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(Foto: Icebergprinciple)
1. Il modo in cui la metropoli, fin dal primo istante, si adagia tranquillamente alle memoria che già ne hai, simbolica, narrativa, persino visiva (fumetti in primis): l'eccesso di racconto sommerge la sorpresa: tutto è archetipale, tutto è newyorkese nel senso preciso in cui te lo aspettavi: il tizio che canta sulla metro, il barbone del Village che scolpisce legnetti e con cui hai parlato di politica, il vento e il cielo azzurro, il fumo dai tombini, i bagel, i jogger a Central Park, gli scoiattoli, le casette basse e le vie sporche dei sobborghi, la folla, la sensazione di essere "tornato a casa" o "nel centro del mondo". Divertente paradosso: una delle città che più sembra offrirsi naturalmente all'esperienza va invece riscoperta: il luogo che più di tutti sembra legato alla meraviglia è quello dove non bisogna mai darla per scontata.
2. Alcune fermate della metro dove sono sceso a caso per fare un giro nei dintorni (mia pratica usuale quando vado in una nuova città): Morrison Sound View Avs (Bronx), New Utrecht Av (Brooklyn), 148 St (Harlem).
3. Quattro cose banalissime degli USA che non mi piacciono: dover calcolare il prezzo vero di ogni cosa (tasse + mancia eventuale), l'aria condizionata come se non ci fosse un domani, i cubetti di ghiaccio nell'acqua, la birra non servita in pinte ma in ridicoli bicchieri da 33 cl o giù di lì.
4. Quattro cose banalissime di New York che mi piacciono: le scale antincendio, i grandi marciapiedi, la quantità di alberi, l'incredibile camminabilità.
5. Numero di streets che ho macinato a piedi il primo giorno, scendendo da Harlem verso downton: sessantaquattro.
6. Numero di partite giocate (gratis) con l'amico di uno degli scacchisti a pagamento in Washington Square: due. Una Siciliana col bianco e un'Estindiana col nero.
7. Interazioni casuali con persone (richieste di indicazioni stradali, scuse per un piccolo scontro in metro e simili): cinque o sei, con una percentuale di sorrisi molto bassa.
8. Peggior cibo mangiato: un cheeseburger in un diner di sudamericani del Bronx.
9. Posti preferiti, così a naso e senza alcuna pretesa: Lower East Side, Prospect Park, Union Square. Ma anche Coney Island ha il suo senso, con questi gruppetti di russi che girano qui e là e i vuoti improvvisi, e i grandi palazzi che sorvegliano il lungomare.
10. La qualità della luce è, in generale, straordinaria. Tattile.
11. E' cosa nota: la maniera in cui ti senti ignorato, inutile, chiunque, a New York raggiunge vertici inattesi. Eppure, nel contempo, il valore intrinseco della metropoli ti investe e si riverebera su di te: la sua enorme messe di chance parifica in qualche modo la sua scarsa umanità - o forse, ne definisce una nuova, diversa.
12. Da buon europeo, sono rimasto colpito dai grattacieli di Midtown: in particolare, dal modo in cui l'estensione verticale non è affatto minacciosa, tutto il contrario.
13. Secondo me il formato del "New York Times" è davvero scomodo.
14. Domanda idiota: Ci vivresti? Risposta idiota: Per qualche mese sì, senz'altro. Di più non so.
15. Riflessione seria: sembra il posto ideale per raccontare qualunque storia. Ma questo dettaglio - come si diceva all'inizio - a lungo andare ha reso problematica la possibilità stessa della sua narrazione. Il che non vuol dire andare alla ricerca del "vero spirito newyorkese" o simili, ma semplicemente stare più all'erta. Per tornare all'esempio: il barbone del Village con cui ho parlato di politica. Tutto concorreva a rendere l'esperienza rilevante - lo scorcio, la sua bicicletta scassata con la borsa piena di rami intagliati, gli occhiali da sole sulla pelle nera, la notevole proprietà di linguaggio, eccetera. Ma la verità è che le sue idee erano di una banalità sconcertante. Erano solo un mucchio di boiate retoriche - "Il mondo ha bisogno di un infarto", "Se avessi il potere trasformerei le armi in strumenti musicali e poi darei un party". La tipica pagina di un romanzo che non vorrei leggere. Insomma: non basta l'atmosfera sedimentata da così tanti racconti per salvare automaticamente una storia, o una scena, o un dialogo. Bisogna riguadagnarsela sul campo.
(15/05/12)
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Ieri sera ho letto un interessante pezzo di Noam Chomsky, Plutonomy and Precariat. Tratta diversi argomenti: il movimento Occupy, l'esplosione del sistema bancario e politico, il pericolo ambientale, il precariato e alcuni problemi che affliggono gli USA.
Ma c'è una cosa che mi ha colpito in particolare. E cioè il modo in cui anche Chomsky - un autore, penso, al riparo da facili nostalgismi - insiste sul mutamento dello "spirito dei tempi":
I'm just old enough to remember the Great Depression. After the first few years, by the mid-1930s — although the situation was objectively much harsher than it is today — nevertheless, the spirit was quite different. There was a sense that "we’re gonna get out of it", even among unemployed people, including a lot of my relatives, a sense that "it will get better."
[...]
It's quite different now. For many people in the United States, there's a pervasive sense of hopelessness, sometimes despair. I think it's quite new in American history. And it has an objective basis.
Inutile dire che questo tipo di analisi è facilmente generalizzabile anche per la nostra situazione (europea, italiana).
