Zapotec, Marlin, Cavazzano

Sul numero 3155 di Topolino - interamente dedicato alla letteratura - c'è una storia cui tengo tantissimo. Si intitola "Zapotec e Marlin alla ricerca del tempo perduto". La strizzata d'occhio a Proust è voluta e autoironica. Comunque in queste tavole parlo di alcuni temi che mi sono cari in generale: il passato, i rimpianti e l'amicizia - ma anche l'impegno e la responsabilità.

Il vero motivo per cui questa storia è così speciale, comunque, è un altro. E cioè: l'ha disegnata il grandissimo Giorgio Cavazzano.

Quando ho visto le fotocopie delle matite (non ne sapevo nulla) ho avuto un vero e proprio shock emotivo. Non riuscivo a crederci, davvero. L'idea che un giorno una mia idea potesse essere resa viva dall'arte di Cavazzano era ben oltre il sogno.

(In particolare, credo di avere riguardato le vignette di Zapotec e Marlin che discutono al porto per non so quanto tempo: il tocco malinconico profuso in ogni singolo dettaglio è qualcosa di fenomenale. Non che il resto sia da meno, intendiamoci).

So che quando parlo di Topolino tendo a diventare sentimentale, ma qui in questo caso potrei andare perfino oltre. Se penso a quanto le storie di Cavazzano hanno contato per me... Come sempre, è qualcosa che a che fare con il ragazzo che ero; ma anche con l'adulto che sono. Quindi mi fermo qui e aggiungo un grazie pubblico al maestro, a Tito Faraci (come sempre!) e a tutta la redazione.

Spero solo di essere stato all'altezza. Spero che la storia vi piaccia.

(08/05/16)

Dispacci da Bruxelles

Sono di stanza a St. Gilles, appena dopo la porta di Halles. Rappresento una delle decine e decine di nazionalità che vivono in questi chilometri quadrati: fra lo spagnolo, il portoghese, i dialetti africani, il polacco e l'arabo spunta anche il mio italiano — di certo non il solo, ma di certo il più silenzioso: non parlo quasi mai la mia lingua. La scrivo e basta.

Cammino. Il secondo giorno, andando verso il centro, ho attraversato una tempesta di ghiaccio. L'ombrello mi è sfuggito di mano e mi sono ritrovato fradicio nel vento e con la grandine minuta che mi colpiva. Non riuscivo a crederci. Poi però mi sono abituato in fretta, e tutto si è fatto meno odioso. La pioggia? Bof, finalement ça va. Tiro su il cappuccio della felpa e vado.
Con il passare dei giorni il clima si è assestato, ed è arrivata in città una primavera fresca e luminosa. Continuo a camminare, a cerchi concentrici come mia abitudine, perdendomi fra le stradine e poi marciando lungo i boulevard per cambiare zona. Più passa il tempo e più amo questa città. Fin dal primo minuto ho sentito che toccava in me le corde giuste; ora che ne ho preso le misure capisco meglio di quali corde si trattano.

Le facciate a mattoni dei palazzi, fra i più belli che abbia mai visto. La loro architettura che conosce infinite variazioni. E i colori dei dettagli: malva, verde acqua, ottone, avorio, bianco sporco, senape, mirtillo, grigio azzurro...

Sul Parvis de St. Gilles, una birra alla Brasserie de l'Unité. Vedo calare un tramonto rosa antico dalle vetrate. Ogni volta che vado in una città devo subito trovare un paio di posti — due bar dove mi sento a casa. Questo è il primo.

Cinque adolescenti che corrono nervosi giù per Rue de l'Eglise de St. Gilles, guardandosi ogni tanto indietro, zigzagando fra le auto parcheggiate, mentre una vettura della polizia lancia lampi azzurri più su, in alto.

Le Bateau Ivre è un bar gestito da un greco che ha abitato a Pioltello. Ideale per bere e leggere fumetti in pace; spesso ci sono coppie di mezza età che sorbiscono la loro zuppa in silenzio. Quando entro chiedo "La vera media" in italiano: ci siamo accordati che il demi come lo intendono i francesi — una birra piccola — non ci piace proprio. (Questo è il mio secondo bar).

I gommisti ed elettrauto africani che ridono fumando sul Boulevard du Midi.

