Il pubblico è privato

La distinzione fra pubblico e privato è un fondamento del pensiero politico moderno: la presenza di uno spazio entro cui lo Stato non può intervenire garantisce una serie di libertà individuali di base. E tuttavia, con la decennale erosione dell'etica pubblica — della volontà di difendere i diritti e il bene altrui, allargando progressivamente lo spazio di questo "altrui" — il privato è divenuto il compimento ideale della società. La torsione è perfettamente visibile nello stile politico di Matteo Salvini, ed è una delle ragioni del suo successo.

In effetti, la retorica salviniana si basa per intero su concetti appartenenti al campo dell'esistenza privata. Si rivolge agli elettori o simpatizzanti chiamandoli "amici"; ribadisce a piè sospinto di essere un padre e di pensare da padre oltre che da ministro; spesso aggiunge "una preghiera" nei momenti di cordoglio; dona volentieri spaccati della sua vita famigliare. I pochissimi contenuti sono meno importanti di questa forma comunicativa, che bilancia la violenza con cui tratta i nemici. Fornisce l'immagine di un uomo duro e intransigente sul lavoro, ma mite e sorridente nella sfera degli affetti: ed entrambi questi volti sono equamente rappresentati nei suoi profili social.

In questo modo Salvini intercetta qualcosa di assai più profondo del suo 17% alle ultime elezioni, e la paradossale comunità che gli si stringe attorno — che abbia votato Lega o Movimento Cinque Stelle o si sia astenuta non importa — lo incarna pienamente. Per certi versi è un'involuzione del metodo berlusconiano: allora la politica serviva innanzitutto a farsi i fatti propri, con un tono godereccio che nascondeva la violenza di fondo. Oggi la violenza è manifesta, e la politica serve per sfogare i peggiori istinti restando comodamente seduti sul proprio divano.

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(29/07/18)

Dire tutto, ma senza senso

George Steiner apre così la seconda parte di Vere presenze: "Tutto può essere detto, e di conseguenza scritto, a proposito di tutto. Ci soffermiamo appena per notare o accettare questo luogo comune, ma esso rivela un’enigmatica mostruosità."

Il saggio fu pubblicato nel 1989, quasi trent’anni fa; i social media erano ancora di là da venire. Oggi la frase di Steiner risveglia una sensazione nota: per quanto enigmatico o mostruoso possa essere, il commento continuo su qualsiasi cosa da parte di chiunque è diventato una routine della nostra vita.

Possiamo partire da qui per discutere la quinta delle Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, il nuovo libro di Jaron Lanier: ovvero, "I social media tolgono significato a quello che dici". E in effetti, il problema del significato — in senso molto largo — di quanto viene scritto online è davvero rilevante. Lanier parte con un’osservazione azzeccata: "Online spesso abbiamo solo una minima capacità, o nessuna, di conoscere o influenzare il contesto in cui sarà interpretata la nostra frase."

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(26/07/18)

Appuntamenti al Festivaletteratura

Quest'anno sono ospite del Festivaletteratura di Mantova con tre incontri.

Giovedì 6 settembre alle 19, nelll'Aula Magna dell'Università, dialogherò con il fumettista Paolo Bacilieri. Parleremo di cruciverba, Milano, noir e tanto altro.

Venerdì 7 settembre alle 20, presso la Tenda Sordello, terrò un intervento cui tengo molto, dal titolo Appunti sul futuro prossimo del romanzo. Metterò insieme un po' di idee (con qualche provocazione, una volta tanto) su cui rifletto da mesi.

Sabato 8 settembre alle 22.30, a Palazzo san Sebastiano, presenterò l'ultimo bellissimo libro di Adriano Sofri, Una variazione di Kafka.

Naturalmente, come ogni anno, vi invito a leggere tutto il ricchissimo programma del Festival.

(20/07/18)

Possiamo fidarci delle storie?

E così l'odio è diventato mainstream. A sinistra, la formula descrittiva è sempre la stessa: "I populisti e i razzisti hanno saputo intercettare il disagio e le paure del ceto medio impoverito". Nella sua laconicità, sembra quasi offrire il fianco al nemico. Che ci sia stata una crisi nel continente è ovvio; ma che non sia paragonabile in nessun modo a quella da cui fuggono gli oggetti di questo odio radicale, lo è altrettanto.

Eppure, la situazione dieci anni fa era tanto diversa?

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(10/07/18)

Su una foto di Ghirri

Vado alla mostra Luigi Ghirri — Il paesaggio dell'architettura alla Triennale di Milano. Fra le molte splendide fotografie resto colpito da una in particolare, questa:

Il titolo è "Ravenna, rocca Brancaleone, scenografia di Aldo Rossi per la Lucia di Lammermoor, 1987". La riproduzione digitale in bassa non rende affatto la forza dell'originale, davanti alla quale sono rimasto a lungo; tuttavia è comunque utile per orientarsi.

Forse altre immagini presenti alla mostra erano più belle o significative: qui però c'è come un eccesso, una sovreccitazione dei sensi — un'abbuffata della luce assorbita dalla macchina.

Per cominciare, la presenza umana è irrilevante; il tempo di esposizione lungo trasforma classicamente le persone in spettri appena mossi, suggerendo allo sguardo di non badarvi e di alzarsi, perché è poco sopra che arriva l'essenziale. La superficie dei palazzi illuminati dietro al palco svetta contro quelli rimasti al buio, ma è quasi bidimensionale: la fotografia è così densa da ricordare subito il legante oleoso della pittura fiamminga; il tono di fondo è fiabesco; il cromatismo è pastoso, felicemente esagerato; e io ho già visto quegli edifici in un quadro di Bosch o di Bruegel. Li ho già visti, e rieccoli a Modena nella realtà interpretata da Ghirri: dimostrazione impeccabile di come la fotografia non si limiti affatto a riprodurre il mondo ma lo ricrei parzialmente.

La differenza barthesiana fra studium e punctum sembra quasi azzerata. Tutto è così denso, tutto è così equamente importante per l'occhio, che l'occhio stesso si perde e fantastica. E che dire del crepuscolo? Il colore del cielo invita spontaneamente all'esattezza lessicale, alla ricerca di termini precisi per indicarne le progressive sfumature. Il linguaggio è sollecitato dallo scatto e messo alla prova: di colpo mi ha preso come un'ansia di prendere appunti, una volontà di collegare punti, dire molte cose riguardo a questa foto; ma nel contempo avrei voluto tacere — l'immagine stessa mi spingeva al puro godimento sensibile, perché di fondo che altro aggiungere, come commentare se non mostrando lo scatto così com'è? Guardami e stai zitto. Il massimo del piacere gratuito e il massimo del senso disponibile allo scavo: forse è questa la traccia della grande arte.

(08/07/18)

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