Mort d'un homme heureux

Mort d'un homme heureux

Oggi è in tutte le librerie la traduzione francese di Morte di un uomo felice: il titolo è il medesimo, Mort d'un homme heureux. L'editore è Seuil.

E come per il romanzo precedente, sono particolarmente fortunato: la traduzione, splendida, è di François Bouchard.

(04/02/16)

La storia di Radio Popolare

radio popolare

Cos'è Radio Popolare? Un'emittente radiofonica di sinistra, certo: ma anche un collettore di energie urbane, un polo di sperimentazione, e più ancora un luogo dove l'autonomia e la libertà sono continuamente rinegoziate, nella pratica concreta del dare informazione e in quella parallela, altrettanto cruciale, dell'ascolto rivolto al pubblico.

Per molti versi un caso unico: mentre l'industria dell'informazione oggi cerca disperatamente di creare community e dare un valore aggiunto ai suoi fruitori, quarant'anni fa Radio Popolare scopriva il valore comunitario del mezzo in maniera naturale, quasi sorgiva. Le sue tappe cruciali mostrano in filigrana una lunga storia cittadina, italiana e globale: centinaia di protagonisti, tantissime voci, programmi che nascono e muoiono, una messe di idee convergenti e opinioni contrastanti, litigi vari, grandi momenti di gioia, addii...

Di tutto ciò ho cercato di dipingere un ritratto sul numero in edicola di "Pagina 99". Un ritratto parziale, inevitabilmente, ma appassionato. Quello di una radio e della sua città, Milano: quello di una frequenza e delle pulsazioni che ha saputo generare in chi l'ha amata e l'ama — qualcosa che va ben oltre le mere onde di trasmissione.

Il lungo articolo esce nella serie dei "Fuoribordo" curata da Alessandro Leogrande.

(16/01/16)

Su Topolino

Sul numero di Topolino in edicola oggi (il 3135) c'è la mia prima storia a fumetti per il settimanale, dal titolo "Zio Paperone e la disfida dei regali". I disegni sono di Roberto Vian - che fra l'altro ha piazzato un'adorabile sorpresina: guardate che libro legge lo zione in fondo a pagina 114.

E ora.

So che potrà suonare sentimentale (questo è un post molto sentimentale), ma sono davvero emozionato e felice. Chi mi segue da qualche tempo conosce la mia passione per i fumetti, ma forse non conosce con esattezza l'importanza di Topolino nella mia vita di lettore - e non solo.

È grazie a Topolino che ho iniziato a leggere. Di più: è grazie a questi albi che ho iniziato ad amare le storie. Prima ascoltandole raccontate dai miei genitori, poi seguendole da solo. Nell'infanzia, nell'adolescenza e anche nell'età matura: pensare a Topolino come un mero "prodotto per bambini" è profondamente sbagliato, perché fraintende la complessità del suo mondo e dei suoi personaggi: che, per la stragrande maggioranza, sono appunto adulti e si comportano da adulti. Litigano, oziano, fanno affari, commettono crimini, sventano crimini, combinano disastri, stringono amicizie, viaggiano, girano in automobile, vivono avventure. (Il grande Carl Barks una volta disse che non c'era differenza fra i suoi personaggi e la vita che dovevano affrontare i suoi lettori).

Cominciando a raccontarli mi sono accorto con maggiore chiarezza di questo aspetto. Per la prima volta avevo a che fare con un parco di caratteri dotati di psicologie già molto ben definite, e personalità che sono andate sedimentandosi grazie allo straordinario lavoro della scuola italiana di Topolino: non solo i grandi maestri come Romano Scarpa, Rodolfo Cimino, Giorgio Cavazzano, Massimo de Vita, ma anche i tantissimi altri bravi "artigiani" - e uso questo termine nel senso più nobile - che nei decenni hanno creato storie divertenti, brillanti, a volte semplici ma mai scontate. (Se non lo sapete, sceneggiatori e disegnatori italiani dominano quasi per intero la scena mondiale di questo fumetto).

