Ascolti e riascolti del 2025

Mingus

Come ormai di consueto annoto quanto ho ascoltato con maggior piacere e interesse nel corso dell’anno, senza pretese di esaustività né desiderio di fornire l’ennesimo best of di fine anno — tanto più che, di nuovo come al solito, ho inserito anche album molto vecchi ma su cui assiduamente ritorno. Stavolta ho riordinato gli ascolti per genere.
(Usate Bandcamp invece di Spotify, comprate dischi o prendeteli in prestito, andate ai concerti).

Rock, alternative e dintorni

  • Alice in Chains, Jar of Flies
  • American Football, American Football
  • Bark Psychosis, Hex
  • Circuit des Yeux, Halo on the inside
  • Don Caballero, What Burns Never Returns
  • Elder Jack, IV
  • Fine before you came, C’è ancora amore
  • Fleet Foxes, Fleet Foxes
  • Gatto Ciliegia contro il grande freddo, It is
  • Gumm, Beneath the Wheel
  • lowsunday, Low Sunday Ghost Machine
  • Men I Trust, Equus Asinus
  • New Model Army, No Rest for the Wicked
  • Pantera, The Great Southern Trendkill
  • Radiohead, Kid A
  • This Will Destroy You, Live on KEXP
  • Tubelord, Better Than Romance

Elettronica

  • William Basinski, The Disintegration Loops
  • Caroline Davis & Dustin Carlson, Sprites
  • claire rousay, a little death
  • Giuseppe Ielasi, an insistence on material vol. 2
  • Daniel Lentz, On the Leopard Altar

Cantautorato

  • Sam Amidon, All Is Well
  • Better Oblivion Community Center, Better Oblivion Community Center
  • Edda, Graziosa utopia
  • Anna B Savage, in|FLUX
  • Sergio Endrigo, Ci vuole un fiore

Classica

  • Johann Sebastian Bach, Partita n. 2 BWV 826, Claudio Arrau
  • Béla Bartók, Concerto per pianoforte n. 1, Claudio Abbado, Chicago Symphony Orchestra, Maurizio Pollini
  • Ludwig van Beethoven, Sonata op. 109, Rudolf Serkin
  • Johannes Brahms, Late Piano Works, Paul Lewis
  • Johannes Brahms, Quintetto op. 111, Quartet Sine Nomine e Raphaël Oleg
  • Anna Clyne, Orchestral Works, Baltimore Symphony Orchestra
  • Henryk Górecki, Quartetto per archi n. 3 op. 67, Quatuor Molinari
  • Johannes Ockeghem, Intemerata Dei Mater, Hiliard Ensemble
  • Gustav Mahler, Sinfonia n. 5, Lorin Maazel, Wiener Philharmoniker
  • Wolfgang Amadeus Mozart, Serenata KV 388, Nikolaus Harnoncourt, Wiener Mozart-Bläser
  • Oskar Posa, Sonata per violino e pianoforte op. 7, Eva Zavaro e Juliette Journaux
  • Ricordanze: a record of love, Musica Secreta

Jazz

  • Alex Zethson and Johan Jutterström, It Could / If I
  • James Brandon Lewis, Abstraction is Deliverance
  • Miles Davis, Milestones
  • Keith Jarrett Trio, Still Live
  • Linda May Man Oh, Strange Heavens
  • Charles Mingus, Mingus in Antibes
  • Paul Motian, I Have the Room Above Her
  • The Necks, Disquiet
  • Pharoah Sanders, Africa
  • McCoy Tyner, The Real McCoy
  • Jessica Williams, Blue Abstraction: Prepared Piano Project 1985–1987

(01/12/25)

Proust a Opera

Anche quest’anno terrò una lezione al laboratorio nel Carcere di Opera: parlerò di Proust e della Recherche, compito tutt’altro che semplice, sulla scorta di alcune osservazioni elaborate tempo fa e in seguito rimasticate. Mentre prendo appunti è difficile resistere alla tentazione di immergermi da capo e per intero in lunghi brani di Sodoma e Gomorra o di Albertine scomparsa, o ancora del Tempo ritrovato che — durante l’ultima rilettura integrale — è stato forse il volume più amato; tutto come sempre nella superba versione di Raboni, e il testo originale a portata di mano.

Vorrei copiare e incollare decine di passi, ma qui mi limito a sottolineare la consequenzialità dell’adesione del Narratore (e di Proust) alla chiamata della scrittura: una volta imboccata questa strada ne colgono entrambi il carattere esclusivo, monacale: non per vezzo bensì per radicalità nell’esercizio di scelta delle parole. L’assidua e lacerante riscrittura proustiana, il suo correggere e correggere e correggere ancora bozze e minute, è un monito ai dilettanti pieni di sé o troppo pigri; ed è anche testimonianza materiale della serietà di un destino.

