Lamiere: un reportage a fumetti

Tutto cominciò poco meno di due anni fa:

Danilo Deninotti, Lucio Ruvidotti e io avevamo appena pubblicato un nuovo piccolo reportage a fumetti su Pagina99, sotto l'impulso di Alessandro Leogrande. La nostra amica Eloisa, medico e social media manager della Ong Rainbow for Africa, lanciò il sasso come da tweet: Rainbow opera in diverse parti del mondo e sarebbe stato molto interessante raccontare la loro attività di intervento e formazione sanitaria.

Qualche mese dopo, Tito Faraci divenne direttore della collana Feltrinelli Comics e chiese se noi tre avessimo qualche idea per un progetto di graphic journalism più vasto. Le stelle si erano allineate.

Il 9 marzo 2018 siamo partiti per Nairobi, dove abbiamo passato una decina di giorni a stretto contatto con quattro volontari di Rainbow, ospitati in un convento di frati francescani. L'obiettivo era raccontare la vita di ogni giorno a Deep Sea, una piccola bidonville del quartiere Westlands: gli abitanti che sopravvivono tra mille difficoltà, in condizioni di autentica miseria sociale; l'attività di Rainbow for Africa in un contesto del genere; le modalità di aiuto "non assistenziale" messe in pratica dal nostro ospite, frate Ettore Marangi. Ma anche riflettere sul problema strutturale - perché esistono gli slum, innanzitutto? - e svelare le nostre emozioni e contraddizioni di fronte a una situazione simile.

Tutta l'indagine è stata svolta rigorosamente sul campo, parlando con gli abitanti di Deep Sea e condividendo - con molta discrezione - la loro quotidianità.

Il risultato sono centotrentasei pagine di giornalismo a fumetti in cui abbiamo provato a seguire la lezione di Leogrande: evitare la sterile categoria della vittima, uscire dagli schemi del pietismo e interrogare il nostro stesso dispositivo di racconto (tutt'altro che neutrale, tutt'altro che sufficiente senza una chiamata all'azione).

La sceneggiatura è di Danilo e mia; matite, chine e colori sono di Lucio - che ha fatto davvero un gran lavoro, in particolare dal punto di vista cromatico.

Il libro si chiama Lamiere ed esce il 7 febbraio 2019 per Feltrinelli Comics.

(22/01/19)

Il Diario di Adelaide Aglietta

Osservando le reazioni sovreccitate all'arrivo di Cesare Battisti in Italia, ho pensato che il Paese avrebbe un gran bisogno di riprendere le battaglie chiave dei Radicali negli anni Settanta: la lotta per il garantismo, la laicità, lo sguardo critico verso le istituzioni, l'assoluto rispetto della libertà individuale, la passione per il diritto civile. A tal proposito, fra pochi giorni cade l'anniversario di un piccolo libro che vale la pena leggere o rileggere, non fosse altro perché di Radicali e anni Settanta parla con chiarezza esemplare. Si tratta del Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate Rosse di Adelaide Aglietta, uscito per i tipi di Milano Libri nel febbraio 1979 e oggi edito da Lindau.

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(18/01/19)

Intervista a Emmanuel Mbolela

Emmanuel Mbolela è uno scrittore e attivista congolese, che dopo molti anni di stazionamento forzato in Marocco è riuscito a ottenere uno status di rifugiato in Europa. Il libro che racconta la sua avventura – intitolato appunto Rifugiato (Agenzia X 2018) – va ben oltre la testimonianza, per quanto tragica, e getta una luce interessante sulle lotte autogestite dei migranti: è un testo combattente ma al contempo intriso di grande sensibilità umana.

Oggi Mbolela è impegnato nell'associazione Afrique-Europe-Interact, una rete che si propone di combattere il land grabbing delle multinazionali in Africa difendendo lo sviluppo locale e sostenibile – il “diritto a restare” in condizioni dignitose, parallelo e coincidente al diritto di muoversi liberamente nel mondo.

