Le parole di Paolo Finzi

(Questo articolo sarebbe dovuto uscire sul numero di “A rivista anarchica” dedicato al direttore Paolo Finzi, suicidatosi il 20 luglio scorso. Purtroppo Editrice A – e con essa la rivista – ha chiuso. Pubblico dunque il pezzo qui).

Che cos’è la sensibilità libertaria? E come trasformarla da semplice impulso personale a pratica politica quotidiana, con cui cambiare progressivamente la società fino a renderla più libera e giusta insieme — anarchica, idealmente? Mi paiono queste le domande cruciali del pensiero di Paolo Finzi, che riassumono quarant’anni di militanza e riflessione nel movimento, a stretto contatto con le sue evoluzioni ma con uno sguardo sempre rivolto ai maestri del passato.

Rileggendo gli articoli di Paolo per A — un esercizio che consiglio, non solo come forma ulteriore di ricordo ma come attivo confronto intellettuale — si può concordare con l’ipotesi di Nico Berti, che in Libertà senza Rivoluzione identifica la posizione di Finzi come anarchismo etico:

una concezione che pone la priorità della coerenza tra mezzi e fini nell’azione anarchica, per cui il senso ultimo dell’agire non consiste nel suo contenuto specifico, ma nel suo modo di porsi […]. Per Finzi esiste un codice etico che, come principio informatore, deve presiedere a ogni specificazione ideologica, ed è questo che deve guidare il farsi concreto delle finalità ideali; l’etica (anarchica) è prioritaria rispetto alle distinte espressioni pratiche dello stesso anarchismo.

Da qui, prosegue Berti, l’idea che l’anarchismo non vada più pensato “come un blocco ideologico che critica e giudica univocamente il mondo circostante, ma come un discorso articolato che si confronta con altre realtà libertarie, anche se non dottrinariamente ortodosse”; e sempre da qui, a mio avviso, discendono tre aspetti tanto importanti quanto attuali.

Il primo è l’espressione della preoccupazione etica attraverso un surplus di attenzione verso il linguaggio: un autocontrollo innanzitutto lessicale. Chiunque abbia avuto a che fare con Paolo ricorderà senz’altro il suo rigore nell’impostare le frasi e scegliere sempre la parola più precisa e meno equivocabile: un modello di scrittura che si nutre peraltro della miglior tradizione intellettuale libertaria, sempre affrancata da ispessimenti e tecnicismi fine a sé stessi.

Il secondo aspetto è il pluralismo degli interessi: davvero impressionante la lista dei temi, anche solo a una rapida scorsa, affrontati da Paolo a suo nome o con lo pseudonimo di Camillo Levi su A: critica serrata allo Stato, violenza e nonviolenza, antisemitismo, antimilitarismo, storia del pensiero anarchico (e qui va citata anche la curatela del libro su Alfonso Failla, Insuscettibile di ravvedimento, edito da la Fiaccola), astensionismo, rapporto con gli altri movimenti e così via — i temi attorno cui la rivista stessa si è interrogata fin dalla sua nascita. Nel corso del tempo inevitabilmente alcuni argomenti hanno preso il sopravvento su altri, così come il vocabolario e i toni sono andati smussandosi; ma basta confrontare un pezzo di fine anni ’70 con uno degli ultimi mesi per verificare la medesima impostazione problematizzante. Problemismo: ecco, forse è questo concetto, di marca salveminiana, a esprimere al meglio il continuo arrovellarsi di Paolo su libertà ed eguaglianza.

Il terzo aspetto è l’impostazione di un pensiero mobile, in continuo divenire, che trova appunto nella forma-articolo — e nella conversazione dal vivo, che Paolo tanto amava — la migliore modalità espressiva: se per lui come per altre grandi penne dell’anarchismo manca l’opera magna non è certo per carenze intellettuali bensì perché tra prassi e riflessione non esiste cesura, c’è sempre troppo da fare, la parola va messa alla prova nel lavoro quotidiano. Così Paolo: viaggiava, organizzava, parlava, discuteva, telefonava, scriveva mail; non stava mai fermo. (“Vulcanico”, l’ha giustamente definito Tullio Rapone sul Fatto quotidiano). Questa incapacità di rimanere sul posto è, mi pare, tipica anche del suo pensiero; tutto rivolto a liberare l’anarchismo da qualsiasi incrostazione o laccio dogmatico: mettendosi alla ricerca, quasi alla caccia, di ogni luogo fisico o interiore dove scintillasse una traccia di spirito libertario — e con esso stabilire un dialogo. Viene in mente ciò che Salvemini scriveva di Camillo Berneri: “‬Si interessava di tutto.‭ ‬Mentre molti anarchici sono come case le cui finestre sulla strada sono tutte murate‭ (‬a dire il vero non sono i soli‭!)‬,‭ ‬lui teneva aperte tutte le finestre”.

