Tutto il resto è buio

Non sono un kinghiano della prima ora, né un conoscitore esperto della sua opera; in compenso sono un vero appassionato di It. Torno ripetutamente su questo romanzo, lo rileggo, lo sfoglio, ci sono pagine che conosco a memoria e altre che non ricordavo, eppure che aprendo a caso — dovremmo soffermarci anche su questo: aprire un libro a caso, scoprirne il fascino aleatorio, la bellezza di una scena non sottoposta alla trama — dicevo, pagine che aprendo a caso mi sorprendono e lanciano un bagliore.

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(02/12/19)

Alessandro Leogrande, due anni dopo

Il 26 novembre 2017 morì Alessandro Leogrande. L'anno scorso scrissi un post per ricordarlo; quest'anno preferisco lasciare la parola a lui stesso, ricopiando alcune pagine dall'ultimo capitolo del libro da me più amato, La frontiera (Feltrinelli 2015).

L'invito, come sempre, è di leggere ogni sua riga e scoprire o riscoprire questo intellettuale straordinario - per definire la cui perdita non è peregrino, una volta tanto, l'aggettivo "incolmabile". Per lui l'impegno a comprendere e raccontare il mondo e le sue storture era un'attitudine, un vero e proprio modo di abitare la Terra. Così tutte le volte che ci si china sulla sua opera non si resta solo ammirati dalla profondità intellettuale e dall'etica rigorosa che promana da qualsiasi pagina: ci si sente anche pervasi di nuovo coraggio.

Segnalo altresì che oggi Radio 3 ha organizzato alcune iniziative in suo onore, mentre nella sua città, Taranto, gli sarà dedicata la Passeggiata del lungomare.

Ed ecco le splendide righe di Alessandro:

C’è un vecchio steso a terra, la barba grigia, i capelli stempiati, sembra essere scivolato pochi istanti prima. È Matteo. Ha una mano alzata verso l’alto, cerca di parare il colpo che sta per arrivare. Ma il polso, lo stesso polso che sostiene la mano aperta, è afferrato dalle dita del sicario.
È lui il fulcro del quadro. Il centro intorno al quale tutto ruota è l’ottuso carnefice, non la vittima. Quest’ultima è vestita. Lui invece è nudo, un lembo di stoffa copre i genitali. Fissa negli occhi Matteo: con una mano blocca il suo polso, con l’altra impugna la spada.
Caravaggio non ritrae l’uccisione, ma l’attimo prima della mattanza. Decide di fissare sulla tela l’istante prima che la violenza si compia. Sospende il tempo esattamente su quel momento. Ma quella stessa violenza, la cui intenzione si sprigiona come un tuono dal corpo del carnefice, è già esplosa per tutto il quadro. Si è già irradiata per cerchi concentrici verso i suoi quattro angoli.
Si sentono le grida, la tensione ferina, l’odore acre della paura. La scena è affollata di gente che si ritrae dalla mano del boia. Chi scappa, chi urla, chi inciampa nella fuga, chi alza a sua volta le mani. Sono tutti puntini di un cerchio che si sta dilatando. Nessuno compie il movimento contrario, né tanto meno prova a fermare la spada. Ed è la stessa reazione, penso, che avrebbe chiunque davanti a un’esecuzione di mafia o a un attentato terroristico realizzati in pieno giorno in mezzo alla strada o in un luogo affollato. È la stessa reazione che abbiamo tutti, in genere, di fronte alla violenza. Più precisamente davanti alle armi che stanno per provocare una morte violenta: davanti a una lama sguainata, a una pistola che sta per sparare.
La violenza estrema atterrisce. Atterrisce la sua epifania priva di alternative. Al massimo si grida, si scappa, ma raramente si è pronti a intervenire.
Così Matteo, la vittima, tra poco verrà finito. Da oltre quattrocento anni, per ogni sguardo che si pone sul dipinto, sta per essere trucidato. Manca una manciata di secondi. La vittima, in fondo, sa come andranno le cose.