Grazie a Marco Philopat ho avuto la fortuna di intervistare Mbolela durante il suo tour di presentazioni in Italia, nel settembre 2018: qui di seguito la nostra chiacchierata.

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(29/11/18)

Alessandro Leogrande, un anno dopo

Il 26 novembre 2017, un anno fa, morì Alessandro Leogrande. Nella miseria che stiamo attraversando, le sue parole e la sua integrità mancano ogni giorno di più.

Scrivo da un treno che attraversa la pianura padana, tra campi velati dalla foschia e capannoni abbandonati. Fra poco a Torino terrò una lezione su Carlo Rosselli e Camillo Berneri: e mi pare una luminosa coincidenza parlarne nell'anniversario della scomparsa di Alessandro: un privilegio discutere di libertà ed eguaglianza, di azione e antifascismo.

Verso la fine di Socialismo liberale, Rosselli evoca un "demone critico che obbliga di continuo a rivedere, alla luce delle nuove esperienze, la propria posizione". Credo che questo demone dominasse il lavoro quotidiano di Leogrande. Basta aprire una qualunque delle sue pagine per accorgersene, basta rileggere i suoi libri o i suoi numerosi articoli.

Aveva metodo e curiosità. Aveva una lingua mite, ma non lasciatevi ingannare: dietro la pacatezza e la costante ricerca del dialogo sapeva essere molto netto. Aveva, soprattutto, una varietà di interessi sorprendente e una cura altrettanto sorprendente nei loro confronti, ben diversa dalla tuttologia dell'opinionista annoiato. Ogni volta che lo leggevo, si trattasse di un reportage o di un pezzo di commento, pensavo: "Ecco. Questo dovrebbe fare un intellettuale". Potevo anche non essere d'accordo su un dato argomento, ma non trovavo mai tracce di occasionalità o superficialità, difetti che tormentano anche i migliori; e ogni riga ricordava un'etica semplice ma sostanziale: la parola non può stare dalla parte dei più forti. La parola di Leogrande non lo è mai stata, a differenza di molti suoi colleghi.

Ovviamente ho ricordi molto brutti di quel 26 novembre 2017 e dei giorni che seguirono. Ma non dimentico le tantissime persone che si dichiaravano sconvolte; che di Alessandro ricordavano la generosità, lo scrupolo e la bontà (e quanta paura fa oggi a molti questa parola); che sottolineavano il suo scetticismo verso le semplificazioni. Era come un abbraccio collettivo nella distanza. Perché, come scrisse Nadia Terranova, "con lui diventavamo tutti più bravi. E basterebbe solo questo a struggerci, ora: la mancanza di una persona che rendeva le persone migliori".

Ma era troppo tardi, Alessandro non c'era più, ed è sconfinato il rimpianto per quanto avrebbe potuto dare ancora. E tuttavia, che ne è di noi che restiamo? Quanti rimpianti ci affliggono per non essere stati all'altezza quando necessario? Che abbiamo fatto, che vogliamo fare?

Parlo seriamente. Nell'anno trascorso le cose sono peggiorate da molti punti di vista, nel mondo come nel discorso culturale. Si va imponendo il modello di una società fondata sulla violenza e il rancore verso i più deboli. Il disprezzo per l'argomentazione sta toccando ovunque il suo vertice, e il dileggio fine a sé stesso ha ormai quasi sostituito le occasioni di critica profonda. Una voce limpida, coraggiosa e intransigente come quella di Leogrande — una voce che prima di levarsi ascoltava, leggeva e non sbraitava mai, sottraendosi così al ciclo spettacolare dell'indignazione — una voce per cui il termine impegno non era un passepartout o una solenne banalità, ma una questione di condotta personale — una voce del genere è cosa rara: ma quanto mai necessaria. Farsene carico da soli è forse impossibile, perché davvero di Alessandro ce n'è stato uno; ma tenere a mente le sue lezioni, come ha fatto Christian Raimo su Internazionale, è ancora oggi motivo di incitamento.

