Distruggere il mondo così com'è

Tempo fa un'amica mi ha prestato La deriva dei continenti di Russell Banks. Mi sono segnato le ultime righe (non è uno spoiler, per chi non l'avesse letto); ogni tanto ci ripenso e le metto anche qui per ripensarci ancora:

Gioia e lutto per la vita di altri, perfino vite del tutto inventate — anzi, soprattutto quelle — priverà il mondo di parte dell'ingordigia che gli occorre per continuare a essere sé stesso. Sabotaggio e sovversione, dunque, sono gli obiettivi di questo libro. Va', mio libro, e contribuisci a distruggere il mondo così com'è.

In ideale dialogo con questo, e in un certo senso anche con quest'altro; e soprattutto con quanto scriveva Ladislao Mittner dell'arte di Kafka:

non è soltanto, come può sembrare, una ripugnante deformazione della realtà: è anche, nei suoi momenti più alti e, in teoria, dovrebbe sempre essere, la distruzione di quella ripugnante menzogna che è la realtà.

(18/09/17)

Ai maschi come me, sul femminicidio

Credo abbiate letto tutti di quanto accaduto a Lecce: uno degli ultimi episodi di una consuetudine che dura da sempre - non uso la parola tragedia perché non lo è; è appunto un costume, un'usanza, qualcosa che si ripete e per cui tutti noi, maschi democraticissimi e che mai alzeremmo un dito contro una femmina, proviamo orrore.

Ma è sufficiente? No, assolutamente no. Perché anche noi maschi democraticissimi siamo molto indulgenti su modi di dire e fare che creano un brodo di coltura per questi atti: "Quella troia non me l'ha data"; "Si vestono così e poi si lamentano"; "Va' te quella puttanella cosa si crede di essere"; eccetera.

E pochi che ammettano la terribile verità. Non esiste donna che conosco che non sia stata molestata in maniera anche solo leggera da qualche maschio sul lavoro; non esiste donna che non abbia fatto fatica una volta nella vita a girare da sola per la città; praticamente non esiste donna che non abbia avuto problemi in quanto femmina nel mondo.

E la violenza sulle donne uccide moltissime più vite del terrorismo; ma è una violenza per lo più silenziosa, che compare nelle quinte o seste pagine dei giornali - a meno di non avere risvolti morbosi o particolarmente osceni - e soprattutto non attecchisce al bar. (Uso la metafora del bar per comodità, ma anche no - fuor di metafora: andate in qualunque bar di provincia, o in un normale caffè al mattino, e ascoltate cosa dicono i maschi). (Essere cresciuto a Caronno Pertusella aiuta, malamente, in tal senso).

Ora: parole e comportamenti beceri ma non violenti portano automaticamente a gesti terrificanti come i pestaggi e il femminicidio? No. A volte sono spacconate da bar, appunto: cameratismo maschile in cui capita di indulgere, specie da ragazzi: ma sono indice di un problema gravissimo e di cui si parla troppo poco. Un'abitudine al linguaggio porta a un'indifferenza verso i gesti.

Nel dettaglio: il rischio è seppellire tutto ciò sotto le rivendicazioni femminili senza un femminismo radicale; il rischio è consegnarsi di nuovo al pensiero dei padri e dei maschi, senza un'eguaglianza veritiera; e il rischio è anche usare un linguaggio troppo colto, troppo compiaciuto, perché arrivi dove serva: ai miei ex compagni delle medie di Caronno Pertusella, per dire. Al tipo che urla alla ragazza minacciandola in provincia di Macerata. Al padre di famiglia che picchia la moglie a Gorizia. Ai maschi.

Due anni fa scrissi un pezzo dal titolo Femminismo per i maschi. Per chiunque voglia approfondire un minimo il tema, rimando lì.

Per gli altri: fermate vostro cugino, vostro fratello, il vostro migliore amico, vostro zio, vostro nonno, vostro padre, dall'esercitare qualunque tipo di violenza sulle donne che conoscono; anche la più sottile, scontata, banale; fosse anche solo una parola gettata lì. Non li afferma come maschi; li rende solo degli schifosi bastardi, dei carnefici che prolungano un delitto vecchio di millenni.

(16/09/17)

Per un'utopia sostenibile

Thomas More fu decapitato nel 1535 perché si rifiutò di accettare l’Atto di supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra; la sua testa fu esposta per un mese sul London Bridge. Un destino riservato a troppi utopisti, di cui More può essere considerato il fondatore moderno. Come tutti sanno, scrisse un libro intitolato appunto Utopia: e lo scrisse innanzitutto per criticare la società inglese, piena di violenze, contrasti civili e diseguaglianze sociali. Sull’isola da lui immaginata non c’è la proprietà privata, non c’è moneta, l’oro è usato per fare i vasi da notte, il lavoro è obbligatorio per tutti ma dura solo sei ore al giorno, e tutte le religioni sono ammesse.