Tutto ciò sarebbe impensabile senza isolarsi. Le sollecitazioni del mondo esterno, e ancor più della mondanità che pure tanto anima la Recherche (insieme al suo motore narrativo centrale, cioè il pettegolezzo) sono in effetti le massime nemiche dello sforzo di concentrazione che non è soltanto psicologica ma anche, oserei dire, morale. Perché è molto difficile resistere alla tentazione di quel mare cullante che è la chiacchiera, la perenne chiacchiera universale dove le distinzioni annegano ed è troppo facile scambiare per profondità la peggior retorica.

Non a caso nei Guermantes Charlus dice al Narratore, mentre gli fa una stramba proposta: “Il primo sacrificio che dovete offrirmi — ne esigerò in proporzione a quanto vi darò — è di non andare in società”. E appunto nel Tempo ritrovato l’io del libro (“sguinzagliato come un levriero alla ricerca della verità” nell’espressione memorabile di Giovanni Macchia) giunge a fare sua, senza necessità di maestri o intermediari, la dura etica dell’artista:

Bisognava che restituissi ai minimi segni che mi circondavano (Guermantes, Albertine, Gilberte, Saint-Loup, Balbec ecc.) il senso di cui l’abitudine li aveva privati ai miei occhi. E una volta raggiunta la realtà, per esprimerla, per conservarla dovremo scartare ciò che è altro da essa, e che la velocità d’inerzia dell’abitudine continua a far fluire verso di noi. Soprattutto avrei dovuto scartare le parole scelte dalle labbra più che dall’intelletto, le parole piene di spirito come se ne dicono conversando, che dopo una lunga conversazione con gli altri continuiamo a rivolgere artificiosamente a noi stessi e ci riempiono la testa di menzogne, parole affatto fisiche cui s’accompagna, nello scrittore che s’abbassa a trascriverle, il sorrisetto, la piccola smorfia che altera di continuo, per esempio, la frase parlata di un Sainte-Beuve, mentre i veri libri devono essere figli non della piena luce e delle chiacchiere, ma dell’oscurità e del silenzio.

Sono righe famose, ma poco meditate e ancor meno prese a modello.

(24/11/25)

Anton Čechov, ancora

Ancora Čechov, per sempre Čechov: raccolgo qui un florilegio di apprezzamenti critici attorno alla sua prosa, invitando chiunque — come faccio sempre durante le mie lezioni di scrittura — a leggere quanti più racconti čechoviani possibile: non soltanto perché illustrano alla perfezione quel che si può fare con un materiale narrativo sorprendentemente ridotto, e quanto lirismo possa sorgere da una prosa in apparenza tanto disadorna; ma anche perché ogni racconto di Čechov offre piaceri incomparabili e la rara occasione di scorgere, qui e là, la verità sulla vita. Nessuno più di lui si avvicina alla verità dell’individuo comune, il sacro mistero che avvolge ogni esistenza, la rete del caso che ci stringe e il modo in cui goffamente (e spesso meschinamente) ci dibattiamo ferendoci e ferendo gli altri.

Tra i miei racconti preferiti, letti nell’edizione Rizzoli a cura di Eridiano Bazzarelli, ricordo Nemici, La corista, Ubriachi, La casa col mezzanino, La signora col cagnolino — forse il vertice della sua arte così elusiva e commovente — e i testi più famosi quali Una storia noiosa, Il violino di Rothschild, La steppa.

E ora le citazioni sull’arte čechoviana.

Calvino, Natura e storia del romanzo: “Perciò, per quanto il grande afflato biblico di un Dostoevskij e di un Tolstoj non cessi d’ispirarci emozione e ammirazione, la nostra lezione di forza preferiamo trarla dall’agnosticismo del piccolo Čechov, come una limpida lente che non ci nasconde nulla della negatività del mondo ma non ci persuade a sentircene vinti.”

Campo, Gli imperdonabili: “Il famoso pessimismo di Čechov è infine il solo ottimismo possibile, l’ottimismo del medico quando diviene mediatore: vedere il mondo com’è, i nostri simili come sono e insieme tentare di “leggerli altrimenti”, di decifrarne il gigantesco significato geroglifico con la sola chiave che ci sia data: la forza di accettare insieme l’ordine del mondo e ciò che di continuo lo supera.”

Cajumi, Pensieri di un libertino (libro da riscoprire per intero, fra l’altro): “Tutta l’arte di Čechov è nella cenere che copre le sue pagine, nella sordina che egli costantemente mette alle parole, ai sentimenti.”

Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca: “Cechov mi sembra l’unico scrittore che, senza essere grandissimo, e forse soprattutto per questo, non si è imposto alla vita, non ha influenzato per nulla la misteriosa e innocente libertà dei suoi movimenti.”

