Un rifugiato dall’esistenza illegittima

Qualche giorno fa ho letto un libro breve e meraviglioso: Lettera a D. di André Gorz.

E’ un messaggio scritto dall’intellettuale francese alla moglie Dorine, affetta da una grave malattia degenerativa. E’ il conto di un’epoca, l’auto-analisi di alcuni comportamenti incomprensibili, il bilancio di due vite e la messa in luce di un amore assoluto – più nel dettaglio: l’amore assoluto da parte di uno scrittore.

La prosa di Gorz è cristallo puro, perfettamente coerente dallo splendido attacco (“Hai appena compiuto ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai”) alla conclusione che lo richiama, appena variato, come una sonata – e verrebbe da dire fino al noto epilogo in terra: un anno dopo la pubblicazione di questo libro, Gorz e Dorine si suicidarono insieme.

Ma ciò che è interessante, come dicevo, è il modo in cui Gorz spiega come ami uno scrittore, quale effetto abbia su di lui un sentimento così potente e radicale. (Fra l’altro, l’autore trova anche la miglior definizione di scrittore che mi sia capitato di incontrare finora: “Lo scrivente diventerà scrittore quando il suo bisogno di scrivere sarà sostenuto da un soggetto che permette e esige che questo bisogno si organizzi in progetto.”)

Il punto è che coltivando la solitudine di questo mestiere-ossessione si tende facilmente a diventare preda dell’irreale: a pensare – di più, a sentire – solo in termini di parole, concetti, personaggi, storie: non tanto dimenticando il proprio corpo o quello altrui, ma in qualche modo perdendone il contatto, smarrendosi in territori astratti, in un paese troppo lontano, o un oceano aperto: si depreda inconsciamente la propria esistenza nel nome di qualcos’altro. E tutto questo, certo, è terribile. Ma ecco la salvezza che reca Dorine:

Tu eri il complemento dell’irrealizzazione del reale, me compreso, verso cui procedevo da sette o otto anni attraverso la scrittura. Eri portatrice per me della messa tra parentesi del mondo minaccioso nel quale io ero un rifugiato dall’esistenza illegittima, per il quale l’avvenire non superava mai i tre mesi.

Il librino è percorso da frasi del genere: frasi toccanti, intime, pudiche e nello stesso tempo atrocemente precise. Fino a questo acuto, forse il più bello fra tutti, forse la più alta spiegazione di quella “norma ideale” cui si dovrà sempre obbedire:

Non ho scoperto, come sto facendo adesso, qual era la base del nostro amore. Né che il fatto di essere ossessionato, nello stesso tempo dolorosamente e deliziosamente, dalla coincidenza sempre promessa e sempre evanescente del gusto che noi avevamo dei nostri corpi — e quando dico corpi non dimentico che “l’anima è il corpo” tanto in Merleau-Ponty quanto in Sartre — rimanda a delle esperienze fondatrici che affondano le loro radici nell’infanzia: alla scoperta prima, originaria, delle emozioni che una voce, un odore, un colore di pelle, un modo di muoversi e d’essere, che saranno per sempre la norma ideale, possono far risuonare in me. È così: la passione amorosa è una maniera di entrare in sintonia con l’altro, anima e corpo, e soltanto con lui o lei. Siamo al di qua e al di là della filosofia.

“Al di qua e al di là della filosofia”: davvero non era possibile dirlo meglio.

(23/05/12)