Ma More fece un’altra invenzione geniale, la parola stessa utopia: dal greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”); “non-luogo” – ma anche un gioco con l’omofono eutopia, derivato dal greco εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”). Data l’identica pronuncia, in inglese, di “utopia” ed “eutopia”, i significati si mescolano: nasce un luogo irraggiungibile e insieme ideale.

[continua a leggere sul Tascabile]

(13/09/17)

Senza dubbio

Butto giù due righe su un tema che mi è abbastanza caro: il proliferare delle certezze. La quantità di certezze che sembrano possedere le persone, su qualsiasi argomento; l'essere certi, certissimi, come atteggiamento esistenziale. Forse è sempre stato così, forse lo noto solo più di frequente perché i luoghi dove le persone possono esprimersi si sono moltiplicati, forse perché sul digitale interagiamo anche di striscio con più gente di prima. Un tempo si sarebbe parlato di cultura di massa: espressione che ho sempre trovato vagamente classista, e poco utile.

Comunque: le certezze. Anche di fronte al torto più marcio, si continua a sostenere la propria posizione — si è certi non tanto di un fatto quanto di avere sempre ragione. Un po' di tempo fa provai a indagare le ragioni che stanno dietro all'incapacità di ammettere i propri sbagli, e la distorsione che può minare il dibattito quando è viziato da tale automatismo.

Non è il caso di tornarci sopra. Però mi pare che la situazione non sia cambiata da allora: e più che i singoli contenuti — molto spesso boiate colossali — è l'atteggiamento a sconcertarmi sempre. In questi giorni, per un articolo, ho riletto alcune pagine di Congetture e confutazioni di Popper. C'è un punto in cui spiega bene la base della discussione razionale, ovvero

un atteggiamento di disponibilità reciproca, in una disposizione, non soltanto a convincere l'altro, ma anche ad essere eventualmente da questi persuaso. Cosa intendo per atteggiamento di ragionevolezza può emergere da un'osservazione di questo tipo: "Penso di avere ragione, ma posso sbagliarmi, e puoi avere ragione tu; in ogni caso, discutiamone: è probabile infatti che in questo modo ci accostiamo a una comprensione vera, più che se ognuno si limita ad insistere di aver ragione.

Questo atteggiamento di sano scetticismo metodologico, di "umiltà intellettuale" per dirla con Popper, mi pare rarissimo; e non è mai troppo presto per cercare di porvi rimedio con uno sforzo di educazione collettiva.

Intendiamoci: con ciò non voglio aprire la porta a un relativismo selvaggio. Tutt'altro; io posseggo diverse cose di cui sono sicuro e in cui credo fermamente. Alcune sono banali, altre più complesse; e in ogni caso sono pronto a difenderle con tutte le ragioni che ho acquisito negli anni. Sono sicuro che i vaccini funzionino, che Kafka sia uno scrittore immenso, che l'antifascismo sia un valore profondissimo, che la lotta per libertà e quella per l' eguaglianza sociale debbano andare di pari passo, che in francese "ninna nanna" si dica "berceuse", che i fini non giustifichino i mezzi, che criticare a caso senza aver letto o ascoltato sia stupido, eccetera. Ma su tante altre non ho un'opinione definita, e di moltissime non so nulla.

Ovvio, si discute spesso in assenza di ragioni conclusive: altrimenti passeremmo il tempo a scambiarci ovvietà e cose che già sappiamo. Si discute — si dovrebbe discutere — anche per mettere alla prova le proprie opinioni indefinite e corroborarle, oppure abbandonarle. Congetture e confutazioni, come diceva Popper.

La cosa paradossale è che a questo aumento di sicumera corrisponde un crollo — nel discorso pubblico, ma soprattutto sui giornali — dell'attenzione e della correzione reciproca. Tutti sono certi di cose per cui non si è speso un minuto a informarsi con cura, a studiare (parola quanto mai fuori moda). Si è andata radicando una cultura del pressapochismo, dell'irresponsabilità, dell'impunità. Affermare il falso o difendere ciò che non si sa è un problema da poco; basta che non ci siano ricadute pratiche. E generalmente non ce ne sono mai.

(10/09/17)

Un fatto descritto con chiarezza

(New York vers 1955, © The Estate of Garry Winogrand)

Il grande fotografo statunitense Garry Winongrand disse: "Non c'è nulla di più misterioso di un fatto descritto con chiarezza". Per il suo mezzo, ciò significava coltivare due forme di responsabilità: "Rispetto del mezzo, lasciandolo fare quello che fa meglio, ovvero descrivere. E rispetto per il soggetto descrivendolo così così com'è".

Può valere anche per la scrittura? Credo di sì. Un fatto descritto con chiarezza, con la massima attenzione, con la fatica necessaria a trovare le parole più adeguate - un fatto descritto con devozione, vorrei dire, desta sempre una misura di sconcerto. Un po' come osservare un corpo nudo, o ripetere una parola fino al punto in cui perde significato, o guardare un cadavere.

