La distinzione fra pubblico e privato è un fondamento del pensiero politico moderno: la presenza di uno spazio entro cui lo Stato non può intervenire garantisce una serie di libertà individuali di base. E tuttavia, con la decennale erosione dell’etica pubblica — della volontà di difendere i diritti e il bene altrui, allargando progressivamente lo spazio di questo “altrui” — il privato è divenuto il compimento ideale della società. La torsione è perfettamente visibile nello stile politico di Matteo Salvini, ed è una delle ragioni del suo successo.
In effetti, la retorica salviniana si basa per intero su concetti appartenenti al campo dell’esistenza privata. Si rivolge agli elettori o simpatizzanti chiamandoli “amici”; ribadisce a piè sospinto di essere un padre e di pensare da padre oltre che da ministro; spesso aggiunge “una preghiera” nei momenti di cordoglio; dona volentieri spaccati della sua vita famigliare. I pochissimi contenuti sono meno importanti di questa forma comunicativa, che bilancia la violenza con cui tratta i nemici. Fornisce l’immagine di un uomo duro e intransigente sul lavoro, ma mite e sorridente nella sfera degli affetti: ed entrambi questi volti sono equamente rappresentati nei suoi profili social.
In questo modo Salvini intercetta qualcosa di assai più profondo del suo 17% alle ultime elezioni, e la paradossale comunità che gli si stringe attorno — che abbia votato Lega o Movimento Cinque Stelle o si sia astenuta non importa — lo incarna pienamente. Per certi versi è un’involuzione del metodo berlusconiano: allora la politica serviva innanzitutto a farsi i fatti propri, con un tono godereccio che nascondeva la violenza di fondo. Oggi la violenza è manifesta, e la politica serve per sfogare i peggiori istinti restando comodamente seduti sul proprio divano.
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(29/07/18)