Anton Čechov, ancora

Ancora Čechov, per sempre Čechov: raccolgo qui un florilegio di apprezzamenti critici attorno alla sua prosa, invitando chiunque — come faccio sempre durante le mie lezioni di scrittura — a leggere quanti più racconti čechoviani possibile: non soltanto perché illustrano alla perfezione quel che si può fare con un materiale narrativo sorprendentemente ridotto, e quanto lirismo possa sorgere da una prosa in apparenza tanto disadorna; ma anche perché ogni racconto di Čechov offre piaceri incomparabili e la rara occasione di scorgere, qui e là, la verità sulla vita. Nessuno più di lui si avvicina alla verità dell’individuo comune, il sacro mistero che avvolge ogni esistenza, la rete del caso che ci stringe e il modo in cui goffamente (e spesso meschinamente) ci dibattiamo ferendoci e ferendo gli altri.

Tra i miei racconti preferiti, letti nell’edizione Rizzoli a cura di Eridiano Bazzarelli, ricordo Nemici, La corista, Ubriachi, La casa col mezzanino, La signora col cagnolino — forse il vertice della sua arte così elusiva e commovente — e i testi più famosi quali Una storia noiosa, Il violino di Rothschild, La steppa.

E ora le citazioni sull’arte čechoviana.

Calvino, Natura e storia del romanzo: “Perciò, per quanto il grande afflato biblico di un Dostoevskij e di un Tolstoj non cessi d’ispirarci emozione e ammirazione, la nostra lezione di forza preferiamo trarla dall’agnosticismo del piccolo Čechov, come una limpida lente che non ci nasconde nulla della negatività del mondo ma non ci persuade a sentircene vinti.”

Campo, Gli imperdonabili: “Il famoso pessimismo di Čechov è infine il solo ottimismo possibile, l’ottimismo del medico quando diviene mediatore: vedere il mondo com’è, i nostri simili come sono e insieme tentare di “leggerli altrimenti”, di decifrarne il gigantesco significato geroglifico con la sola chiave che ci sia data: la forza di accettare insieme l’ordine del mondo e ciò che di continuo lo supera.”

Cajumi, Pensieri di un libertino (libro da riscoprire per intero, fra l’altro): “Tutta l’arte di Čechov è nella cenere che copre le sue pagine, nella sordina che egli costantemente mette alle parole, ai sentimenti.”

Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca: “Cechov mi sembra l’unico scrittore che, senza essere grandissimo, e forse soprattutto per questo, non si è imposto alla vita, non ha influenzato per nulla la misteriosa e innocente libertà dei suoi movimenti.”

Grossmann, Vita e destino:

Mezzo secolo fa, accecati dai paraocchi del partito, credevamo che Čechov fosse fuori del tempo. Mentre Čechov è l’alfiere della bandiera più grande che abbia mai garrito sulla Russia nei mille anni della sua storia: l’alfiere della democrazia buona, della vera democrazia russa, lo capite?, della dignità dei russi, della libertà russa. Perché il nostro umanitarismo è stato sempre intollerante, crudele e settario. Da Avvakum a Lenin umanitarismo e libertà sono stati partigiani, fanatici, e hanno sempre sacrificato l’uomo all’umanità astratta. […] Čechov ha detto: Dio si faccia da parte e si facciano da parte le cosiddette grandi idee progressiste. Partiamo dall’uomo, mostriamogli bontà e attenzioni chiunque egli sia, arciprete, contadino, industriale milionario, forzato di Sachalin, cameriere in un ristorante. Iniziamo rispettando, compatendo, amando l’uomo, altrimenti non ne verrà nulla.

Nabokov, Lezioni di letteratura russa:

La magia di tutto ciò è che, pur tollerando incrinature che un talentuoso principiante avrebbe evitato, pur essendo del tutto soddisfatto di quella che tra le parola è come l’uomo-della-strada — la parola-della-strada, per così dire — Čechov riusciva a comunicare un’impressione di bellezza artistica di gran lunga superiore a quella di tanti scrittori convinti di sapere cosa sia una prosa ricca e bella. Lo fece tenendo tutte le sue parole nella stessa luce fioca e nella stessa tonalità di grigio, una tonalità tra il colore di un vecchio recinto e quello di una nuvola bassa.

E più avanti, memorabilmente:

Io consiglio con tutto il cuore di leggere quanto più possibile i libri di Čechov (persino nelle traduzioni che essi hanno patito) e, percorrendoli, di sognare così come essi chiedono di essere attraversati in sogno. In un’età di sanguigni Golia è molto utile leggere dei delicati Davide. Quei nudi paesaggi, i salici rinsecchiti lungo strade tristemente fangose, i corvi grigi che svolazzano in cieli grigi, l’improvviso soffio di un qualche incredibile ricordo nel più ordinario dei luoghi — di tutta questa toccante opacità, di tutta questa amabile debolezza, di tutto questo mondo čechoviano grigio tortora vale la pena di fare tesoro alla luce abbacinante di quei mondi forti, sicuri di sé che ci vengono promessi dagli adoratori degli Stati totalitari.

Leggete Anton Čechov.

(20/11/25)