Infinito presente

Nel celebre racconto Funes, o della memoria, Jorge Luis Borges immagina un ragazzo incapace di formare idee generali: per lui ogni dettaglio viene percepito e ricordato in maniera unica e perfetta. Funes non può uscire dai limiti dell'immediato perché trattiene troppe informazioni, perché la sua memoria è diventata abnorme. Nel mondo reale, un giovane americano di nome Henry Gustav Molaison subì un destino simile a causa di un'operazione fallita, ma per una via diametralmente opposta: dimenticava tutto.

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(21/05/15)

Non riusciamo a dimenticarti, Stig

(questo articolo è stato pubblicato su Pagina99 l'8 novembre 2014, in occasione del sessantennale della morte di Stig Dagerman - che cadeva per esattezza il 5 novembre 1954: lo ripropongo in vista del mio intervento con Goffredo Fofi domenica prossima al festival i Boreali.)

Il più autentico dei figli di Kafka.

Una mattina di sessant'anni fa, il 5 novembre 1954, un uomo uscì dalla sua casa in Svezia. Poi si chiuse nel garage, accese l'automobile e attese che il fumo del tubo di scappamento lo soffocasse fino a ucciderlo. Il fumo lo uccise.

L'uomo si chiamava Stig Dagerman, aveva trentun anni ed era uno dei massimi scrittori viventi: "il più necessario dei fratelli di Camus e il più autentico degli innumerevoli figli di Kafka", come ha affermato di recente Giacomo Pontremoli.

Non è facile separare il ricordo di Dagerman dalla sua fine. Certo, non deve influire sul nostro giudizio attorno la sua opera: ma testimonia anche quanto una scrittura all'altezza delle responsabilità fosse per Dagerman un compito ineludibile. Quando ritenne di non avere più parole necessarie (o meglio, quando la depressione gli fece ritenere ciò), la conclusione gli dovette apparire inevitabile.

Ci restano però i suoi scritti. Ci resta tutto quello — moltissimo — che riuscì a fare in una vita breve e appassionata.

Disarmati di fronte al dolore.

Figlio di un minatore e cresciuto con i nonni paterni, talento precoce, Dagerman divenne ben presto una figura centrale della letteratura europea. Fin da adolescente si era avvicinato al movimento anarchico, e la sete per l'autonomia e la libertà lo accompagnarono per tutta la vita. Scrisse racconti, romanzi, saggi, interventi politici, reportage, poesie satiriche, opere teatrali: nessun genere gli era precluso.

La sua opera affronta i temi della solitudine, dell'amore incompiuto, della giustizia negata. I personaggi sono quasi sempre adolescenti fotografati nel momento in cui la loro innocenza si scontra con il brutale cinismo del mondo adulto. E per quanto possano combatterlo, la frattura non sarà mai ricomposta. Per ogni "bambino bruciato" di Dagerman — il ventenne Bengt del romanzo omonimo, il ragazzino travolto da un'auto in Uccidere un bambino, il figlio di poveri ne L'auto di Stoccolma — non c'è speranza. Ma raccontandoli nel momento in cui iniziano a bruciare, l'autore ne salva almeno un frammento: il loro ingenuo bisogno di verità.

Questo si esprime anche un uso irreprensibile della lingua. Graham Greene disse giustamente che Dagerman scrive con "meravigliosa oggettività". Non cede mai alla retorica: invece di insistere sui sentimenti si concentra sui loro effetti, sul modo in cui corrompono o vivificano il mondo intorno — un misero appartemento, uno scorcio di campagna scandinava, una città in autunno.

Il tormento in Dagerman è una questione fisica, corporale. E lui ne ha troppo rispetto — "qual è la distanza che separa letteratura e sofferenza?", si chiede in un articolo — per parlarne con superficialità. Non c'è una sbavatura, nelle sue pagine. Non un eccesso né i trucchetti del narratore consumato. Di fronte al lettore si presenta, proprio come i suoi personaggi, del tutto disarmato: esposto alla violenza, irrimediabilmente puro. Uso questo aggettivo con coscienza, sapendo quanto sia facile ridicolizzarlo di questi tempi. Lo disse bene Marco Mancassola: "in un'epoca in cui l'autenticità si estingue dal sentire, come l'ossigeno si estingue dall'aria, rileggere un autore simile è praticamente uno shock". E anche per questo è importante reclamarne la necessità.

Bambini bruciati e autunni tedeschi.

Porto due esempi.

Innanzitutto il suo capolavoro, Bambino bruciato. La storia è essenziale: il ventenne Bengt, deluso dalla politica e dalla banalità del padre, si divide fra la timida fidanzata Berit e l'amore-odio per la matrigna Gun — una cassiera su cui proietta inevitabilmente l'assenza della madre morta. Questo stringatissimo materiale narrativo, unito a una qualità quasi fotografica delle scene, che ricorda il miglior cinema nordico, serve a Dagerman per puntare il fuoco sulla confusione del protagonista. La volontà di Bengt di creare rapporti umani senza compromessi e il suo rifiuto della mediocrità possono facilmente irritarci; e del resto, egli stesso non è sempre all'altezza di questi ideali. Eppure come rimanere indifferenti di fronte alla sua sensibilità esasperata? Bengt è l'archetipo dei giovani feriti di Dagerman, che come falene tornano sempre a bruciarsi sulla lampada; stolti e meravigliosi, non sanno imparare dai loro errori.