So che le commemorazioni sono materia delicata. Prima o poi si finisce sempre per cadere in qualche cliché. Queste righe vorrebbero dunque ricordare una persona che è stata importantissima per molti (e cui ho pensato spesso in questo anno), ma soprattutto invitare a proseguire lungo la sua traccia. È quanto ci resta e dobbiamo farlo con la massima cura, con una sorta di devozione e intransigenza, se vogliamo che Leogrande non decada a immaginetta e la sua opera non venga disinnescata.

Nella prefazione a Il violento mestiere di scrivere di Rodolfo Walsh, Alessandro osservava:

Non si scrive mai solo per scrivere, benché poi ogni scritto possa vivere di vita autonoma. Nel momento in cui il mondo non appare più come un campo inerte, lo scontro tra dominanti e dominati, morte e rivolta si fa più crudo. Prima ancora che con categorie ideologiche, le proprie scelte hanno a che fare con considerazioni di natura immediatamente morale. La possibilità o meno di continuare a guardarsi davanti a uno specchio porta sempre a considerare la propria scrittura sotto una nuova luce.

Parlava di Walsh, certo, ma parlava anche di sé; e ho come l'impressione che parlasse anche ad altri. Il brano ha il sapore di una chiamata alle armi, anche se il compito imposto da quest'idea di scrittura è tutt'altro che semplice: richiede intelligenza, precisione, studio e amore — perché di amore si tratta. E tuttavia Alessandro Leogrande ci ha dimostrato che è possibile. Anche in Italia, persino in questi anni infami, nonostante tutte le difficoltà: a patto di rimboccarsi le maniche e non cedere al rito sterile della lamentela.

Lui da un anno purtroppo è scomparso e la perdita resta incolmabile, è qualcosa che si estende a macchia, che supera il lutto individuale e diventa ad ogni effetto una questione collettiva. Ma noi restiamo e questa stessa perdita ci interroga, ci sprona, ci inchioda a una responsabilità: che abbiamo fatto, che vogliamo fare, che faremo?

(26/11/18)

Su Orfeo

I miti antichi parlano spesso di morte, ma non conoscono morte alcuna. Rileggerli alla luce della società contemporanea è un esercizio a volte rischioso, se dimentichiamo il contesto in cui sono nati: eppure è anche un segno di vitalità. Antigone, Narciso, Telemaco e Ulisse continuano a dirci molto di chi siamo, di come ci orientiamo nel mondo. Il nostro destino è ancora in parte il loro. Ma c'è un mito che io ho sempre trovato fra tutti il più magnetico e affascinante, e che forse oggi ci parla meglio degli altri: quello di Orfeo.

La storia è nota, benché come di consueto ne conserviamo varianti diverse. Secondo la trama più diffusa, Orfeo era un cantore tracio dalla voce così dolce da ammansire le fiere e costringere alberi e pietre a danzare. Quando la sposa Euridice morì per il morso di un serpente, affrontò negli inferi per riaverla: Caronte e Cerbero si piegarono al suo incanto, e così la terribile Persefone. Gli dèi promisero che Euridice sarebbe tornata in vita, guidata da Orfeo stesso per un tragitto sotterraneo — a patto che egli non si voltasse mai a guardarla. Sul punto di uscire alla luce, il poeta non riuscì a resistere e guardò la sposa scomparire negli abissi, stavolta per sempre. Sconvolto, vagò in solitudine e venne infine sbranato dalle Menadi: ancora fedele all'amata, aveva rinunciato a unirsi a loro nei culti bacchici.

Una lettura sbrigativa si limita a vedere in questo mito un triste racconto d'amore, con un avvertimento: non desiderare l'indesiderabile; e comunque obbedisci alle parole di un dio. E tuttavia credo che la parte più interessante, quella che parla a noi con stringente attualità, giaccia altrove.

[continua a leggere sull'Espresso in edicola]

(18/11/18)

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