Praticamente un manifesto

Goffredo Parise, "Vivere la vita dell'Italia dei più", dalla piccola raccolta Dobbiamo disobbedire:

E credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non è possibile l'una senza l'altra. Alla democrazia in Italia credo con la ragione, per carattere e per nascita. Alla pedagogia credo con il cuore. Quando, come piace agli snob, scrivo un romanzo o un racconto e, secondo il loro modo di esprimersi, "faccio della poesia", io non penso mai soltanto a loro. Penso semplicemente a tutti, a cui, teoricamente, mi rivolgo. Quei tutti li penso simili a me (anche se non sono) o tali da provare simpatia per loro o loro simpatia per quello che scrivo. Non mi è mai passato per la testa di avere un pubblico preciso, individuabile, da cui qualcuno sia escluso.
Teoricamente ogni persona che sappia leggere deve capire quello che scrivo. Lo deve capire perché ritengo di scrivere in modo semplice e chiaro, anche quando devo esprimere qualcosa che nella sua essenza è oscuro. Il mio lavoro quando mi trovo di fronte a qualcosa di complesso e di oscuro è questo: spiegare e descrivere in modo semplice e chiaro qualcosa che (non c'è niente da fare) spesso è complesso e oscuro. Evito le parole "difficili" o di uso ristretto, o transeunti, come quelle che durano soltanto una breve stagione e poi c'è da vergognarsi di averle pronunciate. Le evito sia perché mi sono antipatiche sia perché, essendo difficili, non sono parole democratiche e dunque sono contrarie a ciò in cui credo.
I lettori stiano in guardia da coloro che usano parole "difficili", perché sono persone che vogliono far credere di sapere cose che gli altri non possono sapere: chiunque siano, da qualunque parte stiano, la loro natura è infida.

(19/04/14)

 
An invisible apprenticeship

Sulla rivista digitale inglese Berfrois appare oggi una traduzione - con qualche modifica - di un frammento del saggio su depressione e linguaggio a cui sto lavorando.

Comincia così:

Jean Améry titled his renowned book on voluntary death, Hand an Sich Legen – To lay Hands on Oneself. Beyond the argument of Amery (who killed himself in 1978), I’ve always found this image very appropriate. It describes with precision and grace a terrible gesture; it highlights the movement, inscribes it in time. It emphasizes, in particular, its slowness: the hand must be raised – it is consciously raised – and then it falls and hits. There is no suicide, even the most rapid – a bullet instead of a cut wrist – which does not involve a long elaboration of this shape. The suicide victim cultivates death, and he becomes a victim only with time. Sure, he can end his own life out of the blue: a flash of terror, instant execution. But most often the idea of suicide is an idea that matures; though always equal to itself, as if it gains strength and reason over time, or throws an ever wider light of relief. To raise your hand against yourself requires an invisible apprenticeship.

[continua a leggere su Berfrois]

(18/04/14)

 
Vita in bellezza: l'urgenza dell'antifascismo oggi

vera vassalle

(foto: la Medaglia d’Oro Vera Vassalle, radiotelegrafista partigiana. Fonte ANPI)

L'anno scorso scrissi un pezzo dal titolo Antifascismo radicale, in cui sottolineavo la necessità di ridare linfa agli ideali della Resistenza e al pensiero antifascista senza limitarsi alla celebrazione memorialistica. Anche quest'anno vorrei confermare, in modo se possibile ancora più incisivo, la necessità di tale pensiero — e in particolare la sua enorme urgenza.

In un momento storico in cui l'estrema destra sta rapidamente guadagnando punti in tutta Europa (il caso dell'Ungheria è emblematico, ma non certo il solo) è di importanza vitale puntare i piedi e non lasciare che la crisi offra altro sostegno a questa ideologia e alle sue nuove incarnazioni.

