1. Clemenza.
Come tutti sanno, le Pussy Riot sono state condannate ieri a due anni di reclusione dopo la loro performance di “protesta creativa” contro il governo: preghiera punk sull’altare della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca.
Come in molti hanno fatto notare, la lunga sentenza letta dalla giudice si concentra sul reato di “teppismo motivato da odio religioso”. Il che da un lato è la traduzione della condanna già implicitamente voluta da Putin, ma è anche un’ottima sintesi del peggior reazionariato contemporaneo. Sul “manifesto” di oggi c’è un bel pezzo di Astrit Dakli che inquadra perfettamente la questione:
nonostante l’evidente danno d’immagine che il presidente subisce all’estero, la convenienza politica suggeriva la necessità di una condanna. Di più: non di una condanna politica, per punire l’offesa recata a Putin (l’accusa ha evitato con ogni cura l’argomento), ma di una condanna religiosa, di sapore medievale, emessa in nome della Santa Fede a partire dalla difesa di valori fortemente retrogradi.
Il governo russo non può mostrare debolezza. La sua natura è pura forza: e come di consueto difende il più forte, quello che fa più comodo difendere. Naturalmente, a cose fatte, la Chiesa ortodossa chiede clemenza: “Senza mettere in dubbio la legittimità della decisione della giustizia, chiediamo alle autorità dello Stato di dar prova di clemenza verso le condannate, nella speranza che rinuncino a ripetere questo genere di sacrilegio”. Nessuna autentica giustizia, nessuna revisione concettuale delle proprie posizioni (il sacrilegio resta sacrilegio, e se ciò ha senso in ambito religioso, non dovrebbe averne alcuno in un tribunale di stato laico): la Chiesa chiede clemenza. Ovvero, un atto di carità e paternalismo perfettamente inscritto nella tradizione – tu resti colpevole, ma noi nella nostra immensa bontà proponiamo di salvarti lo stesso. Pentiti e convertiti, torna fra le fila.
(Non ricordo chi – forse Bissolati? – diceva che lo scopo del vero socialismo è sostituire la carità con la giustizia, o qualcosa di simile. La mano che tende spontaneamente una moneta al povero, o domanda clemenza per una condanna, non è sbagliata di per sé: ma è indice di un sistema che tollera l’ingiustizia sociale e pretende di guarirla con l’iniziativa privata delle coscienze. Il fallimento dello stato).
Se tutto questo vi sembra troppo (non lo è), riflettete sullo stato della laicità in Italia – tanto per dirne una. Sulla mostruosa ingerenza simbolica e materiale che continua ad avere il clericato nelle questioni etiche e civili: di nuovo, qui il punto non è affatto relativo alla religione in quanto tale ma al suo secolare e sempre integro rapporto con il potere. E’ una questione di gerarchie e di patti fra Stato e Chiesa: un tema che il nostro Paese conosce alla perfezione, ma che continua inevitabilmente a ignorare.
Certo, si può anche dire – come fa The New Republic – che tutta questa attenzione verso le Pussy Riot è smodata rispetto ad altre questioni molto più terrificanti. Ma è un brutto argomento: c’è sempre qualcosa di più terrificante di cui dovremmo occuparci. Il punto è che il caso delle Pussy Riot è molto interessante: perché non è solo un “brutto episodio”, ma racchiude insieme un nodo di questioni assai complesse, attuali e collegate fra loro: la giustizia in Russia e non solo, il problema del legame fra potere e religione costituita nella società moderna, e due punti che mi stanno a cuore – punk e simbolismo.
2. Punk e Debord.
Le Pussy Riot sono un gruppo punk. La loro azione è definibile come tale? Direi di sì, ed è un esempio particolarmente virtuoso. Certo, definire con cura “punk” è come definire “concetto” o “gioco”: qualcosa di difficile e irritante insieme. Eppure ieri leggevo la bella intervista di Gianluca Didino a Jennifer Egan – che trovate sul numero 50 di “inutile”. Dice la Egan a un certo punto:
Ogni tanto rileggo quello che ho scritto e penso: “E’ a posto, ma manca polvere da sparo”. Credo sia questo il senso di cui tu parli di “punk”, il potenziale per un’esplosione che può essere distruttiva, o esaltante, o tutt’e due insieme.
