Il Grande Romanzo Europeo

Leggo Libra di DeLillo e, inevitabilmente, ci ricasco: mi viene da pensare al romanzo americano e di converso alla possibilità di un romanzo italiano di questo tipo (o di un romanzo europeo, nella fattispecie).

Nota: procederò volutamente lungo la linea di una semplificazione.

L'idea di Grande Romanzo Americano bene o male si fonda sulla perdita di un Eden. L'America che vive nelle narrazioni più riuscite - l'America contraddittoria, nevrotica, spezzettata, ossessionata, herzogiana, zuckermaniana - è il pallido riflesso di un ente primordiale, più o meno collocabile nel tempo: l'età dell'oro e dell'innocenza che non ci verrà ridata. Camminiamo tra splendidi frammenti, e tutto ciò che ci resta dei padri pellegrini è il ringraziamento: una forma ripetibile ancorché vuota, ma improntata alla devozione: grazie per questo. (Quanto al progresso, il prezzo da pagare è così alto in termini psichici e simbolici da non valere il confronto: ci sarà sempre uno scorcio o una fetta di torta di mele che farà riflettere il protagonista: la madeleine americana è a volte di una semplicità ammirevole).

Eppure nelle righe di questa narrazione si respira non soltanto la nostalgia, ma anche l'eco di uno spazio vertiginoso (uno spazio mentale, non fisico: vale per McCarthy come per Carver). L'altrove ha una sua importanza capitale, anche solo quando è accennato, o lasciato in forma di possibilità: là fuori c'è sempre qualcosa di più, un oltre, un ovest rappresentabile. L'Eden è perduto ma ancora sopravvive per accenni, nell'idea stessa di speranza che quell'immaginario si porta dietro. (L'epica dei fumetti rappresenta tale parabola al meglio, e non a caso qui si parla per epoche: Golden Age, Silver Age...).

Ma questo per un Grande Romanzo Europeo è impossibile: e non solo per il fatto che l'Europa non è mai stata unita e non condivide una cultura come oltroceano: ma per una ragione molto più banale. Una ragione che ha a che fare con il sangue.

L'idea stessa di un'Europa edenica e perduta è inammissibile: magari un paradiso ci sarà anche stato, ma il suo canto è completamente smarrito nel tempo, e non abbiamo nulla da rimpiangere. Un europeo cammina sopra terre così cariche di dolore, talmente intrise di sangue e ossa che non può fingere. Non c'è niente da ringraziare, su questo continente, e il fatto che la stragrande maggioranza degli europei non se ne accorga non ha importanza: quelle ossa gridano, e quel grido esige uno scotto.

(Le benevole, che mi sembra uno degli esempi più consapevoli di romanzo europeo, paga precisamente tale scotto - e non perché tratta di guerra e nazismo e morte, bensì perché rifiuta la nostalgia come strumento narrativo).

Domanda numero uno, dunque: l'immaginario americano sarebbe di per sé impermeabile alla disperazione totale? Anche dopo il crollo, tende a edificare: la sua fiducia nella parola e nell'azione resta intatta: ma fino a quando? (Forse è anche per questo che il genere post-apocalittico ha fatto tanta presa laggiù: c'è sempre un post...).

Domanda numero due: è per questo motivo che quando un americano gioca a fare l'europeo - l'iper-intellettualismo da maglione infeltrito di Franzen, per dire - o quando un europeo gioca a fare l'americano - le varie declinazioni carveriane o delillesche - mi insospettisco un poco?

E domanda numero tre: su cosa si fonda, se si fonda su qualcosa, il gene del Romanzo Europeo contemporaneo? Ed è ancora possibile?

O questa dicotomia è il risultato, come dicevo sopra, di un'assurda passeggiata semplificatoria, ed entrambe le narrative sono semplici gamme di colore - una più sbiadita, l'altra meno - di un Occidente in crollo da sempre?

(O anche questa è una semplificazione?)

(25/01/12)

 
Se soffri, sei un coglione

Quando vivevo a Dublino, facevo lunghe conversazioni con un conoscente - un tipo brillante, laureato in filosofia, che si era preso un anno per studiare i poststrutturalisti e i postmoderni in vista di non ricordo bene quale progetto.

