I miti antichi parlano spesso di morte, ma non conoscono morte alcuna. Rileggerli alla luce della società contemporanea è un esercizio a volte rischioso, se dimentichiamo il contesto in cui sono nati: eppure è anche un segno di vitalità. Antigone, Narciso, Telemaco e Ulisse continuano a dirci molto di chi siamo, di come ci orientiamo nel mondo. Il nostro destino è ancora in parte il loro. Ma c’è un mito che io ho sempre trovato fra tutti il più magnetico e affascinante, e che forse oggi ci parla meglio degli altri: quello di Orfeo.
La storia è nota, benché come di consueto ne conserviamo varianti diverse. Secondo la trama più diffusa, Orfeo era un cantore tracio dalla voce così dolce da ammansire le fiere e costringere alberi e pietre a danzare. Quando la sposa Euridice morì per il morso di un serpente, affrontò negli inferi per riaverla: Caronte e Cerbero si piegarono al suo incanto, e così la terribile Persefone. Gli dèi promisero che Euridice sarebbe tornata in vita, guidata da Orfeo stesso per un tragitto sotterraneo — a patto che egli non si voltasse mai a guardarla. Sul punto di uscire alla luce, il poeta non riuscì a resistere e guardò la sposa scomparire negli abissi, stavolta per sempre. Sconvolto, vagò in solitudine e venne infine sbranato dalle Menadi: ancora fedele all’amata, aveva rinunciato a unirsi a loro nei culti bacchici.
Una lettura sbrigativa si limita a vedere in questo mito un triste racconto d’amore, con un avvertimento: non desiderare l’indesiderabile; e comunque obbedisci alle parole di un dio. E tuttavia credo che la parte più interessante, quella che parla a noi con stringente attualità, giaccia altrove.
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(18/11/18)