Una modestissima proposta

Mi è capitato, negli ultimi giorni, di parlare con qualche addetto ai lavori del crollo degli acquisti di libri (-20% nell’ultimo trimestre del 2011) e più in generale della crisi che sta vivendo l’editoria.

Ho una modestissima proposta: prima di dire che i lettori sono diventati delle bestie, che “cinquant’anni fa era molto meglio”, che la televisione ha istupidito la gente, credo sia il caso di fare – tutti noi: scrittori, editori, giornalisti – un esame di coscienza. Quante volte vengono pubblicati dei libri senza uno scopo preciso, magari credendoci anche poco? O perché si ritiene che il dato autore, noto in un certo ambito, venderà comunque anche se il libro fa schifo? E quante volte si scrivono, dei libri del genere? E davvero ci poniamo, ogni volta che iniziamo una frase, la buona vecchia domanda sul perché lo stiamo facendo e sul perché dovremmo essere letti da qualcuno?

Io di mio frequento il meno possibile il mondo editoriale, ma fra i tanti problemi che lo affliggono uno mi sembra davvero molto grave: il cinismo cui si sta abbandonando. Il sempre più scarso amore per ciò che fa – libri – e per ciò che dovrebbe vendere – buone storie. L’attenzione rivolta sempre più a numeri bruti, recensioni, pettegolezzi, quello-consiglia-quell’altro, quello-mi-ha-detto-che-quella, vaghe analisi di mercato, ora-vanno-i-romanzi-così e piagnistei vari.

E francamente, questo è un tipo di cinismo che dalla parte dei lettori non ho mai visto. Ho visto disinteresse, stupidità, quel che volete – ma non cinismo. Perché per quanto la situazione potrà essere brutta, ci sarà sempre qualcuno che una sera resterà inchiodato a una pagina e dirà: Wow. Quanto cazzo è bello leggere?

(“Quanto cazzo è bello leggere”: non dovremmo mai dare per scontato questo tipo di sensazione, per quanto possa apparire ingenua e superficiale. Dovremmo inseguirla come una cosa splendida e rara, in un mondo sempre più frammentario e complesso e dove la concentrazione costa grande fatica).

Il problema è che non appena si solleva questo tipo di argomento, la mossa consueta è correre ai ripari dicendo che alla fine il mercato ha sempre ragione, e che l’editoria è un’industria, e che va bene fare gli idealisti però eccetera eccetera. Eppure il punto è proprio qui: invece di nascondersi dietro simili semplificazioni, dovremmo ricordarci – tutti, di nuovo – che “il mercato” è una categoria di comodo piuttosto stupida. “Il mercato” non esiste. Esistono i lettori. Diversi, buoni, cattivi, profondi, acuti, stupidi, che non capiscono nulla o che capiscono tutto, e che senz’altro non vanno santificati: ma che sono – che siamo – il solo fine.

E questo lo dico con realismo e senza ingenuità, perfettamente consapevole di quanto sia complicato fare libri al giorno d’oggi: ma senza la più disperata delle convinzioni e senza del vero, motivato interesse per ciò che si fa, non ci sono vie d’uscita facili o ricette da supermarketer. Potremo avere anche un pubblico colto e disponibile, ma la colpa rimarrà comunque dall’altra parte della barricata.

Partendo da un altro punto (la pretesa dicotomia carta/digitale), Marco Archetti sulle pagine bresciane del Corsera è arrivato più o meno alla stessa destinazione:

il romanzo, se è moribondo, è moribondo non solo per colpa della sventurata congiuntura culturale e di coloro che mai entrano in libreria, ma anche per quella che chiamerei Sindrome Autoriale. In poche parole: l’abbiamo conciato male anche noi, che i romanzi li scriviamo. La presunzione, l’elitarismo e l’autocompiacimento – insite derive per chiunque scriva ergendosi sulle proprie parole scritte come uno stilita sulla colonna della Letterarietà Eremitica – hanno contribuito a determinarne lo stato di cattiva salute.

[…]

Dunque facciamolo, questo bagno di umiltà, e rifiutiamo, come categoria mentale, la cattedra del Libro come Pulpito. I nuovi mezzi si perfezioneranno, apriranno strade, magari ne chiuderanno altre, è presto per dirlo. Ma buttiamoci senza paura. Se abbiamo davvero qualcosa da dire, troveremo il modo di dirlo e di farci leggere. Dickens non scriveva per essere un genio. Scriveva per allegria della penna, scriveva per raccontare e scriveva per il suo pubblico, che si precipitava sulla puntata successiva.

(26/03/12)