Tanto ancora è opera tua

Mentre son qua nell’ora che sul viottolo
vanno e vengono i ferrovieri, prima
o dopo il loro turno, quasi ora
di cena che la casa è anche più casa,
so che non vuoi lamento, ma preghiera
e vita che perduri nella vita,
fuoco nel fuoco sempre acceso. Tanto
è ancora opera tua, tu devi compierlo.

Da Erba di Mario Luzi, in Dal fondo delle campagne.

(16/10/25)

L’elefante ucraino

Si è parlato spesso in relazione alla Global Sumud Flottilla di “elefante nella stanza”, per sottolineare che i governi e una parte della discussione pubblica discuteva sulle decisioni e comportamenti della Flotilla come se a essere illegali fossero i comportamenti di chi navigava pacificamente in acque internazionali, e non un oltraggio al diritto internazionale quelli di chi pretendeva di impedirlo col ricorso alla violenza. Quelle coraggiose barchette a vela sono riuscite a portare l’elefante in primo piano mettendo in imbarazzo una comunità internazionale inane e intimorita di fronte a regimi che si reggono sulle minacce di coloro che non si sottomettono ai loro voleri, sulla sistematica manipolazione delle opinioni pubbliche e il massacro di intere popolazioni viste come impedimenti all’espansione dei loro poteri.

Come Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (Mean) mentre dal 1 al 5 ottobre eravamo impegnati nella nostra quattordicesima missione in Ucraina, ci siamo sentiti totalmente solidali con quelle imbarcazioni e la loro denuncia, quasi che i nostri corpi, di noi 110 attivisti costruttori di pace italiani diretti a Kharkiv, l’antica capitale che si trova a 35 km dal fronte, fossero essi stessi una specie di fragili vele.

Consiglio di leggere il racconto di Marianella Sclavi del suo viaggio in Ucraina: utile anche per un piccolo ripasso di storia.

(14/10/25)

Darsi un capo

Il problema di stendere il manto del mito sopra persone in carne e ossa (specie se in realtà mediocri o appena carismatiche: ma vale anche per i più grandi — per me vale anche per Kafka, intendo) — dicevo: il problema è che ci rende molto più esigenti nei confronti degli altri e più indulgenti nei confronti di noi stessi. Gli altri infatti non saranno mai all’altezza del nostro idolo e siano anzi dannati se non lo abbracciano con cieca fede, o si limitano a sollevare qualche umanissima obiezione sui suoi umanissimi difetti. E qui, appunto, sta l’origine dell’auto-indulgenza: essendo noi suoi seguaci, da qui in avanti restiamo dalla parte giusta qualunque cosa diciamo o facciamo. Basta che la causa sia buona per infondere a cascata una specie di immunità delle coscienze.
Non serve infatti più un pensiero autonomo, avendo delegato la responsabilità morale all’altro. La lucidità individuale, lo scetticismo metodologico, l’istinto della pietà non selettiva, il disgusto per “la santa alleanza del linciaggio unanime” (Girard): tutti ostacoli. In breve ci si dà un capo, si conferisce potere spirituale a qualcuno che — come sempre accade — da questo potere verrà corrotto, non importa quanto in buona fede o capace sia (e naturalmente peggio ancora se è di povera fibra umana, o sospinto dalla vanità).
Forse non c’è nulla che detesti di più: l’abitudine a scrivere il proprio nome sulla lavagna dei buoni e ritenerlo scolpito in eterno, beandosi di avere ragione, ragione ragione; quando invece l’etica è un affare che va rinegoziato ogni giorno con se stessi e gli altri, messo alla prova con scelte difficili.
D’altro canto non è soltanto più arduo stimare chi pratica virtù più modeste ma reali, non si pone ad arringatore delle folle, o esercita il dubbio invitando a stimolare un pensiero indipendente. Non è soltanto più arduo: oggi, ma forse anche ieri, ma forse anche da sempre, è a rischio di perenne riprovazione.

Ognuno di noi se ha influenza di parola o di esempio, è un dirigente. Senza false modestie, riconosciamo questa nostra posizione. E siamone degni, sempre più. A coloro che addormentano le anime e irridono all’entusiasmo opponiamo non sterili critiche personali, ma l’azione. Ai mille volte traditi offriamo la luce dell’esempio.

Così Camillo Berneri in un articolo di quasi cent’anni fa: “Le masse, il fascismo, i capi nel 1919 e 1920”, Il Martello, 7 aprile 1928.

(08/10/25)

Non diventare mostri a nostra volta

Due anni fa oggi c’è stato un orripilante massacro di innocenti con annessi rapimenti (anche di bambini) e violenze di ogni sorta. Un pogrom. Comunque lo si voglia inserire all’interno del contesto storico e politico, comunque sia fondamentale denunciare senza tregua la reazione oscenamente (e lucidamente) devastatrice d’Israele, comunque si voglia difendere la vita e libertà dei gazawi, un atto del genere resta mostruoso e indifendibile. Sembra strano persino doverlo dire, ma questi sono i tempi. Cerchiamo di non perdere la ragione nel gorgo delle passioni, o di inseguire la complessità dei fatti solo quando fa comodo; cerchiamo, combattendo i mostri, di non diventare mostri a nostra volta.

(07/10/25)