Bruxelles, dal poco che ho potuto intuire e fra tutte quelle che ho visto, è l'unica vera città semplicemente europea. Non parlo degli edifici del potere comunitario, di cui mi frega nulla: parlo dell'estetica e dell'anima che preserva. Somiglia a Parigi, ha qualcosa di Amburgo, è profondamente nordica ma con dei lati buffamente mitteleuropei e persino oso dire mediterranei. Chiunque può essere se stesso qui — un'identità belga o bruxellese mi appare inesistente — per quello mi piace così tanto, perché il suo equivalente è Milano (la meno italiana delle nostre città). Da quel poco che ho potuto intuire, certo.

Le innumerevoli épicerie dove comprare birre e cibo d'asporto anche a tarda sera.

La domanda che tutti mi potrebbero porre — come ha reagito la città agli attentati di un mese e mezzo fa? — in realtà è fuori fuoco. Almeno per me, da estraneo. La quotidianità appare priva di forzature. Una normale città occidentale dove la gente lavora, esce, si diverte — e anzi vive parecchio la strada. Questo non vuol dire, naturalmente, che le ferite si siano già rimarginate: sarebbe ipocrita pensarlo. Vuol dire solo che finora non ho avuto paura un solo secondo. Solo quando incrociavo i militari, ragazzi di vent'anni con mitra lunghi tanto. (A dirla tutta, temevo anche di trovare una città più militarizzata).

Il modo in cui le case si aprono sulla strada attraverso il vetro. I bovindi, le grandi porte-finestre, le finestre persiane. Non sono tanto i frammenti di vita che riesci a cogliere dal quarto piano verso i dirimpettai — questo voyeurismo da poco è irrilevante, qui; a sedurre è piuttosto il desiderio che gli edifici hanno di farsi penetrare dalla luce, finché dura.

Il Café La Fleur en Papier Doré, dove si ritrovavano i surrealisti della città. La sala buia, dove sembra mancare soltanto il focolare acceso. Una miriade di foto e scritte e ricordi appesi alle pareti. E una frase di Baudrand: Saut-tu, Lorenzo, ce que vaut un soupir? As-tu jamais étudié la philosophie des larmes?

Vado alla comunità della Poudrière. Ne avevo letto in un bel reportage di Angelo Mastrandrea, che ritrae fedelmente la vita di queste venticinque persone o giù di lì dalle parti della porta di Ninove. Qui tutti vivono in un grande spazio collettivo, mettendo in comune ogni stipendio e collaborando a creare non solo una microeconomia auto-gestita, ma un modo di vita radicalmente diverso. Non mancano i contrasti, com'è ovvio: e anzi Vanni — un italiano che è lì da quasi quarant'anni — mi spiega una cosa in cui ho sempre creduto: è bene avere un'utopia salda di fronte a sé, ma pensare di realizzarla è il primo passo per l'inferno. Quando ci sono di mezzo le relazioni fra le persone, i problemi sorgono per forza. Bisogna affrontarli con lucidità e senza lasciarsi scoraggiare.
Mi sembra un posto splendido, un esempio che andrebbe replicato ovunque: stare nello spazio urbano — e dunque senza isolarsi con pretese di purezza e superiorità morale — ma al contempo rinunciare alle sue dinamiche più grette: in altre parole, essere autenticamente disertori senza limitarsi alla parte distruttiva, ma anzi costruendo attivamente comunità. Lo so, viviamo in tempi di passioni tristi e molti penseranno che si tratta solo di fricchettoni fuori tempo massimo. Il che rende questi tempi ancora più tristi e vili, se possibile.
Ma non posso nemmeno mentire: se è un esempio tanto nobile, perché non mi batto per farlo mio? Perché nessuno dei miei amici o conoscenti lo farebbe, oppure c'è un'altra ragione? Mentre gironzolo per il cortile, mi sono chiesto se per me è troppo tardi fare una vita del genere — quanto sono legato alla mia solitudine (a volte smaccatamente egoista): alla difesa dei miei spazi, e anche allo stile di vita del capitalismo urbano che tanto critico e mi fa sentire in colpa. Usare la solita espressione contraddizione insolubile proprio non mi va; la trovo sempre una mezza scusa.
Mi macero nel senso di colpa per mezz'ora, guardando dei bambini che creano spille con un piccolo attrezzo messo a disposizione. Si ritaglia una figura da uno dei vecchi libri illustrati sul tavolo, e la si usa come decorazione sulla placca in metallo. Alla fine decido di farne qualcuna anche per me. Trovo una foto di Proust e non resisto: getto qualche euro nel cesto dell'offerta libera e voilà