E poi i reportage dalla Germania dell'immediato dopoguerra, Autunno tedesco. Una raccolta che si avvicina più alla letteratura — per Fulvio Ferrari è "opera di un poeta" — che al giornalismo narrativo. Dagerman racconta di un popolo ancora segnato dal nazismo, giustamente sconfitto, ma anche alle prese con una distruzione totale della propria identità. Dagerman riesce nel compito difficilissimo di tenere saldo il proprio giudizio sulle responsabilità dei tedeschi e insieme rivolgere lo sguardo, con coraggio, allo sfacelo dei colpevoli: "Il giornalista che è uscito indietreggiando dalla cantina avrebbe dovuto, in breve, essere più umile di fronte al dolore, per quanto meritato esso fosse, perché la sofferenza meritata non è meno difficile da sopportare di quella immeritata".

Alla ricerca di una consolazione.

Forte di tutto questo, all'inizio degli anni Cinquanta Dagerman era già un autore di culto; ma le parole cominciarono ad abbandonarlo. Schiavo della propria insoddisfazione, preoccupato dalle aspettative che gli si erano create intorno e affaticato da una situazione familiare complessa (un divorzio, molti debiti, i figli lontani), lo scrittore precipitò nella depressione.

Lottando contro il proprio silenzio, tentò di reagire con un breve saggio: Il nostro bisogno di consolazione. "Il mondo è dunque più forte di me", scrisse. "Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch'io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s'esprime meno bene di chi costruisce la libertà." Per Dagerman, ciò risultava essere "una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita".

Ma non gli bastò. Non bastarono il talento immenso e il riconoscimento ottenuto, né l'affetto dei lettori e l'amore della seconda moglie, la bellissima attrice Anita Björk. Quando uscì di casa il mattino del 5 novembre 1954, nulla più era sufficiente a trattenerlo su questa terra.

In un frammento di tre anni prima aveva immaginato la sua lapide e un'epigrafe che riassume l'intera storia: QUI RIPOSA UNO SCRITTORE SVEDESE | CADUTO PER NIENTE | SUA COLPA FU L'INNOCENZA | DIMENTICATELO SPESSO.

Non riusciamo a dimenticarti, Stig.

(19/05/15)

La società black box

Una giornata qualunque su internet: cerchiamo informazioni su Google, verifichiamo l’erogazione del mutuo nel sito della nostra banca, commentiamo lo status di un amico su Facebook. Quanto sappiamo dei meccanismi che hanno regolato queste operazioni? Niente.

Certo, la maggioranza di noi non sa nemmeno come funziona il motore di un’automobile moderna – ma quantomeno possiamo capire se è nelle condizioni di portarci a destinazione; e se non lo è, un meccanico qualsiasi potrà aiutarci. Molte architetture dei sistemi digitali, invece, si basano su un velo di segretezza assoluta. Ogni giorno consegniamo informazioni, password, contenuti, nomi, numeri di carte di credito, video e così via ad aziende il cui meccanismo è estremamente opaco.

Questa la tesi esposta da Frank Pasquale nel suo The black box society (Harvard University Press 2015): su internet le aziende e le istituzioni sono sempre più sottomesse alla “logica del segreto”, mentre le nostre vite private sono sempre più trasparenti e aperte nei confronti di chi le gestisce. Tutto ciò che facciamo online è tracciato, e il regime di sorveglianza sul web – che sia giustificato per “ragioni di sicurezza” oppure per “semplificare l’esperienza di navigazione” – ha un’estensione immensa.

Naturalmente, la segretezza delle operazioni finanziarie e industriali o dei sistemi di ricerca non serve ad altro che ad arricchire pochi: a mantenere dei rapporti di potere, in un mondo dove “l’autorità è espressa sempre più in termini algoritmici”. Finché i metodi operativi di Google o Facebook o Wall street (ma anche di un’azienda telefonica) rimarranno oscuri, non avremo alcun modo di distinguerne il buon funzionamento dall’abuso. Ma è proprio su questa oscurità – sulla black box impenetrabile perfino ai migliori analisti, e la connivenza della legge a difenderla – che si basa gran parte del capitalismo contemporaneo.

Il saggio di Frank Pasquale è ricchissimo di analisi, esempi e spunti. In questo articolo mi limiterò a dare una panoramica degli aspetti chiave del libro: il modo in cui la filosofia e la pratica della black box si realizzano nella società contemporanea.

