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Sopravvalutare la frase pronunciata dal premier all'Aquila — "troppi giornali sono fabbriche di invidia sociale e di odio" — è molto semplice. Da un lato si rischia solo l'ennesimo grido di scandalo, che automaticamente porta luce alla mitografia di Berlusconi: più lo colpisci e più si rialza. Dall'altro, in fondo, questa frase è una variante sul solito tema: provocare senza pietà dall'alto della cattedra in populismo.
Più interessanti sono due osservazioni.
Prima: Berlusconi sta facendo largo uso delle parole "odio" e "amore". Come sempre, la superficie linguistica riflette qualcosa di profondo. "Perché tanto odio nei miei confronti?", chiedeva il premier dopo l'aggressione a Milano. E subito dopo inneggiava alle virtù del suo "partito dell'amore". Di fronte a una situazione sociale particolarmente critica, da buon pubblicitario, egli ricorre alle emozioni. Racconta al singolo, a te e a me, una storia fatta di sentimenti immediati, simpatie a pelle: l'amore, nel mondo berlusconiano, è cosa facile. Non conosce tutti gli sforzi e le fatiche della vita reale.
Ma al di là di questo, un uomo politico non può pretendere amore, né può chiedere di essere amato. Questa semmai era la prerogativa dei demagoghi o dei tiranni, per i quali il potere era innanzitutto un elemento affettivo. Nel De Bello Gallico Cesare scrisse che gli uomini credono in ciò che desiderano. Berlusconi potrebbe sottoscrivere questa frase ad occhi chiusi.
Seconda osservazione, più importante: l'ossessione contro i giornali si associa all'altra ossessione eterna del premier — quella contro i magistrati. E qui veniamo ai fatti.
Ieri, sabato 30 gennaio, viene inaugurato l'Anno Giudiziario nelle ventisei Corti d'Appello d'Italia. Il giorno precedente, il presidente della Cassazione ha ricordato che i processi italiani hanno in effetti dei "tempi intollerabilmente lunghi", e ha invitato i magistrati a non presentarsi nei talk show. Fra il pubblico, Berlusconi annuiva soddisfatto.
Ma il giorno dopo, nel momento in cui in ogni sede prende la parola il rappresentante del ministero di Giustizia, succede qualcosa.
L'onda comincia a Milano: alle 10.30, i magistrati si alzano dall'aula poco prima dell'intervento di Elisabetta Alberti Casellati. Alle 10:39 fanno lo stesso i magistrati potentini. Alle 10:43 tocca a Palermo, un minuto dopo a Torino. E poi Napoli, Campobasso, Roma, Ancona, Bologna, Venezia, Salerno, Brescia,Trieste... A Firenze un gruppo è stato seduto e un altro si è alzato. All'Aquila i magistrati sono rimasti per rispetto alla popolazione. Tutti avevano la Costituzione in mano.
Cosa significa questo?
Il gesto di andarsene per mostrare il proprio dissenso è semplice e antico. Fa con il corpo quello che con le parole è stato fatto forse troppe volte, forse cadendo nella trappola dell'avversario: non voglio stare qui mentre tu parli, non ti riconosco, non trovo giusto ciò che sta accadendo. Quindi me ne vado.
Alzarsi non concede nulla alla mitografia del capo. Non dice "odio" e non dice "amore", ma testimonia quello che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: così non si può lavorare. È l'equivalente morale degli scioperi, un gesto che chiama la necessità di un'etica pubblica, di strumenti razionali prima ancora che affettivi.
Ora sentiremo dire che questo è un fatto grave, una scorrettezza, e il segno che la magistratura non cerca il dialogo. Si parlerà per l'ennesima volta di politicizzazione delle toghe, di impedimenti alle riforme, di magistrati rossi.
Ma appunto — queste sono parole. E dare un volto politico alla protesta di ieri è del tutto sbagliato. Il compito della magistratura è di indagare i fatti, e il fine di un processo non è altro che la ricerca della verità. Lo stesso può dirsi per il giornalismo. In una situazione di pressione intollerabile, l'etica viene molto prima di qualsiasi politica.
E qui torniamo alle fabbriche d'odio e alle fabbriche d'amore. Giornali e magistratura cercano, con fini diversi ma in modi sostanzialmente paralleli, la verità. E a un uomo per cui la verità sembra essere il sommo dei mali, non resta che diluire questa norma in una sorta di primato dell'amore universale, un volemose bene vischioso e falso, dove i fatti non importano più.
Di fronte a questa retorica, la sola arma concessa è una civile intransigenza. La Costituzione è carta morta, se usata semplicemente come martello da una parte o dall'altra. Ma la Costituzione fra le mani dei magistrati di ieri è segno di fede concreta in un nucleo di principi che non passano. Che sono sviliti, umiliati, ma non passano e non devono passare. Di fronte alla pretesa fabbrica dell'amore, la pretesa fabbrica dell'odio risponde evocando i propri mezzi di lavoro e la loro negazione. Alzandosi e andandosene, nel nome della verità.
E la verità di per sé non ha niente di etico. Nella sua definizione più minimale, esprime solo l'aderenza di un enunciato ai fatti, e dunque non ha a che fare con l'odio o con l'amore.
Eppure, se di amore e verità si vuole parlare, non sono certo le parole di Berlusconi a tornare per prime in mente, ma il discorso di Borsellino del 20 giugno 1992 in memoria di Giovanni Falcone: "perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione [...] Per amore." Gesti reali e pagati con la vita. Responsabilità assunte in prima persona.
Se di questo si deve parlare, se davvero di amore dobbiamo discutere, non torna alla mente il premier che benedice l'Italia nel nome della sua bontà televisiva e superficiale, ma Cristo percosso di fronte a Pilato, che gli chiede — che chiede a lui, il vagabondo predicatore dell'amore — "Cos'è la verità?"
E non trova risposta.
(31/01/10) |