(La solitudine. Ci sono abituato, ormai appunto forse troppo. Mi viene facile: stare in silenzio per ore, non parlare con nessuno se non per ordinare un caffè o una birra, scrivere, leggere, ascoltare musica. È un misto di indole e tecniche a lungo affinate — e poi il mestiere di uno scrittore è stare da solo, no? Già: ma non è tutto. Tempo fa attribuivo questo bisogno allo sguardo osservatore di chi scrive. Ora invece non ci penso. Certo, mi capita sempre di prendere appunti e registrare ciò che vedo; è il mio lavoro e la mia condizione. Ma me lo godo anche. — Eppure c'è anche un lato negativo in tutto questo, un rischio enorme. Lo vedo bene in questi giorni).

Il cielo che si apre d'improvviso, vasto, inquieto, pieno di venature. Oppure dopo mezz'ora di vento si libera quasi per intero e resta di un azzurro lieve e delicato.

Ci sono due canzoni di Renaud che continuo a canticchiare. La cosa strana è che quella dell'andamento più allegro (ma dal testo triste) la canticchio quando piove — ed è Banlieue Rouge. L'altra, che è triste nel testo come nell'andamento, la canticchio appena esce il sole — Manu.

Un baretto portoghese di cui non mi sono segnato il nome. Il caffè è decente, ma il proprietario — che non parla una parola di francese — è la persona più burbera che abbia mai visto.

Il fumetto, come già sapevo, è onnipresente. Una gioia per uno come me. Passo ore nelle fumetterie: Multi BD in Boulevard d'Ansplach, certo; ma che dire dell'infilata dopo la Barrière, lungo la Chaussée de Waterloo — l'accumulo senza fine di Bédémania se siete appassionati di roba alla Tintin, Forbidden Zone e poco più avanti e infine la mia preferita, The Skull. Gli scaffali degli indipendenti, Iznogoud, i vecchi classici, ogni cosa a disposizione di Trondheim, Larcenet, Davodeau, Gibrat e compagnia. Ma bisogna anche aguzzare l'occhio e scovare i fumetti che spuntano ogni tanto sui muri, gettano un frammento di storia e colore sopra un angolo grigio. Bruxelles: una città che illustra se stessa.

Vado ad ascoltare jazz al Bravo, su consiglio di Fausto, un belga-italiano che mi ha consigliato le jam session del mercoledì e del venerdì. (Y a des jeunes qui se donnent à fond, pas d'vieux bombardons, quoi! — e frullava con le dita un contrabbasso invisibile). Ci capito in una sera chiara, e decido di fare prima un giro per Molenbeek. Basta oltrepassare il canale. E credo sarebbe importante raccontare bene questo quartiere a forte presenza musulmana, pieno di bambini che giocano a pallone e gente che chiacchiera tranquilla davanti ai bar. Raccontarlo passandoci del tempo, parlando con le persone, senza negarne i contrasti, ma nemmeno evocando sacche di delinquenza o formule appiattenti come "la fabbrica dei terroristi". Senza fare la solita informazione spiccia.

L'impressione, a volte, di aver capito finalmente lo stile fiammingo. Di ritrovarne le radici in certi angoli di strada, in certi dettagli di una vecchia taverna, persino in certi grugni bruegeliani che sembrano persistere — quel vagabondo al parco, quella grassa signora che trascina il carrello della spesa.

I mercatini di cianfrusaglie che appaiono ogni tanto lungo qualche viuzza, minuscoli, come a solo uso e consumo degli abitanti della strada o di chi si ritrova per caso in quella traversa. Bambole, teiere, vestiti usati, scarpe, giocattoli, vecchi libri illustrati, qualche fumetto.

I fast food halal. I ragazzi che fumano ridendo appoggiati alle vetrine, chiacchierando in arabo.

