La notte dei senza dimora 2020

Aggiornamento importante: la Notte dei senza dimora è stata rimandata per questioni di sicurezza. I premi Isacchi Samaja saranno assegnati in forma privata.

Quest’anno la Notte dei senza dimora si terrà in maniera un po’ diversa dal solito, a causa della pandemia: ci vediamo il 17 ottobre a partire dalle 16h30 presso la storica Casa Jannacci, in viale Ortles 69. Come ogni anno sarà possibile conoscere meglio le persone che vivono senza una casa; e pensare a delle soluzioni concrete insieme.

Anche stavolta partecipo come volontario di MIA e come giurato del Premio Amalia Isacchi Samaja per gli artisti che vivono in strada – sezione Narrativa/Poesia: la consegna dei riconoscimenti inizierà alle 18h30.

(12/10/20)

Su “Conferenze e discorsi” di Albert Camus

Per sua stessa ammissione, Albert Camus non amava parlare in pubblico: eppure gli interventi raccolti in Conferenze e discorsi (trad. di Yasmina Melaouah) vibrano della medesima, sobria luminosità dei suoi scritti, e come prevedibile non concedono alcunché alla retorica. E nella grande varietà dei contenuti — i discorsi furono pronunciati in occasioni molto diverse — scorrono alcuni elementi centrali che si richiamano da pagina a pagina, come motivi musicali: la libertà, l’Europa, il ruolo dell’arte, l’oppressione dei totalitarismi.
Un esempio celebre, per cominciare: l’intervento sulla Crisi dell’uomo del 1946: “c’è una crisi dell’uomo poiché nel nostro mondo la morte o la tortura di un individuo può essere guardata con un sentimento di indifferenza o di interesse amichevole, o di curiosità, o di semplice passività.” Camus punta il dito contro la “civiltà bianca”: era facile scaricare ogni colpa sulla Germania nazista; più difficile impostare un esame di coscienza affinché la barbarie non si ripresentasse. Da qui la rivolta camusiana fondata sul rifiuto di essere vittima o carnefice, verso un mondo che non sia più “dei poliziotti, dei soldati e del denaro per diventare quello dell’uomo e della donna, del lavoro fecondo e del tempo libero meditato”.
Tempo libero, appunto: e per Camus la libertà è cosa diversa dall’uso rapace, sordo alle responsabilità, proprio dalla società mercantile (“una libertà di principio al servizio di un’oppressione di fatto”). Socialista libertario, crede nella conciliazione fra autonomia e giustizia sociale ma in luogo di nuove pesanti ideologie propone uno “stile di vita” (così in un celebre editoriale su Combat). Il proposito è modesto solo all’apparenza: è invece il punto di partenza per un pensiero originale e alternativo alla contrapposizione Est/Ovest, onorando ciò che Stig Dagerman descrisse nei medesimi anni come il “dovere dell’eresia”. E come Dagerman, attirandosi l’anatema degli intellettuali schierati (a volte per opportunismo), Camus rivendica una morale che valuti il dolore quale vero scandalo, e non un mero sottoprodotto della Storia.

[continua su Tuttolibri]

(19/09/20)

Sulla maturità in Pavese

Ripeness is all, la maturità è tutto, scrive Pavese in esergo a La luna e i falò. La frase, è noto, viene dal Re Lear di Shakespeare; ma di rado se ne cita il contesto. Siamo alla fine della tragedia: atto quinto, scena seconda: il conte di Gloucester, disperato dal corso degli eventi, si abbandona a terra per lasciarsi morire. Ma il figlio Edgar, che lo sta assistendo sotto mentite spoglie, lo richiama all’ordine: “Che c’è, ancora cattivi pensieri? Gli uomini devono sopportare / la loro uscita dal mondo come la loro venuta; / la maturità è tutto. Andiamo”. Si muore soltanto quando si deve morire, come appunto un frutto ben maturo; lasciarsi andare vilmente prima del tempo non è contemplabile. Se tuttavia pensiamo al romanzo — e ancor più alla fine di Pavese, settant’anni fa — le parole di Edgar usate come epigrafe possono apparire incongrue.
In effetti la questione è più complessa del previsto, e in un magnifico articolo del 1983 (Maturità di Pavese), Lino Pertile la espone in termini esemplari: “La maturità appare come dea bifronte: meta, traguardo, conquista e d’altro lato termine ultimo, conclusione, fine; da un lato trionfale pienezza, dall’altro vuoto spaventoso, horror vacui. […] Perciò di due cose una: o la maturità non e tutto, o questa maturità ha connotazioni che ci sfuggono”.

[continua su l’Espresso in edicola]

(26/07/20)

Paolo Finzi (1951-2020)

Ieri si è tolto la vita Paolo Finzi, direttore di A Rivista Anarchica, di cui era tra i fondatori e alla quale era devoto, con tutto lo spirito critico e la passione che lo animavano. Militò nel movimento anarchico fin da ragazzo, insieme a Pino Pinelli. Qui trovate una sua lunga intervista attorno ad A; su Radio onda d’urto c’è una trasmissione in suo ricordo.

Altri, che gli sono stati compagni e amici per tutta la vita, sapranno scrivere meglio di lui: io ho avuto il piacere di incontrarlo solo di tanto in tanto, da collaboratore di A, ma qualcosa vorrei dire. Anche perché, senza retorica, gli volevo bene.