Cercava di spiegarmi davanti a una birra come l'etica dominante di questi anni - degli ultimi anni - fosse in effetti un tipo di etica da pensiero debole, senza grandi valori o verità: un'etica per cui potevi più o meno fare quel che ti pareva, e i concetti di "giusto" o "sbagliato" sfumavano nelle conseguenze pratiche della tua azione. Mi criticava perché credevo troppo nelle cose. Rideva e mi dava del "cavaliere medievale", uno che goffamente pensava ancora di mettere la propria spada (qualunque fosse: parole, corpo, amore) al servizio di qualcosa di definito. Ma non c'era nulla di definito, insisteva: e sebbene questa visione non fosse facile da digerire, era l'unica davvero adatta ai nostri tempi.

Io ovviamente non ci stavo. Cercavo di controargomentare, ma lui era molto abile: sfuggiva ai miei attacchi con una schivata, un'alzata di spalle, un po' di relativismo molto consapevole e tutte le armi che il pensiero cinico mette a disposizione. "Se soffri", concludeva, "sei un coglione". Perché? Perché per quanto tu possa sperarci, questa sofferenza non è più accettabile socialmente. Non è inquadrata in un sistema di pensiero. Siamo come coriandoli buttati in aria, dominati dal clinamen, e se un giorno diciamo così e il giorno dopo cosà è perché così tira il vento: se non ti sta bene, se ti senti fregato, se credi ancora di poter essere in qualche modo migliore - sei un coglione. Okay, certo, ci sono delle regole di massima cui attenersi, ma non è per un qualunque bene superiore o dovere che lo facciamo: lo facciamo per comodità. Per convenzione. Non c'è nient'altro.

Poi parlavamo d'altro. Bevevamo ancora, generalmente chiudendo la serata mezzi sbronzi. E infine uscivamo fuori, da qualche parte a Rathmines o poco più a nord, magari sul Canal, e l'Irlanda a marzo sembrava fottersene delle nostre conversazioni: pioveva, tirava vento, e io tornavo a casa stretto nella giacca, e non avevo la minima idea di cosa sarebbe stato di me da lì a pochi mesi. Non avevo la minima idea di niente, eppure non riuscivo proprio a comportarmi così, con quella leggerezza, accettare il gioco liquidatorio del postmoderno: come avrei potuto? Quel tizio aveva la mia età di adesso, e io ventiquattro anni. Sembrava talmente convinto, talmente risoluto: una specie di potenza tranquilla.

Così camminavo lentamente, mani in tasca, e tornavo a casa pensieroso. Church Gardens. La sera silenziosa e buia come sanno esserlo solo certi sobborghi da quelle parti. Mi chiudevo la porta alle spalle e scuotevo la pioggia dai capelli, nell'atrio con l'immancabile moquette verde. Guardavo nel buio e cercavo di farmi strada. Ventiquattro anni, quasi venticinque. E ora trent'anni, quasi trentuno.

E' cambiato quasi tutto da allora, ma io continuo a essere un coglione.

(20/01/12)

 
La coda di pavone

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Il biologo tout court dice che l'amore, come ogni evento, dipende da leggi naturali: è una conseguenza della competizione sessuale. Spiega e nasconde il bisogno di procreare. Come mostra l'antropologa Helen Fisher, esso dipende da numerosi segnali psicofisici (tachicardia, insonnia, inappetenza) e ha precise conseguenze a livello neurale: l'estasi amorosa si fonda sull'incremento di dopamina e norepinefrina, mentre la stabilità di un legame è tale grazie al rilascio di vasopressina negli uomini e ossitocina nelle donne. Dunque l'amore è un aspetto - uno dei tanti - di una motivazione biologica.

(E con questo?, domanda l'innamorato che resiste a ogni spiegazione - che non ne desidera alcuna. E con questo nulla: è un racconto come un altro, sei libero di farne ciò che vuoi per nutrire la tua presenza nel mondo).

Ma più affascinante è la tesi di Geoffrey Miller: gran parte della cultura umana - la mente umana, in senso generale - è semplicemente la nostra coda di pavone. E cioè, serve soltanto a risultare vincenti, a sedurre una persona dell'altro sesso, e dunque a procreare.
Persino la capacità di parlare - che ha un costo elevato in termini evolutivi, causa l'abbassamento della laringe, con conseguenti rischi di soffocamento più facile — sarebbe votata soltanto a questo.

Aveva allora ragione il professor Keating de L'attimo fuggente? Il linguaggio non serve per comunicare, ma per "rimorchiare le donne!".

(16/01/12)

 
Es ist gut

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I diritti di Per legge superiore sono stati acquistati dalla casa editrice tedesca Hanser - nel dettaglio, il libro uscirà per l'imprint Nagel & Kimche.

(Nell'immagine, Kant approva con un pacato sorriso).

(16/01/12)

 
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IL NUOVO LIBRO