E poi la ruelle di fianco alla mia strada che tanto amo, con i suoi sottili palazzi di due piani, la sfilza di bovindi e in fondo una sorta di elegante torretta in legno: la ruelle dove passo sempre dopo avere passeggiato sotto la pioggia o quando, misteriosamente e improvvisamente, il cielo si spacca e la luce rivela una città splendida — una città di saliscendi, dal cuore profondamente medievale — certe pagine di Le Goff sembrano descrivere la vita qui ora; sembra che in questi quartieri non sia passato un millennio — e allora ecco che salgo verso il Parvis e la ruelle alla sinistra segna il mio ritorno a casa, a quella che per ora chiamo casa, quando rientro dalle mie camminate.

(05/05/16)

Stig Dagerman, le parole e la lotta

(Questo articolo è uscito sul numero di aprile 2016 de "lo Straniero". Si tratta di una versione lievemente rivista dell'intervento su Stig Dagerman tenuto il 6 marzo 2016 presso il SundayPark di Elita al Teatro Franco Parenti, a Milano).

Il tempo verbale con cui si racconta un autore, talvolta, ne tradisce il giudizio sulla persistenza. Di molti scrittori o filosofi si può dire che scrissero — e con questo, implicitamente confinarli in un'epoca. Per altri, ben pochi, possiamo usare il presente: ancora oggi scrivono, ancora oggi la loro parola è comprensibile e fruttuosa per chi la sa ascoltare. Ancora oggi colmano il nostro desiderio, nonostante le differenze di epoca o costume. Per pochissimi, infine, si può osare il futuro; postulare che la loro voce sarà sempre un conforto per l'umanità a venire. Io mi azzardo a farlo con Stig Dagerman: ancora e per sempre, l'intelligenza e la sensibilità ferita delle sue parole rimarranno senza perdere luce; ancora e per sempre, egli scriverà per tutti noi.

Stig Dagerman nacque nel 1923 in una fattoria ad Älvkarleby, vicino a Uppsala, in Svezia. Passò l'infanzia con i nonni: la madre lo abbandonò dopo il parto e il padre andò a vivere a Stoccolma, dove Dagerman lo raggiunse a undici anni. Affiliato della Federazione Sindacalista Giovanile e fervente anarchico, scrisse per diverse riviste del movimento sino a dirigere la rivista Arbetaren ("Il lavoratore").

Da sempre era vicino ai più poveri, ai più deboli; sempre lottò per la loro dignità — in questo, il suo anarchismo e il suo spirito di riformatore sociale non aveva nulla di modaiolo, anzi. La sua militanza era fiera e quotidiana, e il suo rifiuto dell'autorità una scelta che aveva profondissime radici etiche.

Scrive Goffredo Fofi nella prefazione a La politica dell'impossibile, di prossima uscita per Iperborea:

Dagerman ha avuto modo di sperimentare l'ingiustizia sociale e ha imparato a saper guardare e fare confronti, e ha avuto la fortuna, nella disgrazia, di poter vivere anche l'aspetto bello di una cultura fatta vita, quella proletaria degli ideali socialisti (non sovietici, anti-sovietici), che erano bensì, per il possibile, già praticati alla loro base, all'interno del suo ambiente: la solidarietà tra gli oppressi, l'amore del prossimo, l'apertura al futuro. Nella concretezza delle lotte. Dagerman ha visto il male e il bene, e ha saputo molto nettamente distinguerli. E tuttavia non si è fermato alla storia e alla società, al concreto dell'esperienza, ma, come un personaggio dei più puri e veri a cavallo tra Kropotkin e Dostoevskij, ha esaminato e denunciato l'ingiustizia giorno per giorno, e ha lottato giorno per giorno per la giustizia.

Come scrittore aveva un talento precoce, rarissimo. Dopo avere pubblicato nel 1945 il primo romanzo Ormen (non tradotto in Italia) si dedicò a scrivere a tempo pieno e produsse alcune opere che lo resero un autore di culto: in particolare, fra quelle disponibili in italiano: Il nostro bisogno di consolazione, Bambino bruciato, I giochi della notte e i magnifici reportage di Autunno tedesco. Pubblicò un ultimo e più sperimentale romanzo nel 1949 per poi abbandonare quasi del tutto l'attività letteraria. Era da tempo affetto da depressione. E il 5 novembre 1954 uscì dalla sua casa in Svezia e si soffocò fino alla morte con il tubo di scappamento della sua auto. Aveva trentun anni.

