E questo, l'hai visto? (25-01-2015)

Famiglie senza casa, Detroit, il rapporto fra le elezioni in Grecia e Spagna e i movimenti, l'impatto delle proteste contro i vaccini, i nuovi attivisti neri americani e altro ancora nella mia solita rubrica su Internazionale.

(25/01/2015)

Calamandrei e il discorso sulla Costituzione

Lunedì prossimo interverrò insieme ad Arturo Colombo e Salvatore Veca ai Chiostri dell'Umanitaria a Milano, per il sessantennale del discorso di Calamandrei sulla Costituzione (che trovate qui in audio, e che verrà di nuovo trasmesso durante l'incontro).

Per me è un grande onore e spero di essere all'altezza. La mia idea è di partire da un altro anniversario - quello della Liberazione - e proseguire parlando di desistenza e impegno, di altre figure concettualmente e moralmente vicine a Calamandrei (fra cui Danilo Dolci), per finire con i temi della disobbedienza civile e della libertà. Perché "ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo".

(22/01/2015)

Rapsodia sull'abbandono

1.
Leggo Lasciarsi di Franco La Cecla (elèuthera 2014), un bel saggio sull'abbandono in amore e la pervasività della retorica dell’“amore eterno” nella nostra società. Che di retorica si tratti e non di realtà è testimoniato dal numero sempre più alto di rapporti interrotti, divorzi e separazioni. Di fronte a questo più generale indebolimento dei legami, sarebbe lecito attendersi – quasi per reazione fisica – una più generale diminuzione del dolore che la loro rescissione provoca. E invece non è così. Continuiamo a soffrire come cani ogni volta che ritorniamo soli, o che dobbiamo pronunciare le orribili parole che pongono termine a una relazione.

La tesi centrale di La Cecla è che non abbiamo rituali consolidati per l'abbandono. Tanto l'innamoramento e l'amore sembrano codificati secondo narrazioni precise (dal flirt al matrimonio), quanto la fine di tali sentimenti ci appare ancora del tutto soverchiante. Il risultato: ci si lascia male. Ci si lascia, anzi, sempre più male: perché non avendo a disposizione che accordi rozzi o tecniche imprecise, e con un sovrappiù di precarietà e varietà di legami così tipico della nostra epoca, il risultato è un oceano di dolore e incomprensione. La risposta al riguardo è la consueta, l'equivalente di un'alzata di spalle: quantomeno, così c'è una rottura netta. Si soffre molto, ma alla lunga ci si fa meno male.

Ne siamo sicuri? Rubricare la fine di un amore sotto la categoria delle catastrofi – e dunque qualcosa di non prevedibile, di non gestibile, di semplicemente atroce – è il modo migliore per sopravvivervi e andare avanti? «È singolare», osserva La Cecla, «che una società come la nostra, che accetta ad altri livelli una certa razionalità materialista, sia così idealista in questioni d'amore».

E in effetti idealista rimane, fino in fondo: fino al punto di non essere, in tal capo, mai giunta alla tanto sospirata modernità. Siamo sviluppatissimi, ma dentro di noi restiamo ancora legati all'amore passione codificato nel XII secolo. Con tutte le conseguenze che ciò comporta quando termina: in primo luogo, la tentazione a ridurlo sempre e comunque a una costante individuale. Tu non puoi capirmi!, urliamo all'amico che ci ascolta – come se il nostro dolore fosse unico. E in un certo senso lo è; ma non del tutto.

La Cecla è troppo lucido per proporre delle “soluzioni” al riguardo: si limita a dipingere una fenomenologia degli abbandoni nella contemporaneità, con uno sguardo da antropologo. Ovvero, con quel minimo di ironia che consente l'osservazione distaccata ma partecipe di una cultura (la nostra) e il paragone con altre (come quella Tuareg o nel Mali) che posseggono riti di abbandono collettivi, dove le code personali sono riassorbite in una comunità – e il dolore del singolo, per quanto inevitabile, viene stemperato. Paradossalmente, a essere antiquati in amore siamo proprio noi. Forse un'ottica più compassionevole verso tale sentimento e la sua imperfezione – molto lontana dal grande ideale romantico – potrebbe aiutarci a essere, se non altro, più compassionevoli con noi stessi.