E quindi, di nuovo: bisogna ricordare con precisione ciò che accadde, evitare le trappole di una pretesa "memoria condivisa" o del mantra per cui "non c'era una parte giusta". Studiare: non solo chi combatté il fascismo ma anche e soprattutto i modi con cui il fascismo prese il potere, quali zone della pancia italiana solleticò e ancora solletica oggi; studiare l'opposizione degli anarchici, l'opera di Gobetti, le inestimabili memorie dei partigiani (e delle partigiane!); ma soprattutto trasmettere tale conoscenza in forma attiva: educare, insegnare, manifestare, criticare, scrivere, parlare, raccontare l'ideale che guidò la Resistenza, farlo circolare come una medicina benefica.

Certo, allora si lottava direttamente dentro o in esilio da un regime dittatoriale; e in seguito si lottò nelle fabbriche e nei boschi contro nazisti e repubblichini. Fortunatamente quei tempi sono lontani e per quanto indebolita e tormentata — e per quanto molti se ne dimentichino, o vogliano liquidarla per posa ribellista — viviamo nella democrazia che nacque dalla Resistenza. Banalizzare questo fatto è molto pericoloso, ed è insulto a chi vive ancora oggi in una dittatura violenta e militarizzata. Sono assolutamente a favore della critica delle forme involute di quella che Colin Crouch chiama postdemocrazia, così come dei troppi abusi che certi uomini della Repubblica hanno consumato nascondendosi dietro l'alibi di istituzioni democratiche; ma sono assolutamente contrario ad appiattire tale situazione sul regime — quasi fosse una giustificazione per reazioni pseudo-rivoluzionarie di cui conosciamo fin troppo bene gli esiti.

Tuttavia è un fatto, ed è un fatto che dovremmo ammettere più spesso, che l'Italia non sia mai riuscita a liberarsi per intero delle tossine fasciste. Questo sia nei casi peggiori — gli episodi più atroci del terrorismo nero, i depistaggi delle parti deviate dello Stato e il rischio autoritario che si corse — come nei casi in apparenza innocui come la presenza, ancora oggi, di gruppi di estrema destra o le simpatie più o meno diffuse verso il razzismo, la violenza, il machismo d'accatto e così via.

In tal senso l'antifascismo non dovrebbe mai essere banalizzato in chiave storicistica, come un aspetto delle vicende dell'Italia e dell'Europa: uno strumento da archiviare o semplicemente analizzare sotto vetro perché non serve più, perché appunto i tempi del regime sono lontani. No, l'antifascismo è un valore atemporale, sempre e comunque valido, che si oppone a un rischio altrettanto atemporale e ancora molto reale al giorno d'oggi, benché in forme diverse. Relegarlo alla manualistica lo svilisce; bisogna farne invece, come scrive Nicola Chiaromonte nel mio amato La morte si chiama fascismo, una "questione di coscienza":

Il ridicolo non ha nessun effetto su Hitler, la fronda nemmeno; ma le questioni di coscienza, di Gewissen, il tedesco non può non prenderle sul serio. E, fin dal principio, il tedesco prende sul serio il fascismo: l'italiano lo subisce, ma non lo prende sul serio altro che come costrizione; e non ne fa davvero una questione di coscienza.

Già. In questo forse c'è un tema più profondo, legato alla deresponsabilizzazione così tipica di una larga fetta di italiani: la dittatura è sempre subita dall'alto, il consenso non c'è mai davvero stato e quindi in fondo siamo brava gente, e via di questo passo fino alla liquidazione della gravità di quegli anni, o l'idea che l'impulso a certe tendenze fascistoidi, anche in minima parte, non siano più nemmeno possibili. Problema e soluzione, in questa sorta di revisionismo interiore, diventano sempre e comunque un fatto alieno al singolo, al poveraccio che "tiene famiglia". E così come il fascismo viene percepito quale un corpo estraneo alla dolce antropologia italiana (una sorta di brutta eccezione), allo stesso modo la soluzione del problema ricade sempre sulle spalle altrui.

