I senzatetto a Milano

Sul nuovo numero di Pagina99 - in edicola per tutta la settimana entrante - c'è un reportage a fumetti scritto da me e Danilo Deninotti e disegnato da Lucio Ruvidotti. Si chiama Al gelo fra i clochard e racconta di due notti passate con i volontari di MIA in aiuto dei senzatetto a Milano.

Con Lucio e Danilo, sempre su Pagina99, avevo scritto due pagine su Miles Davis e in particolare un'inchiesta sugli spazi abbandonati a Milano. Questo lavoro ne è un l'ideale prosecuzione, e una nuova immersione nei temi sociali che stanno molto a cuore a tutti e tre.

(04/12/16)

L'Occidente, nonostante tutto

Scrivo questo pezzo pochi mesi dopo la Brexit, all’indomani dell’elezione di Trump, con gli occhi rivolti ai fascismi crescenti in Europa e la preoccupazione per il destino delle prossime elezioni nel continente. In questo panorama, dove il populismo di destra sembra aver corroso il pensiero critico o l’idea stessa di una politica dei diritti e dell’eguaglianza sociale, sarebbe molto facile alzare bandiera bianca e ammettere che l’Occidente ha fallito in tutto. La nostra civiltà ha colonizzato il pianeta e l’ha disastrato con guerre e sfruttamento; ha schiacciato culture locali, esportato un capitalismo selvaggio, e globalizzato unicamente la diseguaglianza. In cambio ha ricevuto un nuovo terrorismo. Non è un caso che siamo finiti qui. Adorno e Horkheimer avevano ragione: il volto oscuro dell’Illuminismo, la sua volontà di dominio, governa il mondo.

E invece Franco La Cecla, nel suo ultimo libro pubblicato da Elèuthera, invita a schierarsi esattamente sul lato opposto. Fin dal titolo: Elogio dell’Occidente.

Con un gesto controcorrente — quantomeno nell’area di sinistra — l’antropologo propone di distinguere fra i mali provocati dalla nostra parte del mondo (molti, si affretta subito ad ammettere) e la tradizione culturale e politica sana che invece l’ha percorsa, a volte per vie sotterranee. Salvare insomma il patrimonio tollerante, laico e rispettoso della libertà individuale dell’Occidente moderno, contro le sue devianze. La Cecla ci invita a evitare, soprattutto, le derive di una faciloneria diffusa: per cui è sufficiente auto-condannarsi e allo stesso tempo sfruttare i vantaggi della nostra parte di mondo. Perché “all’interno dello stesso Occidente c’è una storia e una geografia che parla d’altro. C’è la storia dell’opposizione a questa follia, la geografia di individui e di movimenti che si sono battuti per secoli contro la protervia dei potenti, contro la devastazione capitalista ed economicistica.”

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(18/11/16)

Un po' di cose su "Un solo paradiso"

A poco più di un mese dall'uscita, metto in fila i pezzi usciti finora su Un solo paradiso. Se mi è sfuggito qualcosa chiedo scusa (potete segnalarmelo senza problemi).

Recensioni: Volevo essere Jo MarchRecensire il mondoTuttolibriLa LetturaIl PiccoloKiyukylandiaMa però, Sololibril'EspressoDiario di pensieri persi, AnsaCultweek.

Interviste su carta e web: il Giorno, Io DonnaIl libraio (intervista).

Intervista in video: Rai letteratura.

Interviste in radio: FahrenheitRadio Popolare.

Extra: il collage dei brani jazz citati nel libro sul Lavoro culturale.

Come sempre, tengo aggiornata di giorno in giorno la pagina della rassegna stampa dedicata. Lo stesso vale per il calendario delle presentazioni, molto fitto fino a Natale.