Paolo era una persona meravigliosa, estremamente colta e intelligente, gentile e disponibile; e un vero maestro di sensibilità libertaria. Coltivava il dubbio soprattutto quando il dubbio era scomodo, e nell’articolare questi dubbi era sempre rigorosissimo nella scelta delle parole.

Quando andavo a trovare lui e Carlotta Pedrazzini presso la sede di A passavamo molto tempo a chiacchierare, e ogni volta uscivo rinfrancato per aver appreso qualcosa in più, nel contenuto e ancor prima nel metodo: nella discussione pacata ma ferma, nel prendere estremamente sul serio questioni cruciali (per prime ovviamente libertà ed eguaglianza) senza perdere la bussola degli ideali di base, e tuttavia senza irrigidirsi in troppo facili certezze. Il suo umorismo era un magnifico antidoto alle posizioni dei molti che rinunciano per comodità a capire e argomentare.

Ci restano i suoi scritti, il suo esempio, il suo impegno, la sua etica nutrita di pluralismo, il ricordo della sua complessa intelligenza. Ci resta il suo libro su de André. E ci resta fra i tanti un meraviglioso articolo dal titolo Ma l’anarchia senza amore, no nel quale, mi pare, c’è molto di lui: e che qui trascrivo. Che la terra ti sia lieve, Paolo.

Mi vengono in mente tre persone, così, d’acchitto, se metto accanto queste due parole: anarchia e amore.
La prima è, scontata per chi mi conosca, Errico Malatesta. Per una precisa ragione, che ho colto appieno solo recentemente, dopo qualche decennio di frequentazione con la lettura dei suoi scritti. E cioè che nessuna/o, tra le madri e i padri dell’anarchismo (almeno quello di lingua italiana), ha più di lui utilizzato le due parole, accostandole. Credo si possa dire che per Malatesta (e non solo per lui) l’anarchia non sia che la realizzazione progressiva di un ordine sociale basato sull’amore. Persona pudica della propria vita privata, com’era in parte nella sensibilità dell’epoca, Malatesta resta sempre sulle generali, non fa riferimenti personali. Ma utilizza il termine “amore” nella sua piena accezione, si comprende che lo fa volentieri, affidando alle ragioni del cuore, del sentimento, della sensibilità una fondatezza e un’importanza che non stanno mai al di sotto della sua concezione logica e vorrei dire “scientifica”, o per lo meno rigorosamente laica, della vita associata e quindi dell’anarchia che ne è, a suo avviso, la migliore forma realizzabile.
La seconda persona è Emma Goldman, la militante anarchica lituana, vissuta a cavallo degli scorsi due secoli, eccezionale figura di donna, con una concezione dell’anarchia abbastanza simile – nei suoi valori etici di fondo – a quella malatestiana. Ma, come già si evince dalla lettura dei suoi scritti e in particolare della sua densa autobiografia, con una estensione stravolgente dell’amore da mero sentimento “generale” a concreta, quotidiana, anche squassante modalità di relazione, compresa la “parte” (se così si può connotarla) specificamente relazionale e sessuale, “Non è proprio necessario che le donne tengano sempre la bocca chiusa e la vagina aperta”. Difficile pensare queste parole nei pur validi scritti del rivoluzionario campano.
Così come è impossibile pensare a Goldman con in bocca le parole di un altro cultore dell’amore come ambiente naturale dell’anarchia, quel Pietro Gori – la terza persona che mi viene in mente – che, tra le sue poesie/canzoni, scrisse versi come questo “Al tuo amor fanciulla mia, ben altro amor io preferia, è un’idea l’amante mia, a cui detti braccia e cor”. Malatesta non scrisse mai cose simili, Goldman scrisse l’opposto.

Nella sua rivendicazione pubblica del piacere, del danzare, della sensualità e della sessualità come patrimonio e finalità come individuo prima ancora che come anarchica, Goldman per decenni fu vista con circospezione e anche con profondo dissenso da quegli anarchici che ritenevano che fosse a dir poco sconveniente teorizzare ma soprattutto raccontare con chi era andata a letto, magari mentre il suo compagno “ufficiale” era in galera. E non pochi negli ambienti libertari la consideravano una puttana.
Anarchia e amore. Se non si prestasse a stupide malevole criminalizzazioni, direi che ci troviamo davanti e dentro a due parole esplosive. Io credo che possa benissimo esistere l’amore, e sia sempre esistito, anche senza anarchia. Ci mancherebbe.
Ma l’anarchia senza l’amore, no. Anche ci fosse, non può essere l’anarchia “nostra”. E credo davvero che la lunga, complessa, anche contraddittoria storia dell’anarchismo sia anche leggibile come una lunga, complessa, anche contraddittoria storia d’amore. Una storia d’amore per la libertà.
Amore con la “A” maiuscola, dalla parte degli sfruttati, degli oppressi, degli emarginati., ecc. ecc.. E anche con la “a” minuscola, con l’amore quotidiano, concreto, solidale, anche fisico.
E se è vero che il mezzo è il fine, che il seme prefigura la pianta che sarà, allora è proprio vero che per noi amore e anarchia tendono a sovrapporsi. Sono quasi sinonimi.

(21/07/20)