Non è facile separare il ricordo di Dagerman dalla sua fine. Parlare di uno scrittore suicida è sempre un compito complesso, perché la fine si riverbera all'indietro sulla vita, la illumina di una luce sghemba e cruda — costringe a rileggerne l'opera attraverso una lente diversa. Io credo però non debba oscurarla, né influire sul nostro giudizio al riguardo: ma testimonia anche quanto una scrittura all'altezza delle responsabilità fosse per Dagerman un compito ineludibile.

Quando ritenne di non avere più parole necessarie (o meglio, quando la depressione gli fece ritenere ciò), la conclusione gli apparve inevitabile. Ci restano però i suoi scritti. Ci resta tutto quello — moltissimo — che riuscì a fare in una vita breve e appassionata.

Sentii parlare per la prima volta di lui nel 2007. Avevo ventisei anni non ancora compiuto. Marco Mancassola — uno scrittore cui ho sempre guardato con enorme ammirazione, per la sensibilità linguistica ed emotiva — gli aveva dedicato una puntata della rubrica "Last night a writer saved my life", che usciva a puntate sulla rivista Made 05. Scriveva Mancassola:

Dagerman è uno di quegli autori che ci si consiglia a vicenda, quasi sottovoce, un segreto prezioso da regalare a pochi amici. [...] Stig Dagerman è un autore disarmante. Quando lo lessi la prima volta avevo poco più di vent'anni, e mi sembrò che ogni parola avesse il suono della sincerità. Tutto è così vero in lui, così ingenuo e al tempo stesso saggissimo, da lasciare il lettore quasi imbarazzato. In un'epoca in cui l'autenticità si estingue dal sentire, come l'ossigeno si estingue dall'aria, rileggere un autore simile è praticamente uno shock. Un autore davvero perfetto. Un autore per lo scaffale dei libri preziosi, quelli capaci di abbracciare e raggelare insieme.

Non fu facile procurarsi i libri di questo autore; ora grazie a dio è molto più semplice. Comunque, col tempo lessi tutti quelli che erano stati tradotti. Fu una sorta di shock, come mi era capitato forse solo con Kafka (un nome che non a caso viene spesso accostato a Dagerman; Giacomo Pontremoli l'ha chiamato "il più necessario dei fratelli di Camus e il più autentico degli innumerevoli figli di Kafka"). Marco aveva ragione; avevo trovato un nuovo fratello ideale. In mezzo a tanti parolai e cinici, ecco un uomo le cui parole scacciavano i mercanti dal tempio.

Da un punto di vista strettamente letterario, Dagerman è perfetto: impeccabile in ogni frase, privo di retorica o sarcasmo, e dotato di quella che Graham Greene chiamava una "meravigliosa oggettività".
Il modo in cui racconta e nomina le cose non ha nulla di retorico o di facile; non indulge mai nei trucchetti cui talvolta si abbandonano anche i più grandi scrittori. Ma a colpirmi era altro ancora, e molto di più: la precisione fotografica con cui metteva in scena i personaggi, il rispetto assoluto per i loro tormenti; la confusione dei suoi giovani, dei suoi ragazzi attratti come falene dalle lampade, stolti e meravigliosi, eternamente assetati di purezza (oh, quella purezza che tanto cercavo anch'io! quegli amori luminosi e impossibili, quelle amicizie assolute!), incapaci di apprendere dai loro errori.

Non è difficile pensare a certo cinema nordico, e per estensione a tutta una sensibilità nord-europea che trova una sorta di padre ideale in Knut Hamsun, e fratelli maggiori tormentati in Strindberg e Hjalmar Soederberg. Come in tutte queste opere, si ha la sensazione che la vita sulla terra sia qualcosa di vibrante, di disperato, di eternamente sospeso — proprio come la luce di certi pomeriggi scandinavi.

L'opera di Dagerman si nutre di tale luce, la assorbe e la restituisce. Ed è un'opera disperata e bellissima. Affronta i temi della solitudine, dell'amore incompiuto, della giustizia negata; ed è assetata di un bisogno radicale di libertà. Rispondendo a un'inchiesta di un giornale svedese alla fine del 1949, disse di sperare "in una letteratura che, senza alcun riguardo, combatta per i tre diritti inalienabili dell'essere umano imprigionato nelle organizzazioni politiche e di massa: la libertà, la fuga e il tradimento. E intendo la libertà di non scegliere tra annientamento e sterminio, la fuga dal futuro campo di battaglia in cui si sta preparando il disastro, il tradimento di ogni sistema che criminalizzi la coscienza, la paura e l'amore per il prossimo."

