La caccia al cretino

Una tendenza piuttosto diffusa e apprezzata: la caccia al cretino. Ogni giorno si prende l'uscita goffa o irritante o anche francamente spaventosa di qualcuno e la si mette in croce. Non voglio dire che sia sbagliato farlo in ogni caso: è giusto denunciare le tante, troppe porcherie che siamo costretti a subire in questi tempi tristi. (Anche se dovremmo sempre riflettere sulla sottile linea che passa fra sterile indignazione e autentico impegno). Quello che mi lascia molto perplesso è l'aver eletto tale caccia a forma di abitudine, o peggio ancora di attenta e profonda critica sociale.

Certo, non è difficile trovare gente da sbeffeggiare, e metterla in piazza con un tweet sagace: ma per quale motivo farlo? Per quale motivo renderlo una pratica quotidiana? Sospetto che alla lunga serva solo a titillare il proprio ego; a mostrarsi severi fustigatori delle fesserie altrui. A questo livello non è ancora un fatto troppo grave: ma c'è di peggio. A furia di prendere in giro gli idioti si sviluppa un automatismo: si cerca di continuo l'idiozia anche dove non c'è. E insieme si nutre un'ossessione verso qualsiasi incoerenza, verso chi mette il piede in fallo una volta tanto o dice una fesseria in buona fede. Naturalmente senza mai considerare le proprie incoerenze, contraddizioni e cadute: il fustigatore è sempre puro quando si guarda allo specchio. (Semmai sorprende che tale purezza gli venga consegnata da uno stormo di seguaci ridacchianti e felici di unirsi alla gogna).

Mi sembra una forma di auto-indulgenza molto diffusa, e un inquinamento del pensiero. Passare la giornata a cercare chi dice scemenze e insultarlo abituerà a sentirsi superiore, sempre nel giusto; a pensare sempre male; e a non fare alcunché per combattere le cause delle scemenze stesse. Come critica sociale e come forma d'azione radicale è davvero ben poca cosa.

Mi si obietterà che il giornalismo non è esente da questo vizio; e in effetti è vero. Ma ormai siamo arrivati al punto di dover essere migliori dei nostri gestori dell'informazione, la cui colpa aggiuntiva è di riprodurre simili tic e vestirli da solenni, indignate invettive.

(19/11/17)

 

La musica, la forma, il diavolo

Guardo su dvd C'è musica e musica, il bellissimo programma di Luciano Berio mandato in onda dalla Rai nel 1972 (e ci sarebbe già molto da dire sulla Rai di quarantacinque anni fa, ma soprassediamo). Lo consiglio a tutti gli amanti della musica colta e della musica in generale: Berio è bravissimo, il montaggio straordinariamente originale, la scelta degli argomenti e l'organizzazione delle puntate ha qualcosa di piacevolmente casuale - l'autore stesso rivendica il metodo degli objet trouvés - e fra gli intervistati troviamo giganti come Messiaen, Boulez, Cage, Nono, Dallapiccola, Xenakis.

Comunque. Nella prima puntata Berio chiede cosa sia la musica a questi e altri esperti. Un genere di domanda che personalmente trovo un poco fastidioso. Penso se mi avessero chiesto cosa sia la letteratura: avrei nicchiato, oppure cercato una risposta brillante ed evasiva, oppure chissà. E in effetti la maggioranza delle risposte offerte è di questo tipo: Taverner dice che è il suo "modo di glorificare Iddio"; Milhaud replica allegramente "E perché no?"; Stockhausen si relega in un pretenzioso "La musica è il più rapido viaggio di ritorno per l'eternità".

Ripeto: è la questione per me a essere mal posta, per quanto funzioni benissimo nell'ambito della trasmissione: serve da ouverture, da elemento dinamico del racconto; ed è ben veicolata dalla quantità a varietà di risposte, che a loro volta buttano sul tavolo dei temi da sviluppare. Un po' come l'odiosa ma inevitabile domanda: "Da cosa è nato questo libro?" in ogni presentazione. Un po' come il "Come va?" - nessuno si aspetta una replica onesta, ma solo l'inizio di un dialogo.

