Mettere a frutto le idee

Leggo il nuovo pamphlet di Carlo Boccadoro, Analfabeti sonori, interessante e ben argomentato come sempre. A un certo punto l'autore scrive:

Contrariamente a quello che pensano molti non-musicisti, i compositori raramente aspettano che l'ispirazione li colga all'improvviso: si tratta invece di un lavoro dove ogni pensiero (ritmico, melodico, timbrico) che si presenta all'immaginazione viene analizzato e studiato in tutte le sue possibilità per poterne estrarre il massimo.
Può essere qualunque cosa: un accordo trovato mentre si improvvisa al pianoforte, una figurazione di ritmi che appare in sta magari mentre ci si trova al supermercato, una breve sequenza di note. In genera si tratta di piccolissimi elementi, veri e propri semi da far germogliare con cura. Non bisogna certo essere compositori per avere questo tipo di idee musicali, a molti può capitare di creare un frammento melodico interessante oppure di pensare a un ritmo curioso: la differenza tra chi è compositore e chi non è lo sta proprio nella capacità (tecnica, ma non solo) di mettere a frutto le idee, non solamente di averne.

Mi sembra che queste parole valgano, con le dovute differenze, anche per la scrittura letteraria: che non è folgorazione o stato di grazia bensì esplorazione cosciente e rigorosa di uno spunto che da solo si spegnerebbe subito; un lavoro complesso dove si fondono immaginazione, tecnica e riflessione, e che non dà per scontato alcun aspetto del tema in esplorazione. Avere un'idea è poca cosa; metterla a frutto è il punto.

(21/07/19)

Elaine Castillo e la scrittura decoloniale

Essere costretti a rendere conto – a tenerci davvero stretti a noi stessi entro la profonda vastità delle nostre storie e rimanere lì, nella loro martellante inconsolabilità – significa far valere, nella nostra arte, non la parte più forte, autorevole e intelligente di noi, bensì: la più specifica, la più precaria, la più sconsolata. Perché un’arte autenticamente urgente e vitale non ci dice che siamo forti e potenti; non ci conferisce autorità, né la esercita. Ci dice che non siamo soli; ci dice che abbiamo bisogno gli uni degli altri; ci dice che, gli uni senza gli altri, non sopravviveremo.

L'intervento di Elaine Castillo a Massenzio parla di decolonializzazione ed ecologia del racconto, ribalta la storia di Polifemo dipingendo un Odisseo colonialista e crudele, discute le tesi di Badiou sull'arte contemporanea, svela la violenza contenuta nell'idea di purezza artistica, invoca l'esercizio e la responsabilità di distinguere: in due parole, è semplicemente fenomenale.

(18/06/19)

Perché Batman

Non furono i gadget, l'ingegno, le batmobili, le scazzottate. E nemmeno il nome o il costume. In un certo senso non furono neanche le trame, a sedurmi: mentre sfogliavo i vecchi Batman di mio padre o li leggevo dal barbiere — due o tre albi persi in un mare di rotocalchi — restavo più che altro colpito dalle atmosfere e da quella figura cupa e solitaria, immortalata sopra un doccione. Certo ci sono i grandi capolavori: Il ritorno del Cavaliere oscuro di Frank Miller, Maschere di Talbot, Killing Joke di Alan Moore, o il recente Batman: endgame di Scott Snyder. Ma nelle annate "normali" il fascino di Batman restava per me sempre un po' elusivo. Eppure lo adoravo, lo adoro. Perché?

[continua a leggere sul Corriere della sera]

(15/06/19)

Kafka sulla Luna

Molti manoscritti appartenuti a Max Brod, ritrovati dalla polizia tedesca dopo un furto avvenuto nel 2010, sono stati di recente restituiti alla National Library of Israel di Gerusalemme per essere in seguito divulgati. Fra di questi dovrebbero esserci diversi inediti di Franz Kafka, e com'è ovvio la notizia ha attirato l'attenzione di diversi adoratori di Franz — tra cui il sottoscritto.

La storia di questi fogli è in realtà parecchio complessa: dura da circa cinquant'anni e comprende una serie di cause legali, eredità discusse, un furto, piccinerie varie e tentativi di appropriazione da parte di due stati diversi.

Evito il riassunto e cerco di venire al punto.

In primo luogo, il fatto che gli scritti di Kafka siano rivendicati da Israele come bene culturale ebreo è quantomeno problematico, così come quantomeno problematica è l'etichetta di Kafka come "scrittore ebreo"; per non parlare dell'equivalenza fra "ebreo" e "israeliano". Del resto non è nemmeno scontato che l'Archivio della letteratura tedesca di Marbach (che reclamava i propri diritti sui testi inediti) fosse per forza un luogo più adatto: l'humus da cui nasce l'eccezionalità kafkiana è fatto di molte componenti linguistiche.

Di fronte a tutto questo, è molto giusto e troppo facile dire che "Kafka appartiene all'umanità intera" — come Omero, Cervantes o Virginia Woolf. È molto giusto perché senz'altro l'opera di Kafka non può essere ridotta a una questione di paternità statale; ma è anche troppo facile perché di fatto questo sta accadendo: uno dei massimi scrittori di ogni tempo usato per rinforzare l'identità politica di un Paese, dopo essere stato usato per guadagnare un sacco di soldi. (Nel 1988 Eva Hoffe, che ereditò le carte di Kafka da Max Brod, vendette il manoscritto del Processo per due milioni di dollari: uno dei molti eventi incredibili della storia).

