Un magistrato del tribunale di Milano, luogo in cui da decenni si accavallano i nervi scoperti del Paese; il mondo sottotraccia dell’immigrazione, al centro della cronaca ma, allo stesso tempo, lontano dagli occhi italiani; la fotografia di Milano, e dell’Italia, nell’incerta curva storica di inizio millennio; un caso giudiziario in cui il codice di procedura penale e l’etica vanno in cortocircuito.
Con questi ingredienti, specie se il cuoco è uno scrittore di trent’anni, il disastro letterario è a portata di mano: ci sarebbe soltanto da scegliere se confezionare uno sciatto catalogo di ideologismi low-cost, il compitino dell’indignato oppure la zuccherosa elegia del migrante tapino. Eppure Giorgio Fontana sa evitare questi scogli. “Per legge superiore” è un modello di misura narrativa, un romanzo che accompagna il lettore a girare tutte le sue pagine più con il quieto fluire della storia che con istrionismi autoriali. D’altra parte, il protagonista della vicenda, il sostituto procuratore generale Roberto Doni, è uomo poco avvezzo a uscire dalle righe. Idee liberali pendenti a destra, abitudini borghesi, un matrimonio di lungo corso, un rapporto in via di scucitura con la figlia che fa la ricercatrice negli Stati Uniti, Doni ha costruito il suo percorso in magistratura facendo le cose a puntino e ora, superati i sessant’anni, aspetta di salire l’ultimo gradino della carriera. Seduto alla scrivania nel corpaccione di un Palazzo di giustizia il cui involucro di marmo cariato è tenuto su da un reticolo di grossi chiodi a espansione, Doni si occupa di un processucolo d’appello, in cui sosterrà l’accusa contro un muratore tunisino imputato di una feroce aggressione. E non ha intenzione di farsi ammorbare da una giovane reporter che gli ha inviato una mail innocentista con il piglio da paladina degli oppressi. Anche questa volta lui farà le cose a puntino. E niente più. Ma, proprio per fare le cose a puntino, Doni non potrà ignorare le insistenze della giornalista e si troverà a percorrere, con certezze sempre più tarlate, spicchi che non conosce della sua città.
Conducendo il magistrato per le vie di Milano, Fontana traccia così anche una genuina guida non convenzionale del capoluogo lombardo, sbirciando sia nei pentavani del centro sia nelle piccole strade traverse lontane dalla Madonnina che sono raccontate, all’ingrosso, soltanto dalla cronaca nera.
[questa recensione di R. Ciampi è apparsa il 12/11/2011 su “Unione Sarda”, p. 59]
(13/11/11)