Grossmann, Vita e destino:

Mezzo secolo fa, accecati dai paraocchi del partito, credevamo che Čechov fosse fuori del tempo. Mentre Čechov è l’alfiere della bandiera più grande che abbia mai garrito sulla Russia nei mille anni della sua storia: l’alfiere della democrazia buona, della vera democrazia russa, lo capite?, della dignità dei russi, della libertà russa. Perché il nostro umanitarismo è stato sempre intollerante, crudele e settario. Da Avvakum a Lenin umanitarismo e libertà sono stati partigiani, fanatici, e hanno sempre sacrificato l’uomo all’umanità astratta. […] Čechov ha detto: Dio si faccia da parte e si facciano da parte le cosiddette grandi idee progressiste. Partiamo dall’uomo, mostriamogli bontà e attenzioni chiunque egli sia, arciprete, contadino, industriale milionario, forzato di Sachalin, cameriere in un ristorante. Iniziamo rispettando, compatendo, amando l’uomo, altrimenti non ne verrà nulla.

Nabokov, Lezioni di letteratura russa:

La magia di tutto ciò è che, pur tollerando incrinature che un talentuoso principiante avrebbe evitato, pur essendo del tutto soddisfatto di quella che tra le parola è come l’uomo-della-strada — la parola-della-strada, per così dire — Čechov riusciva a comunicare un’impressione di bellezza artistica di gran lunga superiore a quella di tanti scrittori convinti di sapere cosa sia una prosa ricca e bella. Lo fece tenendo tutte le sue parole nella stessa luce fioca e nella stessa tonalità di grigio, una tonalità tra il colore di un vecchio recinto e quello di una nuvola bassa.

E più avanti, memorabilmente:

Io consiglio con tutto il cuore di leggere quanto più possibile i libri di Čechov (persino nelle traduzioni che essi hanno patito) e, percorrendoli, di sognare così come essi chiedono di essere attraversati in sogno. In un’età di sanguigni Golia è molto utile leggere dei delicati Davide. Quei nudi paesaggi, i salici rinsecchiti lungo strade tristemente fangose, i corvi grigi che svolazzano in cieli grigi, l’improvviso soffio di un qualche incredibile ricordo nel più ordinario dei luoghi — di tutta questa toccante opacità, di tutta questa amabile debolezza, di tutto questo mondo čechoviano grigio tortora vale la pena di fare tesoro alla luce abbacinante di quei mondi forti, sicuri di sé che ci vengono promessi dagli adoratori degli Stati totalitari.

Leggete Anton Čechov.

(20/11/25)

In quanto scrittore

Mi pare che lo scrittore, in quanto scrittore, sia in un certo discorso pubblico assai caricato di doveri, e debba farsi modello di virtù civiche o morali o chissà cos’altro proprio in quanto scrittore. A volte prende su di sé tale compito molto volentieri, con tutto lo zelo del neofita, pensando che ciò basti a diventare un intellettuale pubblico (o ad alimentare la propria reputazione). Non ritengo sia una buona cosa, poiché si traduce spesso in delega e ancor più spesso alimenta alibi e giustificazioni, consente di nutrire versioni di sé quali sentinelle del bene, insomma nutre ego già fin troppo robusti illudendo così che una frase su internet valga quanto un gesto. Ben altro serve alla critica sociale, in primo luogo molto studio e non permanenti comizi da bar — peraltro miopi di fronte alla crescente irrilevanza degli scrittori stessi. Il rischio è diventare habitué della denuncia e dello sdegno momentaneo; mentre, fra l’altro, nessun onere etico è richiesto a figure molto più influenti, o che potrebbero innescare cambiamento in modi più incisivi sostenendo una causa.

So che i difensori dell’impegno artistico la vedono diversamente, e non è certo un problema. In effetti quel che mi lascia davvero perplesso è altro: la facilità con cui si perdona il mancato adempimento del dovere più importante: scrivere bene. Tale difetto si vede persino nel modo in cui vengono espressi i convincimenti di cui sopra: nessun dubbio, una sintassi martellante, l’assenza della passione di imparare, il ricorso alla propria e spesso limitatissima esperienza personale: e tutto questo si riflette appunto in chi legge. La valutazione etica della persona — meglio: di quel che va proclamando — condiziona la valutazione estetica. È un rovesciamento di termini che non lascia ben sperare: sia perché gli scrittori in quanto scrittori dovrebbero anzitutto scrivere bene, ripeto, sia perché sforzarsi di comportarsi meglio, essere più generosi, più attenti, più caritatevoli, più impegnati nel concreto, è un compito semplicemente umano; degli umani in quanto umani.

(17/11/25)