Nelle righe che seguono proverò a giocare un po' con queste idee e cercare di legarle ad altri aspetti della contemporaneità. L'andamento sarà volutamente rapsodico. E un'avvertenza: l'autore di questo pezzo, come immagino ogni suo eventuale lettore, ha sperimentato di prima mano e più volte la materia qui trattata. Ha però cercato di porsi nei suoi riguardi nel modo più oggettivo possibile – in questo anticipando alcune riflessioni che dovrebbero far parte di un libretto a venire. Non vogliategliene se ogni tanto si è lasciato andare o è apparso retorico. La delicatezza del tema non lascia scampo a nessuno; figuriamoci a lui.

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E questo, l'hai visto? (18-01-2015)

I giovani calciatori ghanesi, i pianeti abitabili, una mappa interattiva del jazz, il traduttore simultaneo di Skype, l’amore di John Updike per i fumetti e altro ancora nella consueta rubrica su Internazionale.

(18/01/2015)

I dannati della metropoli

Ho letto di recente I dannati della metropoli di Andrea Staid - un gran bel lavoro antropologico militante sulla piccola criminalità dei migranti, quasi sempre costretti all'illegalità dopo tentativi di inserimento più volte frustrati dalla burocrazia o dalle condizioni disperate in cui versano:

La città legittima pronuncia parole di paura e sospetto verso quella illegittima, ma ricorre a quest’ultima per un gran numero di servizi e prestazioni: dal lavoro domestico a quello in nero dei cantieri, dalla domanda dei vari tipi di prostituzione a quella di stupefacenti, gioco d’azzardo o credito illegale. La città illegittima è titolare di un’offerta di servizi la cui clientela è costituita in gran parte da membri della società legittima.

Staid raccoglie un gran numero di testimonianze dirette da persone che sono state rinchiuse nei CIE, hanno vissuto per strada, sono escluse dalla società per diversi motivi. Particolare rilievo è dato allo stabile di viale Bligny 42 a Milano - un "fortino dello spaccio" per le semplificazioni della stampa mainstream, e che invece Staid svela dando voce agli inquilini che ci vivono da anni.

L'aspetto più pregevole del saggio è che non si limita a mettere insieme queste storie, ma ne svela il sottinteso drammatico: "la necessità di chiarire i nessi tra strutture generali di potere e forme di soggettività, capire come e perché si sceglie di delinquere e di ribellarsi ai soprusi quotidiani". Dove uno sguardo superficiale vede solo una ferita sul tessuto metropolitano pacificato, l'approfondimento etnografico e sociologico si sofferma sulla drammatica diseguaglianza dei rapporti in campo, lo sfruttamento all'ordine del giorno e il delirio burocratico e legislativo (la Bossi-Fini in primis) che affossa molte speranze. Questo costringe anche a un necessario, per quanto scomodo, lavoro di ripartizione della responsabilità e del cumulo di violenza o illegalità che spesso esplode nelle nostre metropoli: svelarne le cause profonde.

Considerando che il rischio di finire in carcere è lo stesso sia per chi decide di delinquere sia per chi invece decide di lavorare per un salario da fame, la scelta di delinquere sembra la scelta più razionale. (...) Dopo questi anni di ricerca non mi stupisce più chi esce dallo stretto confine della legalità, anzi mi stupiscono molto di più tutti quei migranti (la maggior parte) che decidono di lavorare onestamente. Non smette di sorprendermi il fatto che un così alto numero di uomini e donne cerchi di lavorare rettamente dalle otto di mattina alle otto di sera per un salario che li fa a malapena sopravvivere.

Il risultato è un libro sensibile ai problemi etici che pone, ma sempre lucido e che non scade mai nella glorificazione della rivolta; sostenuto da dati precisi ma non schiavo di un approccio statistico e quantificato alla descrizione dei rapporti sociali (come troppo spesso accade). Insomma, eccellente etnografia "sul campo" mescolata a riflessioni "alla scrivania".

Sono molti gli uomini e le donne migranti disposti ad accettare gradi estremi di sfruttamento, sopruso e autoritarismo, ma è anche vero, e allo stesso tempo è importante narrarlo, che sono molte le donne e gli uomini che decidono di rivoltarsi e di non accettare di essere schiavi.

(14/01/2015)

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