digitale e non — è proprio questo: si discute innanzitutto per affermare di avere ragione. Per vincere, per schiacciare l’avversario con cui abbiamo incrociato le armi. Il fine del dialogo non è quello di mettersi alla prova ma di corroborare una posizione — la propria — che già si sa giusta.

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(17/02/17)

Contro il sarcasmo

Nel primo dei due saggi contenuti in L’ordinario e il sublime, Adam Zagajewski riflette sul tentativo di Mann di opporre alla violenza fascista e alla sua mitologia arcaica una forma di ironia «non del tutto inerme, non completamente astratta». E aggiunge che se questo compito aveva un valore preciso negli anni Trenta, oggi si è deformato quasi completamente. Secondo il grande poeta polacco, «l’ironia è una variante piuttosto perversa della certezza». Si è così involuta dal suo uso originario e socratico da diventare spesso una mossa reazionaria: «Non è più un’arma puntata contro la barbarie del sistema primitivo che stava trionfando nel cuore stesso dell’Europa, ma esprime la disillusione per il crollo delle aspettative utopistiche […]. Certi autori usano l’ironia per criticare la società consumistica, altri continuano a lottare contro la religione, altri ancora contro la borghesia. Talvolta l’ironia esprime anche qualcosa di diverso: lo smarrimento in un mondo pluralistico. A volte nasconde solo una certa povertà intellettuale: se non sappiamo cosa fare, di sicuro la cosa migliore è essere ironici. Poi si vedrà».

«Poi si vedrà»: non abbiamo coordinate precise sulla mappa, quindi nel frattempo tanto vale farci una risata. Sia inteso, Zagajewski non banalizza il discorso. Rivendica il bisogno di sentimenti alti e impegnativi, ricordando però la necessità di un’ironia correttiva che impedisca di rendersi elitari. Il suo elogio del concetto platonico di metaxu — l’essere collocati in mezzo, fra materialità e trascendenza — si traduce così in un richiamo alla misura.

E tuttavia il titolo del saggio è In difesa dell’ardore. Perché la nostra epoca è rimasta prigioniera di un unico polo, quello dell’ironia. Aggiungo: l’ha elevata a canone attraverso la sua forma più becera — il sarcasmo. Non amo ricorrere all’etimologia per inquadrare un problema, ma in questo caso è difficile resistere: il termine deriva dal greco sarkasmós, a sua volta figlio di sarkázō, che significa «dilaniare le carni». In tempi poveri di ideali e colmi di rabbia sociale, il cinismo vince con facilità sull’empatia. E il sarcasmo non è che una sua variante: può sembrare innocua, ma nasconde un sottile esercizio di violenza. È possibile mettere in ridicolo qualunque cosa, e lo si fa con gusto. Chi ragiona e dubita è sospetto, perché non partecipa al grande spettacolo della risata senza fine.

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(03/02/17)

Malinconia di sinistra

"Due miserie in un corpo solo": così Giorgio Gaber chiudeva Qualcuno era comunista — uno degli esempi più limpidi di rimpianto e malinconia per una sinistra che non c’è più, per un’epoca andata. Più in generale, un’ammissione di sconfitta. È questo sentimento che indaga Enzo Traverso nel suo ultimo saggio, intitolato appunto Malinconia di sinistra.

Recensendo il libro sul manifesto, Marco Bascetta partiva significativamente dalla morte di Fidel Castro: un evento simbolico che sembra ammainare una volta per tutte la bandiera rossa, che già aveva subito un colpo storico con la fine del blocco sovietico nel 1989.

In effetti, il crollo del Muro di Berlino fece cadere definitivamente dei regimi oppressivi; ma come ricordava Luciana Castellina in occasione del venticinquennale dell’evento, con esso caddero anche degli ideali di cui si erano nutrite intere generazioni: "l’89 è anche il tempo in cui per milioni di persone prende fine la speranza — e persino la voglia — di cambiare il mondo, quasi che il socialismo sovietico fosse stato il solo modello praticabile. E via via è finita passare anche l’idea che tutto il secolo impegnato a costruirlo anche da noi era stata vana perdita di tempo".

Oggi vediamo i frutti di questa sconfitta storica: il trionfo del mercato finanziario globalizzato, una diseguaglianza sociale acutissima, la diffusione di un populismo inferocito e razzista, e una moltiplicazione di altri muri (fisici ma non solo) che emarginano i meno fortunati.

Tuttavia, Traverso fa subito una precisazione: "la fine del comunismo ha troncato questa dialettica tra passato e futuro, e l’eclissi delle utopie che accompagna il nostro tempo «presentista» ha condotto la memoria marxista alla soglia dell’estinzione. […] Questo mutamento ha favorito la riscoperta di una visione malinconica della storia come ri-memorazione (Eingedenken) dei vinti — Walter Benjamin ne è stato l’interprete più profondo — che appartiene a una tradizione nascosta del marxismo".

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(30/01/17)

Privacy e dignità dell'essere umano

Il 15 settembre 2016, durante un Q&A sul film ispirato alla propria vita, Edward Snowden pronunciò alcune frasi interessanti. Tre anni prima, Snowden aveva deciso di diffondere dei documenti con cui dimostrava l’eccesso di sorveglianza da parte del governo USA sui propri cittadini. Snowden difese il proprio gesto — che lo ha portato a cercare asilo in Russia — spiegando che a suo avviso la privacy è “la sorgente di ogni diritto”. E contro l’argomento per cui chi non ha nulla da nascondere non deve temere alcuna intrusione nel proprio spazio, replicò che è come “dire che non ci si interessa della libertà d’espressione perché non si ha nulla da dire”. In conclusione, “la privacy non c’entra con ciò che nascondiamo. La privacy c’entra con ciò che proteggiamo. Ciò che si è”. Ecco il punto. La difesa della privacy ha a che vedere con ciò che siamo. Ma cos’è esattamente la privacy?

La distinzione fra sfera pubblica e privata è antica almeno quanto Aristotele, ma percorre la riflessione politica occidentale in maniera carsica: di fronte ai grandi sistemi politici e teologici, lo spazio concettuale dedicato al singolo e alla proprietà delle sue informazioni è emerso molto lentamente. Il primo trattamento completo risale a un saggio di Warren e Brandeis del 1890 (The Right of Privacy); e solo con il XX secolo il tema assume un’identità abbastanza definita, fino a diventare di particolare attualità negli ultimi decenni. La ragione è scontata: a un aumento senza precedenti della produzione e diffusione di dati deve corrispondere una più profonda analisi del modo in cui questi dati sono organizzati e protetti. Possiamo dunque definire la privacy come la possibilità di controllare liberamente quali delle nostre informazioni personali possono e devono rimanere nascoste all’occhio pubblico: secondo l’elegante formula di Introna e Pouloudi, è libertà dal giudizio altrui. C’è una fetta di noi stessi — di ciò che pensiamo, delle nostre parole, dei nostri atti — che decidiamo di tenere al riparo per ragioni che non siamo tenuti a rendere pubbliche. Certo, questo principio può essere usato per difendere scopi criminosi, o mascherare il ricorso all’omertà, o ancora per dissimulare la più odiosa delle ipocrisie. Ma piaccia o meno, senza tale diritto avremmo una società della trasparenza assoluta, e dunque — per forza di cose — di un conformismo assoluto: l’anticamera del totalitarismo.

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(12/01/17)

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