Tale patrimonio può facilmente mettere in soggezione - ed è giusto così. Raccontare le storie dell'universo topo&papero è un privilegio enorme e insieme una sfida, ma in nessun caso un limite alla creatività del singolo. Lavorando alle mie prime storie ho scoperto come Paperino, Topolino, Zio Paperone e gli altri siano personaggi inesauribili. Esistono dei paletti e dei limiti, certo, ed è indispensabile ricordare che si sta scrivendo per un pubblico fatto per lo più di bambini e ragazzi: ma trattare quei personaggi - personaggi adulti, ripeto - in maniera infantile è un errore tragico e di più: una mancanza di rispetto.

La mia avventura topolinesca comincia dunque qui, con il numero di Natale. Da bambino avevo l'abitudine di rileggere, ogni sera della vigilia, la Trilogia della spada di ghiaccio di Michelini e de Vita: quindi per me non c'è regalo migliore - ritrovare quella meraviglia e per una volta provare a restituirla, con i miei mezzi, a nuovi lettori.

Tutto questo non sarebbe mai accaduto se non fosse stato per Tito Faraci, amico, grande sceneggiatore ed editor di Topolino. Per diverso tempo mi ha buttato lì l'idea di scrivere una storia - e per diverso tempo ho nicchiato, dicendo che dovevo studiare (era vero: detestavo l'idea di fare lo scrittore che si improvvisa sceneggiatore; la tecnica non si inventa da un giorno all'altro). Quando ho vinto i miei timori, ho avuto (e ho) il privilegio di averlo a fianco per dirmi cosa va bene e cosa invece no, sempre con bravura e onestà.

Quindi, Tito: grazie di cuore. E naturalmente grazie anche alla direttrice Valentina de Poli, a Davide Catenacci e a tutto il team di Topolino.

Già questo basterebbe: eppure c'è dell'altro: l'entusiasmo che ho condiviso con i colleghi davanti a un bicchiere di vino, la sfida di trovare la battuta giusta o la messa in scena migliore, l'idea scambiata, il consiglio, lo spunto messo in comune. Perché in questo caso più che mai siamo tutti cantastorie di qualcosa di più vasto.

A Paperopoli come a Topolinia non si entra per la strada maestra, ma solo per una delle tante vie minori: e da lì si ritaglia il proprio percorso.

La strada maestra, se c'è, è solo di Zio Paperone: che fra le altre cose è il mio personaggio preferito. Ma il motivo ve lo racconto un'altra volta.

(23/12/15)

Su "La frontiera" di Alessandro Leogrande

leogrande la frontiera

Il mercato dei trafficanti del Sinai, dove i migranti vengono rapiti, torturati e a volte utilizzati come riserve d’organi da trapiantare — operati in maniera rudimentale e poi abbandonati al loro destino. Qualcosa che “rasenta il grado zero della violenza, quello in cui l’orrore si sprigiona assoluto, indifferente, banale sui corpi nudi”: e di cui nessuno parla quasi mai. (Né parla di chi cerca di combatterlo, come la minuta e pugnace Alganesh Fessaha o lo sceicco Mohammed Abu Bilal).

La situazione dell’Eritrea contemporanea, ancora inchiodata a una dittatura — l’involuzione, così tipica del secolo scorso, di una grande lotta sociale in una struttura gerarchica e totalitaria — che non manca di agenti segreti sul territorio europeo. E la conseguente fuga di massa di tanti, tantissimi eritrei dalla guerra perenne, dalla coscrizione obbligatoria — e anche dagli effetti postumi del colonialismo italiano. (“Si è acceso qualcosa dentro di me quando ho scoperto che alcuni dei campi di concentramento eretti negli ultimi anni da Isaias Afewerki per reprimere gli oppositori sorgono negli stessi luoghi dove erano disposti i vecchi campi di concentramento del colonialismo italiano”).

