“Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista”, scrive Kovály in Sotto una stella crudele. “Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. E per quanto possa apparire iperbolico, nel racconto è proprio così: l’impulso vitale riguadagnato con la fuga dai nazisti si spegne di fronte alla viltà dei vecchi amici e compatrioti praghesi, che proprio non se la sentono di ospitarla e rischiare per lei. Sono pagine tremende, letterariamente bellissime ma tremende, cui ne seguiranno altre di simile tenore a causa della seconda delle tre forze che, dopo Hitler, “hanno scolpito il paesaggio della mia vita”: Iosif Stalin e la repressione che porterà all’impiccagione il primo marito di Kovály, Rudolf Margolius (“di origine ebraica”, come specifica la lista degli imputati). La terza forza, che consentì, all’autrice di sopravvivere è invece “un timido uccellino nascosto nel mio torace, qualche centimetro sopra lo stomaco” che ogni tanto alza la testa e agita le ali, donando per un istante alla scrittrice “la certezza che l’amore e la speranza fossero infinitamente più potenti dell’odio e della violenza, e che da qualche parte oltre la linea del mio orizzonte ci fosse la vita indistruttibile, sempre trionfante”.
(06/04/26)