Ma non è il solo. Nell’intreccio di sguardi che tiene insieme il quadro, ci sono innanzitutto gli occhi della vittima e del carnefice, incrociati tra loro e immensamente diversi. E, in secondo luogo, quelli di ripulsa, panico, indifferenza inebetita di tutti gli astanti, che convergono verso il centro, tanto quanto le onde della violenza esplodono verso l’esterno. Ma poi ci sono anche gli occhi di un uomo con la barba.
È alle spalle del sicario. Si trova alla sua destra, qualche metro più indietro. Guarda Matteo a terra, e anche lui sa perfettamente cosa sta per accadere.
Quell’uomo, come dicono tutti i testi critici sul dipinto, è Caravaggio. La porzione in cui compare il volto barbuto è un autoritratto. Eppure, più che un’immagine di sé da consegnare ai posteri, nella penombra della chiesa rotta dai faretti quella porzione di tela mi sembra un manifesto. Una riflessione incandescente sulla violenza del mondo, e sul rapporto che instaura con essa chi la osserva.
C’è un dolore misto a commiserazione nel suo sguardo: un’infinita tristezza. A differenza degli altri spettatori Caravaggio non fugge, guarda la vittima perché non può fare altro che stare dalla sua parte e vedere come va a finire ciò che si sta per compiere. Ha già intuito tutto, ma non interviene. Sa di non poter intervenire, di non poter fermare quella spada.
La sua commiserazione è ancora più dolorosa perché totalmente impotente. La lucida interpretazione dei fatti, e ancor di più il genio dell’arte, non arresteranno il massacro.
Può solo provare pietà.

[...]

Ora mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera.
Nella migliore delle ipotesi, ovviamente. Quando cioè quello sguardo non è inquinato dall’apatia, dall’indifferenza, dallo stesso fastidio per l’oscenità della morte. Quando quello sguardo non è già, fin dal principio, connivente con la lama dell’aguzzino.
Non appena osserviamo il mondo con gli stessi occhi di Caravaggio, esso si rivela come un universo di violenza ferina. Tuttavia, non è la violenza a sgomentarci. Ma il fatto che, anche quando comprendiamo pienamente le sue leggi, non riusciamo ad arrestarle.
Si può ridurre il male? Si possono creare delle zone libere all’interno delle quali il suo impatto sia meno devastante? È possibile risolvere le cause che generano la fuga in massa di interi popoli? Riusciamo a dare a quelle cause il nome di stermini silenziosi?
E, soprattutto, riusciamo a capire che i viaggi vengono dopo tutto questo?

(26/11/19)

Intervista a Roberto Ambrosoli

La sera del primo maggio 1968 — una data quanto mai storica — venne inaugurato a Milano il circolo libertario del Ponte della Ghisolfa, fra i cui animatori c'era Giuseppe Pinelli. A un certo punto si spensero le luci e un uomo di bassa statura, vestito di una mantellina nera, si lanciò da una finestra sotto gli occhi dei presenti. L'uomo era Gero Caldarelli, che in futuro diverrà noto per vestire i panni del Gabibbo; ma in quel momento stava impersonando una figura di tutt'altro spessore: Anarchik, "il nemico dello Stato".

Nel bosco e sottobosco del fumetto italiano, si tratta di un personaggio unico: nasce nell'ambiente libertario degli anni Sessanta per fare propaganda alternativa delle idee anarchiche e denunciare le storture del potere, ma con il decennio successivo si diffonde fino ad assurgere un ruolo iconico anche fuori dai confini italiani.

Da poco è in libreria Farò del mio peggio. Cronache anarchiche a fumetti, la prima selezione di copertine e tavole dove compare Anarchik, pubblicata in edizione congiunta da Editrice A e da Hazard. Per l'occasione ho fatto una chiacchierata telefonica con il papà di Anarchik, Roberto Ambrosoli, ora in pensione dopo una carriera di docente alla facoltà di Agraria di Torino.

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(24/11/19)

Essere miti senza essere vittime

[...] non credo che la Terra Promessa agli ebrei sia quella della tua anguria. È una terra promessa a loro come a tutti, e che loro hanno avuto modo d'intravedere nella storia della diaspora, in cui tra una persecuzione e l'altra hanno avuto occasione di stare al gioco del potere senza avere mai la certezza che il potere stesse al gioco. È in questa storia millenaria che è affiorata in essi la speranza di una vera Terra Promessa in cui sia possibile l'essere miti senza essere vittime, la felicità senza sopraffazione, la religiosità senza Dio, l'attività senza maledizione del lavoro, l'attaccamento alle cose senza il denaro, la cultura senza il suo ruolo repressivo.

Gli amici delle Edizioni dell'asino ripubblicano quel piccolo capolavoro che è Cosa fai in giro? di Cesare Cases: lettura imprescindibile, specie vista l'aria che tira oggi.

(13/11/19)

Cinquanta in blu

Il 31 ottobre uscirà per Sellerio Cinquanta in blu. Storie: la seconda raccolta (dopo quella di gialli) per celebrare i cinquant'anni della casa editrice palermitana. Sono felice di parteciparvi con un racconto dal titolo Bruxelles.

(22/10/19)

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