E tuttavia, Lukas Foss prende tutto sul serio e dice qualcosa di molto interessante. Forse non è un caso che Berio lo incalzi. Cos'è la musica, quindi?

FOSS: È un'arma: un'arma che non fa male a nessuno, un'arma per combattere il nemico.

BERIO: Qual è il nemico?

FOSS: Il nemico è tutto quanto minaccia di annientarmi, qualsiasi cosa voglia portarmi via la libertà o l'amore.

BERIO: Puoi descriverlo, puoi dare un nome, un volto a questo nemico?

FOSS: È tutto ciò che è intorno a me. Non so definirlo con una parola, anticamente lo chiamavano il diavolo.

Già: il diavolo. Evocarlo non è banale e non è un esercizio di religiosità fuori tempo. "Anticamente" il diavolo era appunto la moltitudine, il caos, l'irriflesso, l'incontrollabile, qualunque forza distruttiva pronta a derubarci di una integrità a lungo costruita e difesa.

Di certo era anche un'orrenda scusa per l'irresponsabilità personale, o una minaccia sbandierata dal potere: collocare il male al di fuori del proprio cerchio di scelte è il modo più semplice per levarsi di dosso ogni colpa.

Ma non è di questo che Foss parla, e non è questo che ci interessa. La metafora diabolica sta qui per tutto ciò che "voglia portarmi via la libertà o l'amore": tutto ciò, io credo, che si oppone alla forma - di cui la musica è suprema espressione - con la potenza bruta dell'indeterminato e del caotico, che siamo noi a scegliere; che siamo noi a volere, non altri.

Fuor di metafora: tutte le forze che si appellano al nostro desiderio di pura distruzione senza alcun proposito costruttivo - quelle che spregiano i fatti e chiamano al mero odio - sono dominate da tale elemento diabolico. Alla lunga non fanno altro che derubarci della nostra libertà. del nostro amore: della nostra libertà di creare qualcosa di solido e duraturo; del nostro amore per altri che noi stessi.

A questo cosa opporre, se non la passione per la forma? La passione per il ragionamento, per l'argomentazione da discutere e sviscerare, per il conflitto anche rabbioso ma su basi condivise?

Ai miei allievi di scrittura ripeto sempre una banalità: il linguaggio si può distruggere una volta che lo si è compreso e masticato a lungo. Pensare di essere rivoluzionari senza base alcuna è il modo migliore per diventare i peggiori violenti e conservatori: così furono i fascisti nel 1919.

La musica, questo fatto acustico meraviglioso e ostinato, questa consolazione senza fine, ci offre una gran quantità di esempi. Anche quando dissolve un contesto formale, se non lo fa con l'odio di chi desidera soltanto far tabula rasa, ne ricrea uno nuovo: l'ultimo Beethoven, Stravinskij, Charlie Parker. E anche quando sembra replicarne o rileggerne una, se non lo fa pedissequamente, ne inventa una variante di altissima bellezza: Bach, Brahms, Duke Ellington. (So che molti avranno da ridire sui miei esempi: amen).

In un saggio su Brahms dal titolo La forma come disciplina, il grande Massimo Mila disse del compositore che la "forma sonata su cui rimase crocifisso per tutta la vita non fu un fardello del passato subito passivamente ma fu un'arma. Un'arma di autodifesa. La forma come argine". Sì, la forma come argine alla barbarie. Ci tornerò su.