Ma per Berneri come per Finzi, ciò non portò mai a rifuggire i principi chiave dell’anarchismo, senza i quali tutto precipiterebbe nella confusione o nell’ipocrisia: per quanto estremamente flessibile, il pensiero libertario si fonda su basi irrinunciabili — così come il discorso etico non può e non deve prescindere dal discorso politico, pena la ricaduta in qualche forma di individualismo. Non si tratta insomma di annacquare la pratica militante in un piccolo vangelo portatile, bensì di fissare alcuni punti di integrità personale e un modello sano di confronto con le posizioni altrui.

Certo, la volontà di non richiudersi in questo o quell’orticello non può avvenire senza numerose e a volte aspre discussioni: anche di questo c’è traccia negli scritti e nella memoria dei compagni, ed è parte integrante della ribollente comunità anarchica. Ma un pensiero generoso è un pensiero che supera in fretta gli screzi, e non ne fa mai una questione personale.

A proposito di personale: fra i tanti articoli di Paolo vorrei citarne uno in un certo senso d’occasione e dal tono più intimo, che mi folgorò non appena lo lessi (ricordo che gli scrissi subito per confessare quanto mi fosse piaciuto): Ma l’anarchia senza amore, no (A, dicembre 2016/gennaio 2017). In quel breve brano Paolo accostava tre figure straordinarie — Malatesta, Goldman e Gori — discutendone le grandi diversità, ma anche una sottile consonanza: il laccio che lega amore e anarchia: perché “l’anarchia senza l’amore, no. Anche ci fosse, non può essere l’anarchia “nostra”. E credo davvero che la lunga, complessa, anche contraddittoria storia dell’anarchismo sia anche leggibile come una lunga, complessa, anche contraddittoria storia d’amore. Una storia d’amore per la libertà. […] E se è vero che il mezzo è il fine, che il seme prefigura la pianta che sarà, allora è proprio vero che per noi amore e anarchia tendono a sovrapporsi. Sono quasi sinonimi.” Parole che mi piace sempre rileggere e citare.

Mi accorgo solo a chiusura di pezzo che non ho parlato molto dell’uomo Paolo: da un lato volevo onorarne il pensiero — e la precisione delle parole per cui tanto lottò — dall’altro l’ho fatto per pudore, avendolo frequentato solo una manciata di volte presso la redazione di A, quando andavo a scroccare il caffè a lui e Carlotta e discutere a lungo. Posso solo aggiungere che erano momenti splendidi e che mi mancheranno moltissimo: per quanto poco lo conoscessi, gli ho voluto molto bene e mi rammarico di non averlo frequentato di più.

Prima di chiudere il numero dello scorso giugno, mi telefonò per parlare del pezzo che avevo inviato e dell’impostazione generale di A nei confronti della pandemia: ricordo che la sua preoccupazione — la sua ansia — era ancora una volta quella di assicurare una dirittura etica alla critica radicale della limitazione della libertà in corso; perché mai e poi mai la libertà avrebbe dovuto sconfinare nell’irresponsabilità: non dovevano sussistere equivoci al riguardo. In quella chiacchierata c’era molto di lui: la gentilezza, la disponibilità, la franchezza, l’ironia; il desiderio quasi fisico di scambiarsi opinioni, la fermezza nel sostenere la propria posizione senza trasformarla in irrigidimento; e una grandissima profondità intellettuale. Non sapevo ancora che sarebbe stata la nostra ultima telefonata.

(29/10/20)

La notte dei senza dimora 2020

Aggiornamento importante: la Notte dei senza dimora è stata rimandata per questioni di sicurezza. I premi Isacchi Samaja saranno assegnati in forma privata.

