Ci penso sempre più spesso

Il terrore della pagina bianca. E di quella scritta?

Giuseppe Pontiggia

(30/01/14)

 
Leggendo Camillo Berneri

[Approfondimento di inizio anno, nel mezzo degli studi anarchici che conduco da un po' di tempo, con crescente entusiasmo: Camillo Berneri. Pensatore notevole, coraggioso, fuori da schemi e pregiudizi: umanista e antifascista radicale, di formazione malatestiana, fu assassinato dalla Čeka in Spagna nel 1937. La sua problematizzazione di alcuni concetti base della filosofia libertaria sono di enorme interesse, e il revisionismo che propone - pieno di dubbi, antigodmatico, di altissimo valore morale - mi trova particolarmente affine. Per le informazioni base potete cominciare dalla scheda su Anarchopedia; qui di seguito un florilegio di citazioni.]

"Il proletariato era «la gente»: quella media borghesia in cui ero vissuto, la massa studentesca nella quale vivevo; la folla, insomma. E gli amici e i compagni operai più intelligenti e più spontanei mai mi parlavano di «anima proletaria». Sapevo proprio da loro quanto lente a progredire fossero la propaganda e l'organizzazione socialiste. Poi, entrato nella propaganda e nell'organizzazione, vidi il proletariato, che mi parve, nel suo complesso, quello che ancor oggi mi pare, un'enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per motivi ideali o per scopi non immediati, che è pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, d'infantili illusioni. La funzione delle élite mi parve chiara: dare l'esempio dell'audacia, del sacrificio, della tenacia; richiamare la massa su se stessa, sull'oppressione politica, sullo sfruttamento economico, ma anche sull'inferiorità morale e intellettuale delle maggioranze." (L'operaiolatria)

"Nell'ortodossia anarchica non vi è mai stata una vera e propria Scolastica, bensì un'oligarchia dottrinaria nella quale i vari capi-scuola sono contrastanti. L'ortodossia stessa non è, nel campo nostro, che la cristallizzazione del revisionismo. Malatesta, ad esempio, si è sempre differenziato da Kropotkin su moltissime questioni pratiche e in moltissime impostazioni teoriche. E Fabbri mi diceva, un giorno: «È necessario che noi, vecchi, moriamo perché l'anarchismo possa rinnovarsi»." (Lettera a Carlo Rosselli)

"Il rivoluzionario umanista è consapevole della funzione evolutiva del proletariato, è con il proletariato perché questa classe è oppressa, sfruttata e avvilita, ma non cade nell'ingenuità populista di attribuire al proletariato tutte le virtù e alla borghesia tutti i vizi, e la stessa borghesia egli comprende nel suo sogno di umana emancipazione. Pëtr Kropotkin diceva: «Lavorando ad abolire la divisione fra padroni e schiavi, noi lavoriamo alla felicità degli uni e degli altri, alla felicità dell'umanità». L'emancipazione sociale strappa il bambino povero alla strada e strappa il bambino benestante alla sua vita di fiore di serra, strappa il giovane proletario all'abbrutimento del lavoro eccessivo e strappa il giovane signore alle oziose mollezze e alle noie corruttrici, strappa la donna del popolo alla precoce vecchiaia e alla conigliesca fecondità e strappa la dama alle fantasticherie ossessionanti che nell'ozio hanno il loro vivaio e sboccano nell'adulterio o nel suicidio. [...] Gridi «a morte!» la folla proletaria, e l'approvi e la inciti l'Humanitè, contro il borghese omicida, ma noi no. Noi no, mai. Deterministi e umani, difenderemo la folla degli scioperanti linciante il padrone, il crumiro, il gendarme, la difenderemo in nome dei dolori da essa sofferti, delle umiliazioni da essa patite, della legittimità dei suoi conculcati diritti, del significato morale che quella collera racchiude, del monito sociale che quell'episodio sprigiona, ma se quello stesso borghese uccide, dominato dall'ossessione gelosa, travolto da un impeto di sdegno, non saremo noi a infierire soltanto perché egli è nato e cresciuto in un palazzo invece che in una stamberga. Noi spiegheremo come la vita borghese sia corruttrice, denunceremo il peso deformante dei pregiudizi propri della borghesia, faremo, insomma, il processo alla borghesia e non al singolo borghese." (Umanesimo e anarchismo)

