Sassi alla finestra

Durastanti è nata a Brooklyn e Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (immagino già la critica standard) sembra quasi “una traduzione in italiano di un romanzo americano”. Sì, può darsi – ma chi se ne frega?
Sgombrato il campo da questa banalità, ripeto: Claudia Durastanti è talmente brava da fare girare la testa a parecchi scrittori italiani contemporanei e non. Eppure, il suo romanzo non funziona bene e secondo me non è neanche un romanzo.

A questo proposito, vorrei usare una metafora che rischia di essere fuorviante.
Massì, la uso.
Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra è l’equivalente di un album indie eccezionale e molto raffinato, ma le cui canzoni, fondamentalmente, sono tutte uguali. Qui tutto è straziante, e straziante davvero: ogni gesto è testimonianza di una fame profonda, di un bisogno sensato, di un’adolescenza più o meno prolungata se non nei fatti almeno nell’anima, e che non fa altro che chiedere disperatamente qualcosa. Senza retorica alcuna, però: anzi, con una sobrietà e una bellezza circoscritta che lasciano ammirati – a volte anche basiti.

Quindi io credo questo: che Durastanti sappia benissimo quanto doloroso e importante sia il compito di chiamare le cose con il nome giusto. Lo fa di continuo, nel suo romanzo, e non dubito che continuerà a farlo in tutte le cose che scriverà: una voce così consapevole non cambia cantato da un momento all’altro.
Ma il fatto è che un romanzo non è e non può essere, semplicemente, “trovare il nome giusto per ogni cosa”. Non basta accostare decine di scene topiche e dolorose e bellissime di quattro coppie nell’arco di trent’anni.
Non che nel libro non succeda tecnicamente nulla – ci si lascia, ci si incontra di nuovo, si fanno alcuni viaggi – ma è come se ciò che accade fosse solo un epifenomeno, neanche molto importante, di ciò che si prova.
Attenzione: non sto dicendo che questo romanzo è una lunga pippa autoriflessiva. Ciò che si prova è sempre riflesso in una profonda visione della gestualità, del rapporto, del bisogno eccetera. Ma rimane lì, statico, o meglio ancora: fotografico. Ecco, l’arte cui più si avvicina questo romanzo è la fotografia – non la musica, non la narrativa, bensì l’immagine perfetta e dolente ma inevitabilmente ferma. Un frame.
In questo non c’è niente di grave, se non fosse che dopo un certo numero di pagine uno si domanda cosa cerchi l’autore in chi legge: un lettore, o un rigoroso e dedicato complice emotivo – uno che abbia quel tipo di sensibilità lì e poco importa la storia, poco importa il resto, bastano le immagini.
Io credo di avere quel tipo di sensibilità lì, e infatti molte pagine di questo libro mi hanno colpito a morte – ma mentirei se non dicessi che mi sono anche annoiato.

Mettiamola così: ogni pagina di questo libro è quasi perfetta. Ma ogni pagina di questo libro è pressoché identica alla precedente e alla successiva. Non c’è variazione in questo universo poetico e doloroso: e per quanto le vicende messe in scena suonino autentiche, semplicemente non sono vicende.
Trent’anni di vite non possono essere questi piccoli, meravigliosi quadri strazianti: c’è qualcosa che non torna, e io credo sia questo: che la narrazione è sempre sacrificata al sentimento. Sempre e comunque. Ogni gesto è semantizzato fino all’inverosimile, è immerso in un alone di importanza e radicalità sovrumana. E’ la stessa condizione in cui vive un individuo innamorato perso – e in effetti è come se chi scrivesse fosse innamorato perso.

Immagino sia una critica sterile per chi crede che il sentimento debba dominare in ogni caso la narrazione. Un esempio banale al riguardo potrebbe essere Camere separate: ma leggendo Camere separate non mi sono annoiato affatto.

E dunque?
Niente. Non fatico a immaginare la bellezza e la forza che Claudia Durastanti potrebbe esprimere nei suoi prossimi libri (che spero arrivino in fretta): ha un talento linguistico, emotivo e descrittivo pazzesco.
Posso solo sperare, dal canto mio, che la forza della storia stavolta abbia la meglio su altri elementi.
Può sembrare un semplice commento generalista, ma credetemi: non c’è niente di semplice nel raccontare una storia.

(30/04/10)