(04/11/17)

Il punto di vista dei visoni

Per la lunghissima ricerca del nuovo romanzo, leggo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione di Cazzullo - la sua storia di Lotta continua. A pagina 279 trovo questo scambio durante il celebre Congresso di Rimini: la dice lunga sul rapporto fra rivoluzionari maschi e rivoluzionarie femmine di allora; e secondo me la dice lunga anche sul rapporto fra maschi e femmine di oggi:

Ciro della Spa Stura: "Solo l'operaio, in quanto operaio, esprime quello che esprime il proletariato. La donna, in quanto donna, non esprime sempre quello che esprime il proletariato. Può essere donna, è donna, anche una donna borghese. Può essere donna ed è donna anche una donna reazionaria, che non esprime quello che è il punto di vista proletario… Se una donna ponesse come obiettivo di avere tutte le pelliccia di visone, sarebbe un obiettivo che riconoscerebbe nelle donne l'effettiva esigenza di avere tutte la pelliccia di visone, ma non sarebbe un obiettivo consono agli obiettivi degli operai."

Donatella Barazzetti: "A proposito della questione delle pellicce, volevo dire che il punto di vista della sinistra, in questo caso il punto di vista rivoluzionario, ce l'hanno i visoni."

Inutile dire che io sto con i visoni.

(22/10/17)

Una società di bulli

Come tanti — come forse molti più di quelli disposti ad ammetterlo — ho subito costantemente del bullismo durante i tre anni di scuola media. Non ero l’unico, ma uno dei bersagli preferiti. Ogni tanto venivo picchiato, ma per fortuna non gravemente; per lo più si trattava di sottomissione psicologica e di corali prese per il culo. Non ricordo un solo giorno vissuto senza terrore. Non ho reagito quasi mai, per due motivi. Il primo è che la violenza mi ha sempre fatto talmente schifo che non desideravo esercitarla in nessun caso: con il senno di poi, una nobile sciocchezza. Ho soltanto dato loro l’occasione di perpetrare il potere che avevano su di me; il buon consiglio di ignorarli perché prima o poi si stuferanno non aveva effetto alcuno. Come ci si può stufare di una vittima tanto disponibile?

Ma se mi limitassi a questo potrei rubricare il mio caso sotto un problema psicologico da due soldi. “Sei debole”: la colpa è di chi le prende. “Impara, il mondo fa schifo: sii più forte di loro”. Il dolore come atto formativo di un giovane maschio: e in effetti, le poche volte in cui ho reagito, ha funzionato; ma era una logica che rifiutavo. E invece non reagivo anche per una semplice questione: ero in minoranza numerica — i bulli amano attaccare in gruppo — ma soprattutto ero lasciato solo da un’ampia zona grigia che non voleva avere nulla a che fare né con me né con loro. Non li approvava; ma non aveva il coraggio di opporsi a loro. Li odiavo, ma riuscivo a capirli: nei loro panni cosa avrei fatto? Si pensa sempre che l’arduo compito di difendere il debole tocchi a qualcun altro. Magari poi interverremmo anche noi, ma è molto difficile fare il primo passo.

C’è qualcosa di arcano nel modo in cui la struttura di violenza di piccole o grandi comunità si riproduce, sempre uguale, nei secoli. Il potere o il carisma di uno — spesso né il più forte, né il più intelligente; a volte solo il più crudele — raccoglie intorno a sé un gruppo di persone aggressive o vigliacche a sufficienza da sfogarsi sul più debole. E intorno, un silenzio che contribuiva a far sorgere dentro di me un’idea: forse, dopotutto, me lo merito. Forse la catena alimentare funziona così. Chiunque ha provato la solitudine dell’essere emarginato in questo modo sa che ci sono tre modi per uscirne — soccombere, diventare bulli a propria volta, oppure adoperarsi per distruggere la società che impone una divisione netta tra vittime e carnefici.

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(16/10/17)

Sui due usi del termine "buonismo"

Da tempo si fa un ampio utilizzo del termine buonismo; e più di recente ci sono stati tentativi di evidenziarne le distorsioni o sostenerne la vacuità. Tuttavia, a me sembra ci si limiti a criticarne un solo tipo d'uso.

Cominciamo dai dizionari. Secondo la Treccani, buonismo è

Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica.