"Niente dittatura, né del cervello sui calli, né dei calli sul cervello, ché ogni uomo ha un cervello e il pensiero non sta nei calli. Chi dà colpi di piccone contro il privilegio è l'uomo della rivoluzione. Chi partecipa alla soluzione dei problemi della produzione e dello scambio con sicura competenza, con maturata esperienza e con onesto animo è l'uomo della rivoluzione. Chi dice chiaramente il proprio pensiero senza cercare applausi e senza temere le collere è l'uomo della rivoluzione. Il nemico del popolo è il politicante, il parolaio che esalta il proletariato per esserne la mosca cocchiera, che esalta i calli per dispensarsi dal farseli o dal rifarseli, che denuncia come controrivoluzionario chiunque non sia disposto a seguire la corrente popolare nei suoi errori e gli sviluppi tattici del giacobinismo." (Umanesimo e anarchismo)

(28/01/14)

 
Cosa leggiamo quando leggiamo racconti

La libreria Gogol&Company di Milano ha organizzato una bella serie di incontri sul racconto, in relazione a un corso di scrittura a cura del mio amico Paolo Cognetti. L'ingresso è gratuito, e ogni incontro inizia alle 19 presso i locali della libreria stessa, in via Savona 101.

Partecipo anch'io, e piuttosto prevedibilmente parlerò dei racconti di Kafka. (Prometto di non limitarmi ai classiconi, però).

Su Facebook trovate tutte le informazioni; qui di seguito l'elenco degli appuntamenti:

28 gennaio: Marco Missiroli racconta Raymond Carver
11 febbraio: Giorgio Fontana racconta Franz Kafka
25 febbraio: Fabio Guarnaccia racconta J.D. Salinger
11 marzo: Giusi Marchetta racconta Alice Munro
25 marzo: Marco Rossari racconta Pier Vittorio Tondelli
8 aprile: Susanna Bissoli racconta Grace Paley
15 aprile: incontro conclusivo con Paolo Cognetti

(27/01/14)

 
Jan Karski

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Ho scoperto la storia di Jan Karski quest'autunno, leggendone la ricostruzione di Yannick Haenel ne Il testimone inascoltato. Un partigiano polacco che cercò con ogni mezzo - e dopo varie peripezie, fra cui l'evasione da un gulag sovietico - di denunciare l'orrore dei campi di concentramento tedeschi in Occidente. Nel 1943 ottenne un'udienza negli Stati Uniti, di fronte al presidente e al ministro degli esteri francese: ma non gli credettero. (Oppure gli credettero e decisero di non agire). Una storia eccezionale e insieme terribile, dove le zone nerissime del nazismo si mescolano con le speranze luminose e il coraggio della resistenza polacca, per terminare con il grigiore di chi si voltò dall'altra parte.

Oggi Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso la riprendono con una bella graphic novel edita da Rizzoli Lizard dal titolo Jan Karski. L'uomo che scoprì l'olocausto. Bonaccorso è molto bravo a disegnare delle scene davvero non facili: il suo tratto nitido e mai retorico rende, se possibile, ancora più atroci le scene dei ghetti e del campo di Belzec. Qui trovate qualche tavola: la forma fumetto si dimostra ancora una volta un mezzo potentissimo.

Una lettura che consiglio, anche per avvicinarsi al Giorno della Memoria da una prospettiva spesso poco studiata: quanto si sapeva di preciso dello sterminio nazista nei paesi ancora liberi? E quali le responsabilità di chi lasciò cadere tali informazioni nel vuoto, scegliendo di non scegliere?

Le parole e la vita di Jan Karski, qui ritratte con passione (e qualche piccola concessione narrativa, come spiegato in fondo al volume), ci rimettono in faccia queste domande senza possibilità di eluderle. E ci ricordano quanto sia sempre importante il valore difficile e necessario della parola, della denuncia, dell'impegno.

Per dirla con i pensieri che gli attribuisce Haenel nel libro sopra citato:

All'interno di quella notte bianca che si è aperta nella mia vita, veglio: consacro il mio tempo a rifiutare l'idea che sia troppo tardi. Infatti, con la parola, torna anche il tempo. Ho parlato, non mi hanno ascoltato; continuo a parlare, e forse mi ascolterete: forse voi sentirete quello che c'è nelle mie parole, e che viene più da lontano della mia voce; forse, in quel messaggio che mi è stato affidato più di cinquant'anni fa, qualcosa resiste al tempo, e anche allo sterminio; forse all'interno di quel messaggio c'è un altro messaggio.

Ed è sempre molto importante ascoltarlo.

(20/01/14)

 
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