I suoi personaggi sono quasi sempre adolescenti inchiodati nel momento in cui la loro innocenza si scontra con il brutale cinismo del mondo adulto. Innocenza, ecco la parola chiave. Non è bontà primigenia (tutti sappiamo quanto i ragazzi possono essere crudeli), ma disarmata propensione a lasciarsi affascinare e respingere; a innamorarsi e restare delusi; a provare meraviglia — quella meraviglia assoluta, quello stupore radicale — e inevitabilmente morirne. Perché per quanto possano combatterla, tale frattura fra io e mondo non sarà mai ricomposta.

Qui mi limiterò a tre esempi dell'opera di Dagerman, ma vi invito a leggere tutto quello che trovate.

1.

Innanzitutto, l'ho appena nominato, il suo capolavoro: Bambino bruciato. La storia è essenziale: Bengt, deluso dalla politica e dalla banalità del padre, si divide fra la timida fidanzata Berit e l'amore-odio per la matrigna Gun — una cassiera su cui proietta inevitabilmente l'assenza della madre morta. Fra l'altro, il romanzo si apre proprio con i funerali della madre che si avvicinano: è una scena di grandissima forza narrativa, e viene trattata con dei mezzi molto parchi, e un tocco sinceramente ibseniano.

Questo stringatissimo materiale narrativo, unito a una qualità quasi fotografica delle scene, serve a Dagerman per puntare il fuoco sulla confusione del protagonista. (Davvero qui le inquadrature, i colori, le soggettive — le scelte puramente tecniche — si rivestono di una potenza simbolica che ricorda il giovane Bergman, anche se con una tonalità molto più asciutta e radicale.)

La volontà di Bengt di creare rapporti umani senza compromessi e il suo rifiuto della mediocrità possono facilmente irritarci; e del resto, egli stesso non è sempre all'altezza di questi ideali. Eppure come rimanere indifferenti di fronte alla sua sensibilità esasperata? Bengt è l'archetipo dei giovani feriti di Dagerman, che come falene tornano sempre a bruciarsi sulla lampada; stolti e meravigliosi, non sanno imparare dai loro errori. La loro sete di assoluto è totale. Vivono in uno stato di rivolta permanente, di tensione costante, e Bengt — con questa sua sofferenza al calor bianco, questa sua idealizzazione di ogni sentimento — che inevitabilmente non potrà che crollare di fronte alla realtà — ne porta la croce in modo più evidente.

Sentite qua:

Adesso credo di avere imparato che, prima di esser pronti a sacrificare tutto per una giusta causa, dobbiamo tener conto del fatto che gli altri non sono disposti a sacrificare altrettanto. E questo la rende molto meno giusta, anzi il più delle volte decisamente sbagliata. Si tratta quindi di trovare una giusta causa per la quale pochi siano pronti a sacrificare tutto. Meno sono e più alta è la probabilità che il proprio sacrificio non sia vano. La cosa migliore è essere solo in due. L'amore, vedi, è esattamente questo: essere in due e sacrificare tutto per continuare a esserlo.

2.

Poi i reportage dalla Germania dell'immediato dopoguerra, Autunno tedesco.

Dagerman si reca in Germania fra il 15 ottobre e il 10 dicembre 1946: visita Amburgo, Berlino, Norimberga, Stoccarda... I reportage cominciano a uscire sull'Expressen nel dicembre dello stesso anno. Raccontano di un popolo ancora segnato dal nazismo, giustamente sconfitto, ma anche alle prese con una distruzione totale della propria identità. È qui che si pone, nell'ultimo articolo della raccolta, la terribile domanda che riassume forse la sua intera opera: qual è la distanza fra letteratura e sofferenza?

Dagerman non è un giornalista — egli stesso dice che non lo è ancora diventato e, "per quanto ne sa", non lo diventerà mai. In effetti questa è una raccolta che si avvicina più alla letteratura — per Fulvio Ferrari è "opera di un poeta" — che al giornalismo narrativo.

