Proust a Opera

Anche quest’anno terrò una lezione al laboratorio nel Carcere di Opera: parlerò di Proust e della Recherche, compito tutt’altro che semplice, sulla scorta di alcune osservazioni elaborate tempo fa e in seguito rimasticate. Mentre prendo appunti è difficile resistere alla tentazione di immergermi da capo e per intero in lunghi brani di Sodoma e Gomorra o di Albertine scomparsa, o ancora del Tempo ritrovato che — durante l’ultima rilettura integrale — è stato forse il volume più amato; tutto come sempre nella superba versione di Raboni, e il testo originale a portata di mano.

Vorrei copiare e incollare decine di passi, ma qui mi limito a sottolineare la consequenzialità dell’adesione del Narratore (e di Proust) alla chiamata della scrittura: una volta imboccata questa strada ne colgono entrambi il carattere esclusivo, monacale: non per vezzo bensì per radicalità nell’esercizio di scelta delle parole. L’assidua e lacerante riscrittura proustiana, il suo correggere e correggere e correggere ancora bozze e minute, è un monito ai dilettanti pieni di sé o troppo pigri; ed è anche testimonianza materiale della serietà di un destino.

Tutto ciò sarebbe impensabile senza isolarsi. Le sollecitazioni del mondo esterno, e ancor più della mondanità che pure tanto anima la Recherche (insieme al suo motore narrativo centrale, cioè il pettegolezzo) sono in effetti le massime nemiche dello sforzo di concentrazione che non è soltanto psicologica ma anche, oserei dire, morale. Perché è molto difficile resistere alla tentazione di quel mare cullante che è la chiacchiera, la perenne chiacchiera universale dove le distinzioni annegano ed è troppo facile scambiare per profondità la peggior retorica.

Non a caso nei Guermantes Charlus dice al Narratore, mentre gli fa una stramba proposta: “Il primo sacrificio che dovete offrirmi — ne esigerò in proporzione a quanto vi darò — è di non andare in società”. E appunto nel Tempo ritrovato l’io del libro (“sguinzagliato come un levriero alla ricerca della verità” nell’espressione memorabile di Giovanni Macchia) giunge a fare sua, senza necessità di maestri o intermediari, la dura etica dell’artista:

Bisognava che restituissi ai minimi segni che mi circondavano (Guermantes, Albertine, Gilberte, Saint-Loup, Balbec ecc.) il senso di cui l’abitudine li aveva privati ai miei occhi. E una volta raggiunta la realtà, per esprimerla, per conservarla dovremo scartare ciò che è altro da essa, e che la velocità d’inerzia dell’abitudine continua a far fluire verso di noi. Soprattutto avrei dovuto scartare le parole scelte dalle labbra più che dall’intelletto, le parole piene di spirito come se ne dicono conversando, che dopo una lunga conversazione con gli altri continuiamo a rivolgere artificiosamente a noi stessi e ci riempiono la testa di menzogne, parole affatto fisiche cui s’accompagna, nello scrittore che s’abbassa a trascriverle, il sorrisetto, la piccola smorfia che altera di continuo, per esempio, la frase parlata di un Sainte-Beuve, mentre i veri libri devono essere figli non della piena luce e delle chiacchiere, ma dell’oscurità e del silenzio.

Sono righe famose, ma poco meditate e ancor meno prese a modello.

(24/11/25)