Tema di lavoro, sulla base di quanto scrivevo lo scorso ottobre: l’inveterata passione degli italiani per i mitomani, la fortuna che hanno sempre avuto i capetti, i custodi della verità, i retori che agitano il pugno in aria. Da cui il piacere per l’oscurità spacciata per profondità, la confusione fra teoria e letteratura, il sospetto verso le argomentazioni razionali e verso l’impegno a emanciparsi davvero (in primo luogo da formulette e abracadabra); da cui, ancora, il diffuso servilismo verso il più forte e l’altrettanto diffuso disprezzo verso il più debole. Soprattutto se il debole è escluso dall’ideologia cui si aderisce.
È un tema di lavoro e occorre appunto studiare, ma non mi stupirebbe che al fondo pulsi l’immarcescibile radice cattolica — non in senso religioso ma sociologico. D’altronde non è un caso se nel Novecento italiano trionfarono due chiese politiche simmetriche — Dc e Pci, con in più il tentativo di “convergere storicamente” — e scarsa fortuna ebbero i libertari: la fedeltà a un’ideologia ha sempre contato più dell’autonomia di pensiero. L’esempio di Silone vale per tutti, ed è facile immaginare come lo tratterebbero gli zeloti d’oggi.
Insomma: l’assenza di una vera rivoluzione liberale, nel senso strettamente gobettiano del termine, è ancora un problema irrisolto: da cui il fascino puerile, a destra come a sinistra, per tutto ciò che è illiberale a priori. (Parlando di Einaudi e Salvemini nel suo Profilo ideologico del ‘900, Bobbio scrive che “restarono per tutta la vita politicamente, se non intellettualmente, degli isolati. Rappresentarono col loro empirismo, con la loro passione per i ragionamenti ben fatti, e appoggiati sui dati, con la loro mania di parlar per cifre e tariffe, di prender le mosse da un fatterello piuttosto che da una citazione, una corrente di pensiero che non ha mai messo radici nel nostro paese e che appena tenta di uscire allo scoperto viene subito azzannata dalle tigri e dai loro amici”. Aggiungo di passaggio, a proposito di minoranze dimenticate, che nel Profilo non c’è traccia di anarchici: non Malatesta, non Fabbri, non Berneri; compare di sfuggita Merlino ma arruolato fra i “positivisti socialisteggianti”).
Ora, tale riluttanza a pensare con indipendenza autentica genera, fra le altre, due conseguenze che sfociano in una comune pigrizia morale. La prima: un’empatia selettiva per cui la giustificazione atout della “complessità” — parola importantissima ma assai abusata — è valida per certi gruppi soltanto. La seconda: l’impermeabilità a ogni critica del mitomane preferito, che sarà sempre pronto a dirsi vittima del sistema o della censura — anche quando occupa cattedre e palchi.
(03/01/25)