(17/10/16)

Quarant'anni di Promessi paperi

Il weekend del 7-8 ottobre, a Milano, si svolgerà la terza edizione della Maratona Manzoni: la lettura collettiva de I promessi sposi in luoghi pubblici della città — in piazza san Fedele, in alcune case popolari e presso le centrali dell’acqua. L’idea è di ridare linfa al capolavoro di Manzoni — “una grande storia di tutti, concreta come il mattone degli edifici in cui si svolge, liquida come l’acqua da cui arriva” — e riportarlo nella sua dimensione urbana per eccellenza: Milano, appunto. Del resto i modi in cui I promessi sposihanno plasmato il nostro immaginario sono molteplici, così come quelli con cui sono stati a loro volta riplasmati. Dagli adattamenti in lirica di Ponchielli e Petrella alla celebre riduzione in 10 minuti degli Oblivion, passando per i film di Bonnard e Camerini e il Renzo e Lucia televisivo di Francesca Archibugi, l’opera fondante del romanzo italiano (per usare una definizione da banchi di scuola) ha dimostrato di avere sempre parecchio da dire.

Esattamente quarant’anni fa, Manzoni trovò spazio anche su Topolino con un adattamento parodistico dal titolo I promessi paperi. La storia fu pubblicata in due puntate, sui numeri 1086 e 1087, con la sceneggiatura di Edoardo Segantini e i disegni del grande Giulio Chierchini. (Una decina d’anni dopo ci sarà un bis alternativo: I promessi topi). L’operazione si inseriva perfettamente nella storia delle grandi parodie Disney, iniziata nel 1949 con L’inferno di Topolino — in cui Guido Martina e Angelo Bioletto partirono subito in quinta, confrontandosi con la prima cantica della Commedia. Da lì in avanti gli sceneggiatori italiani avrebbero rielaborato un gran numero di classici: Don Chisciotte, l’Iliade, l’Orlando furioso, Sandokane persino la Gerusalemme liberata. (A chi interessa approfondire il discorso, segnalo un eccellente articolo in due parti di Marco d’Angelo).

Il punto di partenza de I promessi paperi è un ribaltamento del celebre matrimonio che “non s’ha da fare”: Renzo, interpretato da Paperino viene costretto a sposare Gertruda, la “scocciatrice di Monza” impersonata da una Brigitta che tormenta il burbero Paperone (qui nei panni di don Rodrigo). Da lì parte una vicenda che in parte segue in forma satirica l’originale, e in parte se ne distanzia in maniera creativa ma non irriverente. I bravi si mescolano ai Bassotti diventando i Bravotti; a Gastone tocca il ruolo del cugino di Renzo, Bortolo; e Paperina è il naturale equivalente di Lucia Mondella. Così, in onore del weekend manzoniano e dell’anniversario de I promessi paperi, ho fatto due chiacchiere al telefono con l’autore della sceneggiatura, Edoardo Segantini.

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(07/10/16)

Come si diventa John Coltrane

Come si diventa ciò che si è? Prima di diventare se stesso, John William Coltrane fu, in ordine sparso: orfano di padre e madre a dodici anni, marinaio a Pearl Harbor (registrò per la prima volta una session informale alle Hawaii), eroinomane, ottimo studente alle elementari e alle medie, studente svogliato alle superiori, e un ragazzo folgorato da Charlie Parker. E prima ancora, novant’anni fa, il 23 settembre 1926, fu soltanto un neonato nero come tanti altri – e che come tanti altri portava un marchio. Coltrane era un cognome di origine scozzese, appartenuto a una famiglia americana e, secondo l’uso all’epoca, trasmesso ai propri schiavi. Ma John fu anche il simbolo del modo in cui a una radice o a un destino ci si possa ribellare.

Fin da adolescente amava restare solo con il suo strumento: un flicorno e un clarinetto prima, un sassofono poi. Le parole più ricorrenti nei ricordi degli amici sono «umile», «tranquillo», «riservato», «gentile». Si offriva al mondo con una naturalezza e una purezza disarmanti, ma non era affatto un ingenuo o un idiot savant. Era un uomo estremamente determinato. Nel dopoguerra suonò il sax tenore con la Eddie “CleanHead” Vinson Band, e poi con il famoso ensemble di Dizzy Gillespie. Ma cominciò a farsi strada davvero solo negli anni Cinquanta, quando prese parte allo storico quintetto di Miles Davis – da cui fu cacciato nel 1957 perché strafatto di eroina. Il modo in cui si sollevò da questo buco nero fu esemplare e dice molto di lui. Pochi mesi dopo il licenziamento, Coltrane si liberò della dipendenza con una decisione radicale. La droga gli stava facendo pagare un prezzo troppo alto in termini di capacità esecutive.

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(26/09/16)

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