E così la Garzanti linguistica:

atteggiamento che, nei rapporti politici, di lavoro, familiari, viene considerato troppo incline alla comprensione e alla collaborazione da chi preferirebbe un comportamento più duro e aggressivo.

Tutto chiaro. Come ricorda Giacomo Papi, la parola fu coniata da Galli della Loggia in un editoriale per il Corriere della sera ("L'Ulivo di Prodi o Garibaldi") del primo maggio 1995. Ventidue anni fa. Papi vi ritrova un parallelismo il termine fascista pietismo: in entrambi i casi, si tratta di "ribaltare in insulto una qualità". E osserva, acutamente:

L'uso del termine «buonismo» è un classico esempio di marketing negativo, estremo perché basato su una doppia negazione. Come in pubblicità si possono esaltare le caratteristiche negative di un prodotto per aumentarne il desiderio, così in politica si possono svalutare quelle positive dell’avversario per apprezzare le proprie. La realtà è che nessuno, nemmeno Salvini, ha il coraggio di dire apertamente di avere liberamente scelto di essere cattivo e spietato, e può immaginare di avere consenso su questo. Così sceglie di svalutare chi sceglie l’opzione contraria, bollandola come sentimentale e ipocrita, quando è evidente che l’ipocrisia è tutta nella scelta di mascherarsi e nascondersi dietro la caricatura dell’altro. Per questo, il modo più efficace di rispondere all’accusa è ribaltare di nuovo il significato morale del termine.

E tuttavia, buonismo viene impiegato non soltanto in un modo ma in due. Semplificando un po', mi pare se ne dia una lettura "di destra" — più diffusa e pericolosa — e una "di sinistra".

Quella di destra rispecchia in pieno la definizione data dai dizionari e approfondita da Papi; ed è un indice della peggiore cattiveria. Non ho problemi a usare questa parola. Dare implicitamente dello stronzo a chi si impegna affinché il mondo sia un poco migliore, è essere cattivi e basta. Contro questa deriva hanno scritto alcuni bravi giornalisti, e l'hanno fatto molto bene. Già nel 2002 Luca Sofri scrisse, a proposito di un fatto contingente (ma generalizzabile):

Tutto già visto, con il buonismo, appunto. Divenuto un alibi dei cattivisti per essere cattivi: comportarsi bene è diventato buonismo. Oppure con la costruzione dell'”orrore del politically correct”, per cui adesso se dici una cosa di lampante sensatezza e giustizia, la sua lampanza diviene motivo per ridacchiarne: cedere il passo a una signora, che cosa stupidamente politically correct. Volere aiutare i poveri e i deboli, poi. L’invenzione dell’arma impropria del buonismo è stata un lavacoscienze provvidenziale. E adesso che c’è anche il vittimismo, liberi tutti.

Pochi anni dopo il tema venne in effetti generalizzato da Giovanni Maria Bellu su Repubblica:

"Basta col buonismo" è il nuovo manganello col quale si menano i richiami alle norme costituzionali e anche all'umana pietà. È, in fondo, la sostituzione del "me ne frego" (dichiarazione che almeno richiamava la propria responsabilità personale) col "perché non te ne freghi, babbeo?" È il nuovo olio di ricino dello squadrismo mediatico shakerato con un po' di analfabetismo civile.

Ultimo esempio: Luigi Manconi, che in una intervista del 2016 per Vice ribadì la sua allergia a questo termine e a uno simile, "politicamente corretto":

Penso che la critica al buonismo, e persino il senso di colpa immotivato per cui persone per bene dicono di non essere buoniste, sia il trionfo del "cattivismo". È una sciocca polemicuccia culturale, se posso usare questo termine, molto stracciacula. In Italia non c'è nulla di "buonista" nel senso comune e nelle politiche pubbliche. È facile dimostrarlo: oggi sui giornali c'è scritto che Alfano prevede una norma per la rilevazione forzata delle impronte digitali dei migranti che arrivano in Italia. È buonismo questo?

