Appuntamenti al Festivaletteratura

Quest'anno sono ospite del Festivaletteratura di Mantova con tre incontri.

Giovedì 6 settembre alle 19, nelll'Aula Magna dell'Università, dialogherò con il fumettista Paolo Bacilieri. Parleremo di cruciverba, Milano, noir e tanto altro.

Venerdì 7 settembre alle 20, presso la Tenda Sordello, terrò un intervento cui tengo molto, dal titolo Appunti sul futuro prossimo del romanzo. Metterò insieme un po' di idee (con qualche provocazione, una volta tanto) su cui rifletto da mesi.

Sabato 8 settembre alle 22.30, a Palazzo san Sebastiano, presenterò l'ultimo bellissimo libro di Adriano Sofri, Una variazione di Kafka.

Naturalmente, come ogni anno, vi invito a leggere tutto il ricchissimo programma del Festival.

(20/07/18)

Possiamo fidarci delle storie?

E così l'odio è diventato mainstream. A sinistra, la formula descrittiva è sempre la stessa: "I populisti e i razzisti hanno saputo intercettare il disagio e le paure del ceto medio impoverito". Nella sua laconicità, sembra quasi offrire il fianco al nemico. Che ci sia stata una crisi nel continente è ovvio; ma che non sia paragonabile in nessun modo a quella da cui fuggono gli oggetti di questo odio radicale, lo è altrettanto.

Eppure, la situazione dieci anni fa era tanto diversa?

[continua a leggere sul Tascabile]

(10/07/18)

Su una foto di Ghirri

Vado alla mostra Luigi Ghirri — Il paesaggio dell'architettura alla Triennale di Milano. Fra le molte splendide fotografie resto colpito da una in particolare, questa:

Il titolo è "Ravenna, rocca Brancaleone, scenografia di Aldo Rossi per la Lucia di Lammermoor, 1987". La riproduzione digitale in bassa non rende affatto la forza dell'originale, davanti alla quale sono rimasto a lungo; tuttavia è comunque utile per orientarsi.

Forse altre immagini presenti alla mostra erano più belle o significative: qui però c'è come un eccesso, una sovreccitazione dei sensi — un'abbuffata della luce assorbita dalla macchina.

Per cominciare, la presenza umana è irrilevante; il tempo di esposizione lungo trasforma classicamente le persone in spettri appena mossi, suggerendo allo sguardo di non badarvi e di alzarsi, perché è poco sopra che arriva l'essenziale. La superficie dei palazzi illuminati dietro al palco svetta contro quelli rimasti al buio, ma è quasi bidimensionale: la fotografia è così densa da ricordare subito il legante oleoso della pittura fiamminga; il tono di fondo è fiabesco; il cromatismo è pastoso, felicemente esagerato; e io ho già visto quegli edifici in un quadro di Bosch o di Bruegel. Li ho già visti, e rieccoli a Modena nella realtà interpretata da Ghirri: dimostrazione impeccabile di come la fotografia non si limiti affatto a riprodurre il mondo ma lo ricrei parzialmente.

La differenza barthesiana fra studium e punctum sembra quasi azzerata. Tutto è così denso, tutto è così equamente importante per l'occhio, che l'occhio stesso si perde e fantastica. E che dire del crepuscolo? Il colore del cielo invita spontaneamente all'esattezza lessicale, alla ricerca di termini precisi per indicarne le progressive sfumature. Il linguaggio è sollecitato dallo scatto e messo alla prova: di colpo mi ha preso come un'ansia di prendere appunti, una volontà di collegare punti, dire molte cose riguardo a questa foto; ma nel contempo avrei voluto tacere — l'immagine stessa mi spingeva al puro godimento sensibile, perché di fondo che altro aggiungere, come commentare se non mostrando lo scatto così com'è? Guardami e stai zitto. Il massimo del piacere gratuito e il massimo del senso disponibile allo scavo: forse è questa la traccia della grande arte.

(08/07/18)

Le catastrofi e l'immagine

Nel libro-intervista Meglio ladro che fotografo, Ando Gilardi dice che "Le catastrofi incrementano la produzione di immagini" — proprio come la peste aumentò a dismisura l'arte nelle chiese, l'iconografia dei santi e delle Madonne, per scaramanzia. Una tesi interessante.

Che la diffusione contemporanea di immagini che testimoniano il dolore, la tragedia e il male siano il nostro palliativo, la nostra scaramanzia? Un rito laico, svuotato di speranza, che si rinnova nella semplice ripetizione? Condividiamo la foto di un migrante morto. Di un bambino gassato in Siria. Di un vagabondo stremato per le strade di Milano. Di una catastrofe qualunque di cui è pieno il mondo. Lo facciamo spinti dalle migliori ragioni così come dalle peggiori: un'onesta rabbia per una società violenta, e il bisogno coatto di partecipazione e like. E tuttavia, quelle fotografie appartengono più alle vittime ritratte che ai loro fotografi — e meno ancora a noi stessi. Cosa stiamo facendo per rendere loro giustizia? A quali gesti e a quale linguaggio le leghiamo?

"Le immagini parlano da sole", si dice. A me sembra invece che parlino sempre meno; che sia necessario un discorso ordinato e chiaro di contorno; un'interpretazione, una guida, una lettura: per usare un termine tecnico, c'è un grande bisogno di didascalie.

Avevo provato a ragionare su questa proliferazione di nuove immagini del disastro durante il terremoto in centro Italia del 2016, suggerendo di respingere il loro strapotere e considerarle invece come un debito etico nei confronti dei sofferenti — un invito all'azione.

Riscriverei quell'articolo senza cambiare quasi nulla, ma sottolineando proprio questo: il nostro bisogno di parole di approfondimento oltre che di prassi. Non solo per evitare che la condivisione delle fotografie diventi un palliativo o una forma di attivismo debole, ma anche per impedire che le fotografie stesse diventino del tutto sovrapponibili, un dolore uguale all'altro, una tragedia uguale all'altra, senza più capacità di distinzione o critica, giungendo a una sorta di monocromia etica.

(18/04/18)

Aden Arabia

Gli amici delle Edizioni dell'asino hanno ripubblicato Aden Arabia di Paul Nizan, a quarant'anni dall'edizione Savelli. L'incipit del libro è uno dei più famosi al mondo: "Avevo vent'anni. Non permetterò nessuno di dire che questa è la più bella età della vita". Finalmente possiamo leggere anche il resto: un pamphlet viscerale scritto sull'onda di un viaggio ad Aden per osservare meglio la società parigina dell'epoca; un atto di accusa contro la pigrizia morale del mondo contemporaneo e la vacuità dei desideri dell'homo oeconomicus; e insieme, come scrive Marco Gatto nella prefazione, un atto di "decolonizzazione cerebrale".

Nonostante in alcuni punti il tono di Nizan si faccia un po' troppo pedante, preso com'è dal suo bisogno di invettiva, Aden Arabia resta un testo potente, e attualissimo nel rivendicare una ribellione contro il mondo rassicurante della Cultura istituzionale. Oggi come ieri, e forse anche più di ieri, "la borghesia ingrassa i suoi intellettuali nelle stie perché non siano tentati di amare il mondo": Nizan ci invita dunque a non scaricare le colpe sul destino, ad assumerci le nostre responsabilità intellettuali ed evitare "di fare in eterno il gesto di Pilato".

(22/03/18)

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