Quest’anno la Notte dei senza dimora si terrà in maniera un po’ diversa dal solito, a causa della pandemia: ci vediamo il 17 ottobre a partire dalle 16h30 presso la storica Casa Jannacci, in viale Ortles 69. Come ogni anno sarà possibile conoscere meglio le persone che vivono senza una casa; e pensare a delle soluzioni concrete insieme.

Anche stavolta partecipo come volontario di MIA e come giurato del Premio Amalia Isacchi Samaja per gli artisti che vivono in strada – sezione Narrativa/Poesia: la consegna dei riconoscimenti inizierà alle 18h30.

(12/10/20)

Su “Conferenze e discorsi” di Albert Camus

Per sua stessa ammissione, Albert Camus non amava parlare in pubblico: eppure gli interventi raccolti in Conferenze e discorsi (trad. di Yasmina Melaouah) vibrano della medesima, sobria luminosità dei suoi scritti, e come prevedibile non concedono alcunché alla retorica. E nella grande varietà dei contenuti — i discorsi furono pronunciati in occasioni molto diverse — scorrono alcuni elementi centrali che si richiamano da pagina a pagina, come motivi musicali: la libertà, l’Europa, il ruolo dell’arte, l’oppressione dei totalitarismi.
Un esempio celebre, per cominciare: l’intervento sulla Crisi dell’uomo del 1946: “c’è una crisi dell’uomo poiché nel nostro mondo la morte o la tortura di un individuo può essere guardata con un sentimento di indifferenza o di interesse amichevole, o di curiosità, o di semplice passività.” Camus punta il dito contro la “civiltà bianca”: era facile scaricare ogni colpa sulla Germania nazista; più difficile impostare un esame di coscienza affinché la barbarie non si ripresentasse. Da qui la rivolta camusiana fondata sul rifiuto di essere vittima o carnefice, verso un mondo che non sia più “dei poliziotti, dei soldati e del denaro per diventare quello dell’uomo e della donna, del lavoro fecondo e del tempo libero meditato”.
Tempo libero, appunto: e per Camus la libertà è cosa diversa dall’uso rapace, sordo alle responsabilità, proprio dalla società mercantile (“una libertà di principio al servizio di un’oppressione di fatto”). Socialista libertario, crede nella conciliazione fra autonomia e giustizia sociale ma in luogo di nuove pesanti ideologie propone uno “stile di vita” (così in un celebre editoriale su Combat). Il proposito è modesto solo all’apparenza: è invece il punto di partenza per un pensiero originale e alternativo alla contrapposizione Est/Ovest, onorando ciò che Stig Dagerman descrisse nei medesimi anni come il “dovere dell’eresia”. E come Dagerman, attirandosi l’anatema degli intellettuali schierati (a volte per opportunismo), Camus rivendica una morale che valuti il dolore quale vero scandalo, e non un mero sottoprodotto della Storia.

[continua su Tuttolibri]

(19/09/20)

Sulla maturità in Pavese

Ripeness is all, la maturità è tutto, scrive Pavese in esergo a La luna e i falò. La frase, è noto, viene dal Re Lear di Shakespeare; ma di rado se ne cita il contesto. Siamo alla fine della tragedia: atto quinto, scena seconda: il conte di Gloucester, disperato dal corso degli eventi, si abbandona a terra per lasciarsi morire. Ma il figlio Edgar, che lo sta assistendo sotto mentite spoglie, lo richiama all’ordine: “Che c’è, ancora cattivi pensieri? Gli uomini devono sopportare / la loro uscita dal mondo come la loro venuta; / la maturità è tutto. Andiamo”. Si muore soltanto quando si deve morire, come appunto un frutto ben maturo; lasciarsi andare vilmente prima del tempo non è contemplabile. Se tuttavia pensiamo al romanzo — e ancor più alla fine di Pavese, settant’anni fa — le parole di Edgar usate come epigrafe possono apparire incongrue.
In effetti la questione è più complessa del previsto, e in un magnifico articolo del 1983 (Maturità di Pavese), Lino Pertile la espone in termini esemplari: “La maturità appare come dea bifronte: meta, traguardo, conquista e d’altro lato termine ultimo, conclusione, fine; da un lato trionfale pienezza, dall’altro vuoto spaventoso, horror vacui. […] Perciò di due cose una: o la maturità non e tutto, o questa maturità ha connotazioni che ci sfuggono”.

[continua su l’Espresso in edicola]

(26/07/20)