La trovo una definizione particolarmente calzante. Ma come distinguere fra una miccia che porta a un’esplosione positiva – come ritengo sia quella delle Pussy Riot – a una negativa e fine a sé stessa? Altra domanda molto difficile. Un punto di partenza è leggere il profilo del trio offerto dal Telegraph: tre ragazze intelligenti, con ottimi studi e (lo vedremo fra poco) ottime motivazioni: tutt’altro che “teppiste religiose”. Questo implica che il punk deve avere un fondo intellettuale per essere “positivo”? Assolutamente no (è una questione priva di senso, a mio avviso): ma è bello vedere come alcune sue caratteristiche – l’irrisione, il ghigno, l’aggressività sorgiva – possano essere impiegate con naturalezza e insieme con una grande profondità. Il punto è che la profondità la si scopre dopo: il punk è un graffio, una ferita, una lama distorta: ma non per questo è fine a sé stesso, e funziona meravigliosamente sia come semplice attitudine nichilista sia come veicolo di dissidenza.
Vi invito dunque a leggere le loro dichiarazioni al processo, prontamente tradotte in italiano da Christian Raimo: un piccolo capolavoro di lucidità e coerenza: pura giustificazione teorica e pratica del dissenso. Non tanto perché contiene citazioni colte o nomi che commuoveranno l’intellettuale d’Occidente (Debord, Dostoevskij ecc.), ma perché sfruttano queste citazioni e questi nomi in maniera pacata e cosciente, in un discorso di grande levatura civile.
Insomma: per quanto mi riguarda, le Pussy Riot hanno fatto un gesto ammirevole: non violento, colorato, molto coraggioso, supportato da ottime argomentazioni. Ora si tratta di non cascare nella trappola del simbolo.
3. Balaclave, hashtag, pugni chiusi.
Questo pezzo non contiene foto, perché la foto a pugno chiuso di Nadezhda Tolokonnikova ha già fatto il giro del mondo a sufficienza. Nota: le Pussy Riot hanno sempre fatto le loro performance a volto coperto: per non lasciarsi identificare, certo, ma – viene da riflettere – anche per non lasciarsi inquadrare dal grande regime simbolico: siamo chiunque, siamo dissidenti. Poi via le balaclave, eccone una particolarmente carina, e la vuole Playboy. Tutto diventa spettacolo, come da copione.
Da questo punto di vista mi ha colpito anche una citazione dell’editor di GQ Russia, Michael Idov, riportata dal Guardian:
“For all the radicalism of their actions, Pussy Riot are basically a pop crossover. They are a brilliant brand – they have a very compelling story and easily reproducible look and, let’s face it, a great band name.”
Insomma, abbiamo già venduto il look. Per questo trovo importante evitare il simbolismo: evitare di idealizzare le Pussy Riot e farne una comoda oleografia – l’ennesima – su cui scaricare tweet e indignazione: sì, #freepussyriot, va benissimo, ma l’atto più ribelle che mi viene da consigliare in questo momento (e in questo Paese) è leggere e riflettere su quanto accaduto. Le dichiarazioni delle tre ragazze che ho linkato sopra sono lunghe e articolate: costano tempo e pazienza, e proprio per questo hanno una virtù preziosa: costringono a interrogarci invece di comprare una balaclava.
Due delle Pussy Riot lasciano dei figli. Quello che hanno fatto non è uno scherzo. Il regime putiniano non è uno scherzo. Il carcere e i lavori forzati cui andranno incontro non è uno scherzo, e il loro volto rilassato e sorridente di fronte alla condanna non deve provocare condiscenza ma ammirazione, e non deve far dimenticare che in tutto questo non c’è nulla da ridere.
Ripeto: qualunque sia la vostra valutazione della condotta delle Pussy Riot, hanno messo in gioco una parte della loro vita. Non per vendere dischi, né per finire in copertina sui giornali o avere il sostegno di Madonna. L’hanno fatto perché credono in qualcosa, e credere in qualcosa significa essere disposti a perderne molte altre.
Non è soltanto il gesto in sé. E’ la sua profondità, la sua complessità, le ragioni di libertà che invoca.
La prossima volta che andate in piazza, ricordatevelo. La prossima volta che non ci andate, ricordatevelo. La prossima volta che pensate sia sufficiente gridare più forte, ricordatevelo. La prossima volta che pensate che gridare non serve a niente, ricordatevelo.
(Tempo fa, parlando di una questione abbastanza spinosa con un conoscente, lo sentii dire: “E’ assolutamente ingiusto”. “Sì, sono d’accordo”, risposi: “ma perché, secondo te?” Lui mi fissò: “Mah, boh”, disse. Questo tipo di ignoranza è il nemico: sostenere una buona causa è importante, ma è molto più importante comprenderne le ragioni: altrimenti è tutta questione di mode, di trendlist – di simboli che vanno e vengono, e niente cambia al di sotto).
(18/08/12)