Poi l’esatta dimensione spaziale e temporale del viaggio di chi parte dal Corno d’Africa o dall’Afghanistan per cercare di raggiungere le nostre coste: mesi se va bene, più spesso anni. (A ogni tappa bisogna raccogliere i soldi per la tappa successiva; e ovunque possono capitare imprevisti di ogni genere, ferite, malattie, impossibilità di trovare lavoro, contatti recisi, bisogni dei trafficanti o brutalità da parte della popolazione locale — come accade regolarmente in Libia, o in Sudan).

E naturalmente le acque insanguinate che separano il nord Africa dall’Italia: la strage del 6 maggio 2011 e quella di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Il senso di colpa di chi, pur avendo soccorso tante persone in mare, avrebbe tanto voluto soccorrerne di più. Lo straziante percorso del riconoscimento dei cadaveri, che spesso porta a identificare persone diverse da quelle morte, o ai famigliari di rifiutarne l’identità. (Quanti modi di affrontare un lutto così intollerabile, così ingiusto).

E l’assalto alla fabbrica di Patrasso da parte dei militanti nazisti di Alba Dorata, pronti a snidare e massacrare di botte i migranti che attendono il momento per passare le acque e giungere in Italia. E gli abusi dei carabinieri e degli operatori del campo di San Foca. E il punto numero 12 delle “leggi del viaggio” redatte da Sinti e Dag, due etiopi rifugiati che vivono a Roma, recita semplicemente: “Avere fortuna”. Ma come si fa ad avere fortuna? E come si può costringere una massa di persone a sperare di piegare il fato pur di sopravvivere?

E ancora la storia del giovanissimo Aamir, afghano immigrato in Iran, che ha raggiunto l’Italia passando per i Balcani e aprendo così una nuova rotta, sempre più battuta negli anni — al punto che oggi l’Ungheria l’ha spezzata con un muro. E la storia-cornice del curdo Shorsh, che non si chiama Shorsh — con il viaggio dall’Iraq non ha cambiato soltanto vita, ma anche nome — e ora vende kebab a Bolzano.

Cominciare con una lunga enumerazione può sembrare eccessivo, ma ho preferito lasciare un spazio ai veri protagonisti, vivi e morti, che affollano il nuovo libro di Alessandro Leogrande, La frontiera (Feltrinelli). Il titolo ovviamente non ha nulla di casuale.

[continua a leggere su "lo Straniero"]

(11/12/15)

Perché è difficile ammettere di avere torto?

«Sì, ho sbagliato»; «Già, avevi ragione tu». Quante volte avete sentito e pronunciato frasi del genere, nella vostra vita? Spero di non sbagliarmi – appunto – ma credo sia merce decisamente rara. Capita ogni giorno di fare degli errori evidenti: numeri che non tornano, scartoffie compilate male, citazioni false, appuntamenti per cui si era detto e scritto alle otto e invece eccoci alle nove e venti, e così via.

Ma perché è così difficile ammettere di avere avuto torto? Il problema riguarda tutti, ed è trasversale: va dalla discussione con il collega che si impunta anche quando i dati gli danno contro, passando per il litigio parossistico con il parente a cena o con il conoscente su Facebook, fino al giornalista che non può tollerare di dover scrivere una rettifica.
Sgombriamo il campo dalla malafede assoluta, per cui i concetti di verità o falsità e di buone o cattive ragioni non contano nulla: conta solo il dar battaglia e trollare fino alla morte. Restiamo così con una fetta di persone normalissime, che ogni tanto fanno errori, ma si dannerebbero l'anima piuttosto che confessarlo. A nessuno piace sbagliare, è ovvio; ma da qui a essere del tutto incapaci di mostrarsi in fallo c'è un abisso psicologico ed etico. Di nuovo: perché? Il tema, sorprendentemente, non è molto indagato. Io vorrei affrontarlo da tre punti di vista diversi ma correlati fra loro: come una questione di potere, come una questione pedagogica e infine — dato che scrivo questo articolo oggi e non trent'anni fa — come una questione tecnologica.

[continua a leggere sul Sole 24 ore]

(26/11/15)

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