A un fine indagatore del potere come fu Kafka tali aspetti non sarebbero certo sfuggiti, e nemmeno la sfumatura oscenamente ironica che li accompagna. Forse anche per questo motivo i giornalisti non si sono lasciati sfuggire l'opportunità di usare l'aggettivo "kafkiano", descrivendo l'iter dei suoi manoscritti inediti. In realtà di kafkiano c'è solo un elemento, perché questa messinscena di fatto termina con un giudizio inequivocabilmente netto, un ritorno alla supposta "casa del Padre" — mentre l'opera di Franz è sempre raminga, frammentaria, refrattaria alle pretese della Legge. E quando la Legge si impone, c'è ben poco da gioire.

Su tutti questi temi si è espressa magnificamente Judith Butler in un saggio tradotto in italiano dal Lavoro culturale. Consiglio di leggerlo soprattutto perché interroga i testi stessi di Kafka sul loro possibile destino; si sforza di comprendere come reagirebbero di fronte a una simile forzatura. E la risposta è assai convincente: "molti dei suoi scritti riguardano messaggi inviati là dove l'arrivo è incerto o impossibile, riguardano ordini impartiti e non compresi e dunque obbediti in quanto violati o del tutto disattesi". E ancora: "la stessa contesa sull'appartenenza di Kafka è in sé materia di scandalo, dato che le sue opere recano traccia esperienziale di una non appartenenza o, specularmente, di una ultra appartenenza".

Questo per quanto riguarda l'aspetto politico. E per quello letterario?

Non ho idea, come nessun altro, di cosa contengano quei manoscritti. Per indole non mi aspetto granché (nessun finale rivelato del Castello, ad esempio); ma allo stesso tempo è impossibile nascondere l'eccitazione. Tuttavia, se da un lato fremo e non vedo l'ora di saperlo, dall'altro non posso che ricordare il testamento tradito da cui tutto ciò ebbe origine, e che in questa meschina vicenda si rinnova in forma ancora più tragica e farsesca insieme. Il famoso divieto kafkiano di pubblicare le sue opere inedite.

A proposito, visto che la questione è sempre citata in modo impreciso: l'ingiunzione principale di Franz a Brod è in una lettera del 29 novembre 1922, imbustata e mai spedita: "di tutto quello che ho scritto", annota, "sono validi solo i libri: Il verdetto, Il fuochista, La metamorfosi, Nella colonia penale, Un medico di campagna e il racconto: Il digiunatore." Specifica che Meditazione può restare, ma non ristampata. È rigidissimo su tutto il resto, manoscritti, articoli e lettere: ordina di bruciarlo "senza eccezione" (lo ripete due volte, sottolineandolo, e dicendo che nessuno deve "ficcarci il naso" tranne Max, se proprio vuole). Trovate tutto nel volume Un altro scrivere pubblicato da Neri Pozza nel 2007.

Possiamo e dovremmo interrogarci su cosa avremmo fatto noi stessi nei panni di Max Brod di fronte a questa richiesta. Le stesse argomentazioni di Brod sono in parte convincenti e in parte no; e questo — questo sì — è un dilemma genuinamente kafkiano, perché ogni soluzione non cancella affatto la tragicità del problema; al contrario la rinnova in un gioco senza fine di interpretazioni.

Una sola cosa è certa: in questa vicenda, come in ogni lettura di Kafka, occorre una misura di pudore e di sano scetticismo. L'esatto contrario di quanto sta avvenendo con questi manoscritti inediti, qualsiasi cosa rechino; che siano l'atteso messaggio dell'Imperatore oppure, come credo, no.

Ma usare Franz come una bandiera è una cosa abietta, tanto quanto ridurlo a una lettura prestabilita e univoca. Se questo è il rischio, allora ha ragione il poeta israeliano Lali Michaeli: Kafka è così sovrannaturale che i suoi manoscritti dovrebbero essere spediti sulla Luna.

(23/05/19)

Cose insignificanti

Così Norberto Bobbio in Presenza della cultura e responsabilità degli intellettuali, saggio contenuto nella raccolta Il dubbio e la scelta:

sollecitati da giornali, settimanali, riviste, radio pubbliche e private, da zelanti promotori di libri, di tavole rotonde, al registratore o al telefono, addirittura mentre camminiamo, o entriamo in un teatro per assistere alla conferenza altrui, o ne usciamo con nessun altro desiderio che quello di far riposare la nostra testa, ci lasciamo andare a esprimere la nostra opinione in ogni fase del giorno, a fare previsioni su fatti che non sono ancora accaduti, a dare una soluzione sicura, intelligente e convincente a tutti problemi dell'universo, e naturalmente, o diciamo cose insignificanti che avrebbero potuto benissimo rimanere nei confini di una conversazione privata, o ripetiamo cose già dette da altri e da noi stessi un'infinità di volte, che paiono nuove soltanto per quel fenomeno della notizia nuova che scaccia la vecchia, cui ho dianzi accennato.

(20/05/19)

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