Uno spirito contrito

Ieri sera ho letto un interessante pezzo di Noam Chomsky, Plutonomy and Precariat. Tratta diversi argomenti: il movimento Occupy, l’esplosione del sistema bancario e politico, il pericolo ambientale, il precariato e alcuni problemi che affliggono gli USA.

Ma c’è una cosa che mi ha colpito in particolare. E cioè il modo in cui anche Chomsky – un autore, penso, al riparo da facili nostalgismi – insiste sul mutamento dello “spirito dei tempi”:

I’m just old enough to remember the Great Depression. After the first few years, by the mid-1930s — although the situation was objectively much harsher than it is today — nevertheless, the spirit was quite different. There was a sense that “we’re gonna get out of it”, even among unemployed people, including a lot of my relatives, a sense that “it will get better.”

[…] It’s quite different now. For many people in the United States, there’s a pervasive sense of hopelessness, sometimes despair. I think it’s quite new in American history. And it has an objective basis.

Inutile dire che questo tipo di analisi è facilmente generalizzabile anche per la nostra situazione (europea, italiana).

C’è un leitmotiv nei discorsi sopra l’umore generale della mia generazione e di questi tempi: l’idea che la crisi contemporanea abbia una natura molto più ultimativa e destabilizzante rispetto a quelle passate. Certo, quest’idea di per sé puzza di vecchio: ogni crisi sembra la più devastante, così ogni guerra deve porre fine a tutte le guerre, e ogni generazione è l’ultima su questa terra. Eppure, come sottolinea Chomsky, ci sono dele “basi oggettive” per cui l’alterazione che stiamo vivendo (del lavoro, dei rapporti umani, delle aspettative pubbliche e private) ha se non altro una sfumatura nuova.

Nelle conversazioni con amici, da anni ci diciamo spiritualmente più vicini alla generazione dei nostri nonni rispetto a quella dei nostri padri: la sensazione comune, fatti tutti i terribili distinguo del caso, è quella di emergere da un cumulo di macerie, di vivere un tempo di mezzo, di avere il faticoso compito di ricostruire e rimettere insieme dei pezzi ormai distrutti.

Eppure, ecco il paradosso: nonostante la nostra situazione sia senz’altro migliore della loro – non siamo morti in guerra e abbiamo alle spalle una generazione più fortunata che ci fa da ammortizzatore sociale, anche se non simbolico – nonostante questo lo spirito non è pervaso da alcuna forma di speranza o sentimento che le cose miglioreranno.

Le cose non miglioreranno, si pensa. Il lavoro sarà sempre più spezzettato e i posti che abbiamo perso non torneranno indietro. Non ci sarà un riciclo locale. Le fabbriche finiranno tutte in India o in Cina. Gli stipendi non si alzeranno mai più. I contratti sempre più limitati. La gente avrà sempre più paura di gettare in questo mondo un figlio. E il senso mostruoso di fragilità e inquietudine che ci accompagna non troverà mai una nuova sintesi: rimarrà lì, fermo allo stadio dell’antitesi, bloccato, incapace di nuovi e imprevedibili sviluppi.

Questo spirito contrito è lo spirito dei miei tempi. Ed è naturalmente una generalizzazione molto vaga e limitante, perché ogni crisi porta con sé i germi di un rinnovamento, e dalle ceneri del lavoro e della società come li abbiamo conosciuti potrebbe davvero nascere qualcosa di diverso – di migliore. Il movimento Occupy, per rimanere nell’esempio, testimonia questo genere di sforzo. E tantissime piccole iniziative in tutto il mondo seguono tracce simili: le tracce di un futuro impalpabile, stavolta davvero privo di basi sicure, completamente da inventare.

Eppure, la fiducia non è certo la prima delle caratteristiche che mi viene in mente, quando penso a ciò che sarò – a ciò che saremo – fra un decennio o due. E a volte l’ottimismo frizzante di chi crede in un futuro comunque diverso e luminoso mi sembra solo una reazione animale, dettata dalla paura. (O dall’agenda: saremo tutti startupper, tutti imprenditori di noi stessi, tutti sostenuti dal digitale, eccetera).

Non so quanto tutto questo abbia a che fare con la società dell’informazione, per cui siamo tendenzialmente più portati ad assorbire gli umori del momento e renderli paradigmi di pensiero, invece che vivere con più fatalismo e coraggio. Non so nemmeno quanto dipenda dalle speranze frustrate di chi, cresciuto negli anni ’80 e ’90 come me, si aspettava un mondo più semplice e lineare.

Se si limitasse solo a questo, però, suonerebbe come il pianto del bambino viziato che scopre la diseguaglianza fra desiderio e realtà. Personalmente, non credo sia così. Credo ci sia qualcosa di più profondo e sostanziale in atto, non solo perché uno si trova a vivere in un universo dove la precarizzazione va molto al di là di un contratto a progetto, e non solo “perché lo dice Chomsky”.

E certo merita molto più che un post veloce come questo o un accenno o un articolo: ma vorrei tanto capire se questo tipo di dolore, prima o poi, sarà vendicato oppure no.

[nota a posteriori: l’uso del termine “contrito” qui è un po’ idiosincratico – più nel senso di “amareggiato” che di “pentito”; avrei potuto trovare di meglio, ma ormai è andata]

(09/05/12)