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Vado a Brera a intervistare il direttore della Braidense per un articolo. Saranno anni che non ci metto piede. Del quartiere ricordavo solo la gentrificazione spaventosa (e del tipo più spocchioso) e il fighettismo imperante. Faccio un lungo giro dopo l'intervista. Evito tutti gli artisti, i ricchi e i turisti - lo sciopero mi dà una mano.
Imprevedibilmente, mi sento bene. Gli scorci sono deliziosi. Scendere giù per via Fiori Oscuri e sbucare in via Borgonovo è un klavierstücke di Schumann. Calpesto il selciato dove la luce batte verticale.
Quanto poteva essere bello questo posto, e quanto l'hanno rovinato: quanto poco ci vuole a rovinare la bellezza, in ogni caso.
Il giorno dopo Italia-Slovacchia, vado a comprare il giornale in un'edicola di viale Monza.
"Buongiorno", dico all'edicolante. "Mi dà la Repubblica, per favore?"
"No."
"Come?"
"Te la prendi tu, è lì davanti."
Ride. Rido anch'io, perplesso. La prendo, pago.
"Ma senti questo", continua lui. "Vuole che gliela dia io, la Repubblica. E poi cosa vuoi, il riassunto?"
"No, no."
"O il commento tecnico della partita di ieri?"
"Quello, poi."
Ritorna serio.
"Guarda", dice, "anche se Lippi si è preso tutta la colpa, la colpa è innanzitutto dei giocatori. Almeno, secondo me. Poteva portarsi dietro meno brocchi, va bene, ma il girone l'avrebbe superato anche la Solbiatese. E lo dico da interista, quindi Lippi mi sta molto sul cazzo."
"Anch'io sono interista."
Si illumina.
"Ah! Quindi anche tu, giustamente, te ne fregherai assai di quanto è successo."
"Assai."
"Con la tripletta in tasca, l'Italia faccia quel cazzo che gli pare."
"Ma infatti. Io adesso tengo l'Argentina, guarda."
"Esatto. Tanto più che dei nostri non c'era nessuno. Erano tutti stranieri!"
Ride. Rido anch'io. Il cielo è azzurro e c'è un bel vento che agita i lembi della tenda. Salgo sulla bici.
"Oh, torna a comprare il giornale", dice lui. "Magari la prossima volta te lo do."
"Non mancherò. Forza Inter."
"Sempre."
Il calcio: se non ti piace, non hai capito niente.
Faccio un giro in auto con Teo, a Caronno. Teo è più di un amico d'infanzia. E' mio fratello. E' la persona che stimo di più su questa terra, una delle cinque o sei persone per cui darei la mia vita. Andiamo a berci una birra al pub. Mi racconta di come stanno arredando la casa, lui e la sua fidanzata. Hanno preso una casa a Pertusella, andranno a convivere tra poco. Un divano fucsia, lo spazio che ci vuole per il suo amplificatore, le decorazioni che vuole lei, la cagnolina che ha regalato loro sua madre.
Ne abbiamo passate così tante insieme, abbiamo visto talmente tante cose - abbiamo suonato insieme in posti assurdi, abbiamo viaggiato insieme nell'est Europa, siamo stati al funerale del fratello di un amico morto di eroina, abbiamo pianto insieme, abbiamo riso insieme - che non so manco cosa dire. L'ho visto a pezzi anni fa. L'ho visto a terra come nessuno. Ora sono così felice per lui che quasi non ho parole.
Number One, il primo pezzo di Jupiter Variation, è un buon esempio di ciò che cercava di fare Coltrane nel suo ultimissimo periodo. Sì, mi rendo conto che possa quasi suonare assurdo - e non è affatto la cosa più assurda che ha fatto, anzi. Molti hanno parlato della furia e del caos che ispirava il suo sound in questi dischi. Io ci vedo un'enorme pace (e non solo perché il secondo pezzo del disco è il celebre Peace on Earth). Ci vedo - uso il verbo consapevolmente - una profondità così retta, come un guidatore esperto che devia nelle curve giuste e scoda nel punto giusto - come un pittore espressionista che getta colore sulla tela solo in apparenza a caso, e invece guidato da una tranquillità interiore che è frutto di decenni di studio e dedizione.
Corro per 45 minuti a buon ritmo. Entro la fine dell'estate voglio arrivare a un'ora. Corro due o tre volte a settimana, faccio esercizi tutti i giorni. Questo compensa almeno in parte gli stravizi, e soprattutto mi fa sentire il corpo - mi rende presente, mi attacca al mondo, alla terra, in un momento dove la terra mi sembra la cosa più fragile che ci sia.
Ho calcolato che da due mesi e mezzo passo circa il 95% del mio tempo in totale solitudine. Va bene così. In generale non mi piacciono molto le persone. Sono egoiste e superficiali, e ho avuto troppe delusioni da loro. Ma non riesco, né ho voglia, di diventare un cinico: quindi stare da solo è la soluzione migliore. Le parole hanno un potere limitato, ma almeno dipendono unicamente da me.
Curioso, perché per anni il mio terrore più grande è stato quello di morire senza nessuno attorno. Ora ho superato questa paura. L'idea di morire da solo non mi fa più spavento. Va bene così.
Naima è solo in apparenza una canzone "semplice". Il vamp ostinato di Paul Chambers sostiene la melodia - meravigliosa - dandole un sottofondo robusto, dislocante, spezzato. Flanagan, che nell'assolo di Giant Steps mi è sempre sembrato quasi intimidito dalla potenza di Coltrane (come se avesse paura di toccare i tasti giusti), qui è assolutamente impeccabile - quasi classico. Quanto al drumming di Art Taylor, va be', niente da dire.
Il problema delle ballad jazz è sempre lo stesso - scivolare nel melenso. Il tipico commento a Naima è che Coltrane dà alla sua canzone uno sfondo quasi mistico o religioso, mettendo come una barriera a ogni sorta di sentimentalismo. Non credo sia così. Mi sembra un'interpretazione troppo forte. Io credo semplicemente che questo pezzo sia stato composto con amore vero, da parte di un uomo che sapeva quanto importante fosse l'amore per una donna: niente a che spartire con i soliti lenti strappalacrime. Qualcosa di estremamente serio e doloroso e bellissimo. Qualcosa che meritava un discorso a parte: come un discorso a parte è Naima.
A breve parto per Roma: ho in cantiere un breve reportage. Sto via qualche giorno. Non ho alcuna voglia di tornare nella capitale, però è necessario.
Il fioraio bengalese sotto casa non vende più le gerbere.
Milano non è affatto male in questi giorni.
Ho perso quasi tutto. Ora ho una bella storia in testa. Non paga niente, non salva niente, non basta a niente: ma dovrà bastarmi.
(30/06/10) |