Non è semplice dire in cosa consista questa chiarezza, o spiegare perché ci colpisca così tanto (di sicuro colpisce me). Ho diversi esempi in testa - di Kafka, di McCarthy, di Proust - ma soprattutto mi viene voglia di riaprire i Diari di Cheever. Questa frase è quasi il manifesto di ciò che intendo:

Nella Ventitreesima strada ho letto un cartello: NON PERDETE IL VOSTRO AMORE PER COLPA DELLA CICCIA. C'era una vetrina piena di crocifissi di plastica. Lo strato superficiale della città è paradossale.

Ecco: la superficie è quanto sfioriamo e ignoriamo ogni giorno. Ma quando ci viene riportata davanti agli occhi, quando la osserviamo con cura, essa assume un aspetto paradossale; o quantomeno ci spiazza. Ci spiazza ripensare ai piccioni che si litigavano un pezzo di carta. Una signora che si tira un pugno sui lombi, davanti al semaforo. L'esatta sfumatura di rosso del semaforo. Le gradazioni di colore delle piastrelle simili a una mappa di un luogo dimenticato. Il dente storto di un cane che scivola sui gradini del terzo piano. Il tic di un ragazzino trascinato via dalla madre per mano dai suoi amici. Tutto ciò che il mondo genera e passa sotto il nostro radar perché irrilevante ai nostri fini quotidiani. Ma a chi invece si sofferma a custodirlo? Ancora Cheever, ancora i Diari:

Sono andato a camminare sulla spiaggia prima di colazione. Per poter scrivere con la massima onestà di come reagisco a questo paesaggio. Le colline, la macchia, ormai tanto gialla quanto prima era verde, i tetti neri dello stabilimento balneare: tutte queste linee mi ricordano un disegno giapponese. Le colline sembrano sorte dal mare, anche se non è così. Il litorale sta franando. Il vecchio che è morto due anni fa sosteneva di ricordarsi un prato dove ora c'è acqua fonda. Dall'altro lato dello stretto le scogliere di Naushon sono frastagliate perché sono franate, un pezzo dopo l'altro, in mare. Le pietre su cui cammini sono di uno strano colore. la moltitudine di forme ti confonde e ti mette allegrie.

Eccetera, eccetera. Svelare il mondo, dire le cose. Forse tutto questo genera meraviglia proprio perché non abbiamo tempo e modo di percepirla: è piuttosto ovvio, e non c'è bisogno di studiare la fenomenologia per intuirlo. In particolare oggi, se posso aggiungere. La percezione a volte si riduce a quanto ci viene segnalato: clicca qui, guarda qui, ecco una notifica, ecco l'indicazione verso dove recarti. E se uno invece guardasse con decisione una panchina? O un comignolo? la scritta sopra un accendino? O il nome di un paese dell'hinterland? O la piega di un foglio di carta? O il verde bottiglia di una matita?

Risposta banale e giusta: perché è stupido. Verissimo: provate a ripetervi un discorso del genere quando andate a prendere vostro figlio all'asilo, pagare una bolletta, prendere il treno per l'hinterland mezz'ora dopo perché c'è stato un guasto. Non ha senso.

Ma ecco allora il compito della fotografia - e di una certa scrittura, e di una certa cultura per estensione - ovvero attirare l'attenzione verso quanto viene ignorato e disperso perché siamo troppo occupati a fare altro, e questo altro non solo ci appare più importante, ma è anche la sola modalità di esistere che appare socialmente giustificabile. Ciò non per un romantico e retorico mito di chi "guarda le panchine" - quasi fosse un imbecille. Ma perché c'è davvero una quantità di cose che cascano nel passato, e nessuno o quasi le salva.

Una nuova obiezione: bel discorso; ma basta a giustificare l'esistenza di dedizioni, affetti e persino professioni? Non lo so. Non vendo certezze o slogan. Eppure ogni tanto, in sere come questa, mi pare che soffermarsi sulla descrizione esatta dei fatti sia un antidoto alla pigrizia dell'intelletto, all'automatismo, alla noia e persino alla rovina: dopotutto, si distrugge con più facilità ciò che ci è indifferente. Fare attenzione, fare attenzione, fare attenzione.

E forse è anche un antidoto alla rovina di sé. C'è un'altra frase di Cheever cui penso spesso e che per me si lega a questa volontà di descrivere i fatti per portarne alla luce il mistero, per offrirlo al lettore o spettatore, e così combattere - mi pare - la propria inermità, i propri momenti di debolezza, i momenti in cui si alzerebbe la mano contro il proprio corpo:

Mi sembra che la cosa più bella nella vita sia che difficilmente utilizziamo il nostro potenziale di autodistruzione. Lo possiamo desiderare, può essere il nostro sogno, ma siamo dissuasi da un fascio di luce, da una mutazione del vento.

(08/09/17)

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