Giacomo Papi, nell'articolo sopra citato, propone di rivendicare attivamente il buonismo: ovvero lo sforzo di "essere buoni e pietosi, sempre, verso gli innocenti come verso i colpevoli, verso gli ebrei deportati e i clandestini sbarcati". Il buonista è colui che crede nella buona fede, nelle ragioni altrui, nell'empatia.

È un'interpretazione molto bella e molto generosa, così come gli argomenti di Sofri e Manconi sono ineccepibili. Ma è sempre valida da un punto di vista di pratica dell'uso? Sospetto di no, purtroppo: e qui veniamo alla lettura "di sinistra".

In quest'ottica, il buonista ha una visione molto limitata della bontà, comunque vogliamo definirla o praticarla. Soprattutto, la semplifica riducendolo a un affare banale, privo di tutte le difficoltà — le scelte, i dissidi, gli errori — che si devono affrontare nell'impresa quotidiana, e tutt'altro che semplice, di essere migliori. Prende parte per il più debole quando ciò non implica grande sforzo; coltiva una retorica che ammorbidisce sempre qualsiasi conflitto, spesso ponendosi con una certa doppiezza. Nel mondo del buonista, il male perde ogni tragicità e così il bene: forse perché non ha mai dovuto mettere alla prova i suoi altissimi valori.

C'è un giornalismo buonista in tal senso (un esempio recente potrebbe essere questo). Ma al di là della bolla editoriale, nelle conversazioni il termine mi sembra piuttosto diffuso. Per me, in ogni caso, è un problema reale: l'accusa di buonismo "da sinistra" non è confutabile con facilità quando si leggono certi editoriali annoiati che paiono buttati lì da gente che gira la città solo in taxi, e che propongono soluzioni semplicissime a problemi complessi.
Ulteriori dettagli: questo tipo di buonista non perde tempo a comprendere le origini del male; spesso ignora le attenuanti che non giustificano ma spiegano; sceglie esempi su misura per mostrare come sia tutto solo un affare di buon senso. Insomma, per lui vale la massima di Chesterton: "Molti di costoro, infatti, sono buoni solo grazie a una scarsa conoscenza del male".

Ricapitolando. Siamo sicuri che l'uso dell'aggettivo buonista appartenga soltanto alla destra o ai "cattivisti"? Siamo sicuri che nessuno di noi indulga mai in uno sguardo un po' superficiale sul bene, e dimentichi quanto sia difficile e complesso esercitarlo — specie quando non sei in una posizione privilegiata? Di nuovo, non è relativismo: un'azione è buona che la compia io o un altro. Ma negare il contesto è buonismo. O no?

Torno ancora una volta all'articolo di Giacomo Papi:

Roberto Saviano ha proposto di abolire il termine, ormai diventato «una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre il raglio della rabbia e la superficialità del commento». Ma abolire una parola è impossibile, e forse sbagliato, soprattutto se questa parola svolge una funzione sociale e politica importante, centrale nel discorso pubblico. Come ha scritto Michele Serra, il «buonismo» «è un alibi insostituibile», perché «serve a ridurre ogni moto di umanità o di gentilezza a un’impostura da ipocriti, e di conseguenza ad assolvere ogni moto di grettezza e di disumanità».

Non so. Ma "non so" non perché nutra dei dubbi sulla necessità di essere buoni — cerco disperatamente di esserlo, ogni giorno — ma perché nel linguaggio di ogni giorno la parola buonismo ha una doppiezza di fondo che la rende sospetta. Sarebbe bello dire: "D'ora in poi, il significato sarà solo e soltanto quello previsto, solo quello di destra". Ma non funziona così. Non si possono abolire le parole, ma non si può nemmeno decidere un loro uso univoco dall'alto.

Forse dovremmo semplicemente evitare di usarla, visto i fraintendimenti che genera? Non so. Forse sì. Per me sì.

(25/09/17)

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