C'è un leitmotiv nei discorsi sopra l'umore generale della mia generazione e di questi tempi: l'idea che la crisi contemporanea abbia una natura molto più ultimativa e destabilizzante rispetto a quelle passate. Certo, quest'idea di per sé puzza di vecchio: ogni crisi sembra la più devastante, così ogni guerra deve porre fine a tutte le guerre, e ogni generazione è l'ultima su questa terra. Eppure, come sottolinea Chomsky, ci sono dele "basi oggettive" per cui l'alterazione che stiamo vivendo (del lavoro, dei rapporti umani, delle aspettative pubbliche e private) ha se non altro una sfumatura nuova.
Nelle conversazioni con amici, da anni ci diciamo spiritualmente più vicini alla generazione dei nostri nonni rispetto a quella dei nostri padri: la sensazione comune, fatti tutti i terribili distinguo del caso, è quella di emergere da un cumulo di macerie, di vivere un tempo di mezzo, di avere il faticoso compito di ricostruire e rimettere insieme dei pezzi ormai distrutti.
Eppure, ecco il paradosso: nonostante la nostra situazione sia senz'altro migliore della loro - non siamo morti in guerra e abbiamo alle spalle una generazione più fortunata che ci fa da ammortizzatore sociale, anche se non simbolico - nonostante questo lo spirito non è pervaso da alcuna forma di speranza o sentimento che le cose miglioreranno.
Le cose non miglioreranno, si pensa. Il lavoro sarà sempre più spezzettato e i posti che abbiamo perso non torneranno indietro. Non ci sarà un riciclo locale. Le fabbriche finiranno tutte in India o in Cina. Gli stipendi non si alzeranno mai più. I contratti sempre più limitati. La gente avrà sempre più paura di gettare in questo mondo un figlio. E il senso mostruoso di fragilità e inquietudine che ci accompagna non troverà mai una nuova sintesi: rimarrà lì, fermo allo stadio dell'antitesi, bloccato, incapace di nuovi e imprevedibili sviluppi.
Questo spirito contrito è lo spirito dei miei tempi. Ed è naturalmente una generalizzazione molto vaga e limitante, perché ogni crisi porta con sé i germi di un rinnovamento, e dalle ceneri del lavoro e della società come li abbiamo conosciuti potrebbe davvero nascere qualcosa di diverso - di migliore. Il movimento Occupy, per rimanere nell'esempio, testimonia questo genere di sforzo. E tantissime piccole iniziative in tutto il mondo seguono tracce simili: le tracce di un futuro impalpabile, stavolta davvero privo di basi sicure, completamente da inventare.
Eppure, la fiducia non è certo la prima delle caratteristiche che mi viene in mente, quando penso a ciò che sarò - a ciò che saremo - fra un decennio o due. E a volte l'ottimismo frizzante di chi crede in un futuro comunque diverso e luminoso mi sembra solo una reazione animale, dettata dalla paura. (O dall'agenda: saremo tutti startupper, tutti imprenditori di noi stessi, tutti sostenuti dal digitale, eccetera).
Non so quanto tutto questo abbia a che fare con la società dell'informazione, per cui siamo tendenzialmente più portati ad assorbire gli umori del momento e renderli paradigmi di pensiero, invece che vivere con più fatalismo e coraggio. Non so nemmeno quanto dipenda dalle speranze frustrate di chi, cresciuto negli anni '80 e '90 come me, si aspettava un mondo più semplice e lineare.
Se si limitasse solo a questo, però, suonerebbe come il pianto del bambino viziato che scopre la diseguaglianza fra desiderio e realtà. Personalmente, non credo sia così. Credo ci sia qualcosa di più profondo e sostanziale in atto, non solo perché uno si trova a vivere in un universo dove la precarizzazione va molto al di là di un contratto a progetto, e non solo "perché lo dice Chomsky".
E certo merita molto più che un post veloce come questo o un accenno o un articolo: ma vorrei tanto capire se questo tipo di dolore, prima o poi, sarà vendicato oppure no.
[nota a posteriori: l'uso del termine "contrito" qui è un po' idiosincratico - più nel senso di "amareggiato" che di "pentito"; avrei potuto trovare di meglio, ma ormai è andata]
(09/05/12)
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Serena Danna su "La Lettura" intervista Jeff Bezos. (Che non sa chi è Jonathan Franzen, ma esprime chiaramente la sua visione su editoria classica e digitale).
Se non l'avete ancora letto (io non l'avevo ancora letto), lo speech di Danah Boyd al SXSW è davvero interessante: si parla di cultura della paura, information overload, e di come il posto meno sicuro per i vostri figli non sia il web, ma l'automobile.
A Milano un gruppo di studenti e artisti ha occupato la Torre Galfa, vicino alla stazione Centrale. Lo spazio si chiama Macao, e spiace non essere lì ora per vederlo.
Secondo Arlie Russell Hochschild (sul New York Times) c'è una preoccupante tendenza a esternalizzare qualunque aspetto della nostra vita, affidandolo ad altri. Persino per quanto riguarda i desideri.
I Guns erano davvero la band più pericolosa e dannata del mondo, all'epoca? Secondo Kevin Craft dell'Atlantic la risposta è no: di fondo, la loro eredità è molto più soft del previsto.
The New Inquiry ospita un dialogo molto interessante per avere il polso del lavoro editoriale americano.
(Almeno) 18.260 persone. Dal 1988 a oggi, tante ne sono morte nel Mediterraneo, cercando di sbarcare in Europa: la sintesi di Fortress Europe.
(06/05/12)
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