Quaderno d’aprile 8

Giornate un po’ troppo calde ma luminose e vibranti: un aprile già colmo dove tutto assume maggior concretezza: la strada verso l’asilo nido ridendo con mia figlia, le ultime folate di vento, la luce che si attarda e languisce la sera. Ieri notte prima di addormentarmi, mentre riordinavo le prossime letture e guardavo un po’ intimorito la Fenomenologia della percezione, ho ripensato al Diario fenomenologico di Paci: e a come tale orientamento filosofico abbia qualcosa dell’approccio orientale al pensiero, cioè in termini di rivolgimento esistenziale e non mera teoresi; approccio che fu anche greco, certamente, ma che nelle parole di Paci assume un colore tangibile, da vero esercizio meditativo:

Non posso negare quello che c’è, non posso negare il mondo nel quale vivo. Eppure dico di no. Non accetto l’impenetrabilità, l’opacità delle cose. Dire di no è, fenomenologicamente, “porre tra parentesi”, esercitare l’epoché, la sospensione del giudizio.

[…] tutte queste linee, tutte queste relazioni, tutto ciò che tocco, che guardo, che odo, tutte le cose, e gli esseri viventi, le piante, gli animali, gli uomini, sono come sospese, in attesa. Le sento, le guardo, con stupore infinito. Non soltanto come se fosse la prima volta che le vedo. È un’esperienza più forte, più profonda. L’albero non vive più nell’aria, si è cristallizzato, e con l’albero tutto. Attende. Esiste nell’attesa. Non ha più un significato ovvio, quotidiano. Il suo significato devo darglielo io. Io, il soggetto, sono colui dal quale il mondo attende il suo senso, il suo significato, il suo scopo. Sono lo strumento per mezzo del quale il mondo può diventare vero, trasformarsi in verità.

Così nella nota dell’8 gennaio 1958.

(08/04/26)