Quaderno d’aprile 8

Giornate un po’ troppo calde ma luminose e vibranti: un aprile già colmo dove tutto assume maggior concretezza: la strada verso l’asilo nido ridendo con mia figlia, le ultime folate di vento, la luce che si attarda e languisce la sera. Ieri notte prima di addormentarmi, mentre riordinavo le prossime letture e guardavo un po’ intimorito la Fenomenologia della percezione, ho ripensato al Diario fenomenologico di Paci: e a come tale orientamento filosofico abbia qualcosa dell’approccio orientale al pensiero, cioè in termini di rivolgimento esistenziale e non mera teoresi; approccio che fu anche greco, certamente, ma che nelle parole di Paci assume un colore tangibile, da vero esercizio meditativo:

Non posso negare quello che c’è, non posso negare il mondo nel quale vivo. Eppure dico di no. Non accetto l’impenetrabilità, l’opacità delle cose. Dire di no è, fenomenologicamente, “porre tra parentesi”, esercitare l’epoché, la sospensione del giudizio.

[…] tutte queste linee, tutte queste relazioni, tutto ciò che tocco, che guardo, che odo, tutte le cose, e gli esseri viventi, le piante, gli animali, gli uomini, sono come sospese, in attesa. Le sento, le guardo, con stupore infinito. Non soltanto come se fosse la prima volta che le vedo. È un’esperienza più forte, più profonda. L’albero non vive più nell’aria, si è cristallizzato, e con l’albero tutto. Attende. Esiste nell’attesa. Non ha più un significato ovvio, quotidiano. Il suo significato devo darglielo io. Io, il soggetto, sono colui dal quale il mondo attende il suo senso, il suo significato, il suo scopo. Sono lo strumento per mezzo del quale il mondo può diventare vero, trasformarsi in verità.

Così nella nota dell’8 gennaio 1958.

(08/04/26)

Quaderno d’aprile 6

“Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista”, scrive Kovály in Sotto una stella crudele. “Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. E per quanto possa apparire iperbolico, nel racconto è proprio così: l’impulso vitale riguadagnato con la fuga dai nazisti si spegne di fronte alla viltà dei vecchi amici e compatrioti praghesi, che proprio non se la sentono di ospitarla e rischiare per lei. Sono pagine tremende, letterariamente bellissime ma tremende, cui ne seguiranno altre di simile tenore a causa della seconda delle tre forze che, dopo Hitler, “hanno scolpito il paesaggio della mia vita”: Iosif Stalin e la repressione che porterà all’impiccagione il primo marito di Kovály, Rudolf Margolius (“di origine ebraica”, come specifica la lista degli imputati). La terza forza, che consentì, all’autrice di sopravvivere è invece “un timido uccellino nascosto nel mio torace, qualche centimetro sopra lo stomaco” che ogni tanto alza la testa e agita le ali, donando per un istante alla scrittrice “la certezza che l’amore e la speranza fossero infinitamente più potenti dell’odio e della violenza, e che da qualche parte oltre la linea del mio orizzonte ci fosse la vita indistruttibile, sempre trionfante”.

(06/04/26)

Quaderno d’aprile 5

Ripescaggio casuale, facendo ricerche nella cartella dei materiali archiviati: “Sometimes I wonder if people have lost their sense of what fiction can do, the idea being that there’s life over here and fiction over there and there’s no connection. Assumptions about the privacy and the autobiographical nature of fiction took over somehow, as well as a characteristically American idea that fiction is not practical and has nothing to do with the hard and serious business of getting along in life.” Così Doctorow, intervistato dal New York Times il 20 dicembre 1987. Insomma, come spesso capita con le diatribe letterarie ed editoriali, tutto si ripete; quasi quarant’anni fa già si parlava degli eccessi di autobiografismo, ma la finzione — evviva, evviva — ha in fondo resistito senza difficoltà.

(05/04/26)