Dagerman riesce nel compito difficilissimo di tenere saldo il proprio giudizio sulle responsabilità dei tedeschi e insieme rivolgere lo sguardo, con coraggio, allo sfacelo dei colpevoli: "Il giornalista che è uscito indietreggiando dalla cantina avrebbe dovuto, in breve, essere più umile di fronte al dolore, per quanto meritato esso fosse, perché la sofferenza meritata non è meno difficile da sopportare di quella immeritata".

Non cede di un metro di fronte all'orrore che la Germania ha sparso nell'Europa, eppure allo stesso tempo non cede alla dinamica semplificata della colpa generale di un popolo, per cui il pane negato oggi a un bambino tedesco corrisponde a una giusta punizione per quanto accaduto durante la guerra e prima ancora. Dagerman non perde mai la sua compassione, ed è questo a rendere Autunno tedesco un'opera davvero straordinaria.

3.

E il terzo: Il nostro bisogno di consolazione.

All'inizio degli anni Cinquanta Dagerman era già un autore di culto; ma le parole cominciarono ad abbandonarlo. Schiavo della propria insoddisfazione, preoccupato dalle aspettative che gli si erano create intorno e affaticato da una situazione familiare complessa (un divorzio, molti debiti, i figli lontani), lo scrittore precipitò nella depressione.

In Dagerman il tormento è una questione fisica. Ne ha troppo rispetto per parlarne con superficialità. Di fronte al lettore si presenta, proprio come i suoi personaggi, del tutto disarmato: esposto alla violenza perché irrimediabilmente puro.

Consapevole di tale crisi, e incapace di risolverla, cercò di illuminarla come poteva. Il risultato fu un breve testo, dotato di uno dei titoli più belli di sempre: Il nostro bisogno di consolazione. Il titolo originale però aggiunge: Il nostro bisogno di consolazione è insaziabile.

Verso la fine di questo libretto Dagerman scrive:

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch'io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà.

Un paragrafo bellissimo, e in apparenza risolutivo. Di fronte a un mondo spietato e dominato dal potere, lo scrittore non può che aggrapparsi a un contropotere che genera libertà invece di prigionia: le parole. Ma al termine di questa splendida riflessione sulla forza della scrittura, ecco la crepa:

Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente.

In questa avversativa c'è tutto il dramma di Dagerman. E c'è tutto il problema del silenzio, che ogni scrittore dovrebbe coltivare con assoluta e serissima dedizione. Dagerman, per usare una distinzione del Tractatus di Wittgenstein, sembra disperatamente alla ricerca di un modo per dire la propria sofferenza, ma non ci riesce del tutto: eppure, con la contraddizione esposta nel testo, la mostra. Proprio come il corpo del depresso mostra ciò che la sua logica non può spiegare: il suo balbettio, la sua insistenza nel ritenersi condannato a vita, la percezione del disastro assoluto che lo accompagna e che nulla, nessun tipo di conforto o ragionamento, può eliminare.

Inchiodato a tale conflitto — insuperabile e particolarmente odioso per uno scrittore — Dagerman cerca scampo nel silenzio. Che è certamente la consolazione assoluta, perché nulla può opporvi resistenza: chi tace avrà sempre ragione, non è attaccabile in alcuna misura, non deve fornire argomenti perché sa che ogni argomento è fallace; guadagna l'inviolabilità al prezzo dell'isolamento.

E dunque: nella sua forma più radicale, rinunciare alla parola — rinunciare all'espressione, alla lotta, alla difesa attiva contro il potere del mondo — significa rinunciare all'esistenza. Per un depresso, significa in sostanza cedere alla condanna della sua malattia e disporsi all'annientamento. Purtroppo, lo stesso Dagerman ha portato questa logica fino alle estreme conseguenze.

Il nostro bisogno di consolazione non è un manuale per rimanere vivi: è la testimonianza, atroce e febbrile, di un uomo che cerca di rimanere vivo e non ci sta riuscendo: è insieme un canto d'amore per l'esistenza e l'incapacità di essere in grado di reggerla. Il suo andamento ondivago ne è la dimostrazione, e l'idea stessa che il bisogno di consolazione sia insaziabile sigilla questo testo come un tentativo.