L'impegno in prima persona viene pertanto sottilmente escluso, e se sentiamo qualcuno dire che gli zingari andrebbero bruciati tutti, ci culliamo nella rassicurazione che in realtà non parla sul serio, che viviamo in una "società civile". E lentamente abbassiamo la guardia: il pericolo di una mutazione contemporanea del virus fascista e di una sua diffusione popolare viene dissolto invece che combattuto — anche e direi quasi in primo luogo linguisticamente. Così l'antifascismo si riduce alla sua mitografia, a una nostalgica foto in bianco e nero, e smette di avere una funzione autentica. Smette di essere ciò che dovrebbe: antifascismo perenne.

Dovremmo dunque smettere di puntare sempre il dito altrove e assumerci le nostre responsabilità ogni giorno; fare del fascismo, appunto, una "questione di coscienza". Una cosa che fortunatamente un'altra fetta di italiani ha sempre fatto, perseguendo l'ideale di una società che, appunto, è la negazione del fascismo, di ogni incarnazione del fascismo, dalla più feroce e diretta alla più subdola e ammorbidita: il contrario di un'ideologia autoritaria, razzista, violenta e liberticida.

A tutto ciò il pensiero antifascista contrappone il fine di una società più equa, più giusta, più libera, dove tutti possano costruire la propria "capacità di avere aspirazioni", per usare una bellissima espressione di Arjun Appadurai. E lo coltiva con dei mezzi adeguati, senza scadere nel ribellismo facile ma senza nemmeno tentennare di fronte al problema, ridando linfa e fiducia alla democrazia con il solo vero mezzo che abbiamo: l'educazione, l'educazione, l'educazione. L'educazione all'idea che non esiste libertà se non è condivisa — che la mia libertà non vale nulla senza la tua.

Se per Chiaromonte il fascismo è una "morte in bruttezza" perché spegne tutti i valori vitali e culturali di un popolo, l'antifascismo è dunque una vita in bellezza. Rischiamo di perdere questo valore per ignoranza diffusa, analfabetismo morale, indifferenza o persino per semplice paura del futuro: ma è un rischio che dovremmo evitare con tutte le forze.

(14/04/14)

 
Rassegna stampa domenicale (13-04-14)

Un'intervista a Claudio Magris sull'Europa dei diritti.

"Se le isti­tu­zioni euro­pee aves­sero dimo­strato verso il gigan­te­sco casinò finan­zia­rio che ci ha tra­sci­nato nella crisi solo una fra­zione dell’impegno messo per imporre sacri­fici e auste­rità a chi ne ha pagato le con­se­guenze, pro­ba­bil­mente oggi i cit­ta­dini euro­pei sta­reb­bero leg­ger­mente meglio." La lobby più potente del mondo.

Rolling Stone pubblica il testo integrale del mitico Fear and Loathing in Las Vegas di Hunter S. Thompson. Se non l'avete ancora letto, è l'occasione buona.

Giovanni Boccia Artieri recensisce il nuovo libro di Fabio Chiusi sulla democrazia digitale.

Un magnifico pezzo di Nicola Lagioia sulla retorica del discorso dominante, sempre auto-assolutoria e incapace di autentiche scuse.

Confronto diretto fra la disoccupazione italiana e quella tedesca, in un grafico di Internazionale.

"The capitalist class would like us to be just sick enough not to fight back, but not so sick that we cannot work." Un'interessante nota, di sapore foucaultiano, attorno alla considerazione politicamente repressiva della depressione.

Storie partigiane, 1: Sergio Flamigni ricorda quando i fascisti volevano impiccarlo.

Storie partigiane, 2: "Abbiamo fatto la Resistenza. Se oggi sperano di stancarci, si sbagliano". Sul manifesto il racconto del documentario La memoria degli ultimi.

Lo stigma, di Loredana Lipperini.

Dipinti hardcore. Pogo!

(13/04/14)

 
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