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(17/05/15)

La mappa di una città a pezzi

Oggi esce in libreria Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi: una guida collettiva e alternativa (nel senso più virtuoso e meno abusato del termine) alla mia città; 500 e rotti pagine di contributi di scrittori, musicisti, disegnatori, attivisti, skater, attori, eccetera eccetera per diffondere e mostrare al mondo la Milano che non è da bere, che non è una vetrina, che non è Expo, che non è il Duomo, che non è Montenapoleone: "la metropoli più sconosciuta e vivace, quella che si esprime nelle situazioni estranee alla segnaletica ufficiale e al mostrismo dei grandi eventi".

Insomma, l'opposto di quel luogo orrendo e privo d'amore partorito da un immaginario, ahimè, ancora molto diffuso. C'è anche un mio breve contributo, sulla Libreria Popolare di via Tadino.

Non ho ancora letto tutto il libro, ma mi sembra un lavoro fenomenale e quanto mai necessario ora. Qui potete scaricare l'introduzione che ne spiega con chiarezza gli scopi e i metodi.

(13/05/15)

Perdere un lavoro per un tweet

Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.
Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.
Quello che vorrei fare è analizzare questo episodio non per erigermi a paladina della libertà di opinione, battaglia che non posso permettermi e che troverei fuori proporzione. Credo, tuttavia, che sia rivelatorio di una serie di fragilità a cui chi fa il mio mestiere si ritrova esposto, soprattutto se è molto presente sui social network.

Il pezzo in cui Claudia Durastanti racconta di avere perso una collaborazione per avere espresso un'opinione su Twitter va letto e fatto circolare il più possibile: perché illumina i rapporti di potere nel mondo del lavoro di oggi e l'arbitrarietà assoluta che spesso li attraversa. E lo fa con argomenti limpidi, senza traccia di vittimismo, ponendo una serie di questioni che vanno affrontate con urgenza.

Mi auguro che non si perda come la semplice testimonianza di un'ingiustizia lavorativa (una delle tante cui siamo tristemente abituati), ma che generi una conversazione proficua per tutti, e un minimo di coscienza collettiva e supporto reciproco (anche se a leggere alcuni commenti su minima&moralia cadono solo le braccia).

Il fatto è che poteva e potrà succedere a chiunque altro, magari in forme diverse o con modi diversi: ma non è un caso che riguarda solo Claudia. Riguarda tutti noi, e se non ne comprendiamo la gravità assoluta la partita è chiusa in partenza: perdere una collaborazione di lavoro per un tweet (un tweet dove si esprimevano delle perplessità su un argomento, non un tweet in cui ci si professava nazisti o che so io) è terribile, ma è ancora più terribile il sistema che ne è il sottinteso.

E cioè l'assenza di garanzie, l'assenza di diritti, l'opacità di alcune dinamiche professionali, e la crescente incidenza di ogni aspetto della nostra vita privata nel mondo lavorativo. Per cui un'idea espressa sul proprio profilo personale (e non un pezzo rifiutato perché non conforme alle linee della testata o non gradito, cosa che sarebbe ovviamente comprensibile) determina il divieto futuro a scrivere per la testata stessa. Per sempre. Esprimi una critica, e perdi per sempre una fonte di reddito.

Ora, è ovvio che un direttore ha la massima libertà di scegliere i propri collaboratori come meglio crede; ma ha anche la responsabilità di deciderlo su delle basi ragionevoli, e con argomenti ragionevoli. Altrimenti vale tutto. E quello addotto per interrompere la collaborazione di Claudia non è un argomento ragionevole, in nessun caso. Il fatto che avvenga su un tema di discussione che aveva come oggetto, appunto, la libertà d'espressione, lo rende ancora più amaro e inquietante.

Fra l'altro, non posso fare a meno di chiedermi: cosa sarebbe successo se quel tweet l'avesse scritto un giornalista assunto? Avremmo assistito alla medesima conclusione? Temo proprio che non sarebbe successo assolutamente nulla. La libertà formale di parola costa poco: ognuno dica quel che vuole; è l'equivalente del povero che è liberissimo di essere povero. Ma è la libertà sostanziale di parola a essere preziosa, perché misura il grado di civiltà di una società e del suo giornalismo: ovvero in quali conseguenze può incorrere chi decide di esprimere un'opinione; specie in un contesto lavorativo vago e sregolato. Quanto accaduto a Claudia mostra che tale libertà sostanziale trova senso solo in rapporto alla quantità di potere acquisito e spendibile. Il prestigio, l'anzianità, un foglio di carta che ti dà delle garanzie.

Perché le cose stanno così, e vanno molto oltre il singolo episodio: da un lato c'è chi ha sempre meno potere (in questo caso nessun potere contrattuale), e dall'altro c'è chi ha più potere e lo usa senza rendersi conto delle conseguenze semplicemente perché può: perché questo è il mondo che si sta profilando all'orizzonte, il "gioco" le cui "regole" sono ormai date per scontate o addirittura cinicamente apprezzate, mentre non dovrebbero esserlo affatto. Né il lavoro dovrebbe essere un gioco, come dice Claudia.

(11/05/15)

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