Ecco la tragedia di Dagerman. Nulla gli bastò per vivere. Non bastarono il talento immenso e il riconoscimento ottenuto, né l'affetto dei lettori e l'amore della seconda moglie, la splendida attrice Anita Björk. Quando uscì di casa il mattino del 5 novembre 1954 per suicidarsi, nulla più era sufficiente a trattenerlo su questa terra. I passi che lo separavano dal garage, dalla morte — era già altrove, già lontanissimo dalle imperfezioni del pianeta.

Eppure: ricordarlo morto è facile, troppo facile. Ricordarlo suicida — il martire della letteratura — è facilissimo e sbagliato. Ci restano i suoi scritti, dicevo; la sua opera, il suo sforzo per mantenersi al riparo dai compromessi, la sua onestà d'animo, il suo coraggio: ci restano tutte le virtù vive di un uomo vivo. Di uno scrittore esemplare.

(02/05/16)

Un corso sulla libertà

Tutti i martedì dal 7 giugno al 5 luglio terrò cinque lezioni sulla libertà presso la libreria Gogol&Company a Milano.

Il tema è sterminato e già l'idea può sembrare prova d'arroganza (o di delirio). Dunque metto subito le mani avanti: non ho alcuna pretesa di essere esaustivo, ma soltanto la volontà - come recita il titolo del corso - di tracciare un "piccolo sentiero" per riflettere meglio su questo valore, così invocato e insieme così negletto. Mi sembrava urgente, specie in un periodo dove il baratto fra libertà e sicurezza appare molto diffuso.

Parleremo di La Boétie, degli anarchici, del Saggio sulla libertà di Mill, del totalitarismo, di Carlo Rosselli, del legame fra libertà e responsabilità, di Dostoevskij, di Sartre... Nella speranza che le lezioni si trasformino anche in occasione di dialogo.

Ecco i titoli degli incontri:

1. Introduzione: quale libertà? Storia e pratica di un concetto delicato
2. I nemici della libertà: servitù volontaria, totalitarismo, irresponsabilità
3. Fra libertà e giustizia: liberalismo e socialismo liberale
4. "Il massimo possibile di libertà": la lezione degli anarchici
5. In cammino verso la libertà: educazione e autonomia (e un po' di letteratura)

Il corso si terrà dalle 19h30 alle 21h30 e costa 150 euro; per iscriversi basta mandare un'email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Le iscrizioni chiudono il 30 maggio.

(29/04/16)

Che ce ne facciamo di tutte queste immagini?

Salendo sull'aereo, una ragazza di fronte a me si volta all'improvviso e fotografa la desolazione dell’aeroporto di Malpensa. Il suo iPhone elabora quel frammento di realtà e lo trasforma in una serie ordinata di pixel. Sull'ultimo gradino mi chiedo: come mai ha voluto un'immagine del genere? Avrebbe potuto cercare "Milano Malpensa" su Flickr o Google Images e ottenerne una equivalente. Soprattutto, avrebbe potuto evitare di fotografare uno scorcio così insignificante di realtà. Ma non l'ha fatto. Perché? Innanzitutto perché questo non avrebbe documentato il suo presente, il suo essere lì in quell'istante; e poi perché poteva. Come scrive Neil Postman nel suo seminale Technopoly (Vintage Books 1993): "Ogni cosa sembrerà un’immagine a chi ha in mano una macchina fotografica.

Ogni cosa è ormai replicabile (e tendenzialmente replicata) da chiunque, perché ognuno di noi ha in tasca il necessario. Secondo un report del 2015 di Magisto condiviso da Gigaom, ogni possessore di smartphone scatta circa 5 fotografie al giorno (e, cosa più importante, ne custodisce in memoria una media di 630). Ma i numeri possono aumentare molto in fretta; credo che chiunque di noi possa testimoniare la frenesia della registrazione visuale che ci prende a volte. Una stima dell’esperto di tecnologia Benedict Evans parla di più di due trilioni di immagini caricate online nel solo anno scorso (per intenderci: due trilioni sono duemila miliardi). I social network ne sono stracolmi, e diventano sempre più orientati alla loro gestione e condivisione.

Ma che ce ne facciamo davvero di tutte queste immagini?

[continua a leggere sul sito di IL Magazine]

(27/04/2016)

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