I numerosi insulti indirizzati al ministro Kyenge (da Calderoli a Borghezio al lancio di banane alle reticenze di Maroni e così via) sono la spia di un problema più vasto. Condannare questi episodi isolati è fondamentale e andrebbe fatto con molta più energia, ma non basta: quello di cui c’è disperatamente bisogno ora è un metodo per comprenderne le cause profonde e quindi correggerle.
Non che manchino le risorse intellettuali: ad esempio il volume collettivo Parlare di razza pubblicato da ombre corte, o – un po’ più datato – il Rapporto sul razzismo in italia. Quello che manca, forse, è un approccio critico generale a livello di discorso pubblico (sui giornali innanzitutto, ma non solo): un approccio al contempo intransigente e capace di spiegare i rapporti di potere su cui si fonda la questione del razzismo – in Italia oggi ma non solo.
Uso l’espressione “rapporti di potere” per un motivo preciso. La questione del pregiudizio razziale non si risolve in alcuni casi isolati di imbecillità assoluta alla Calderoli. Se così fosse sarebbe un problema molto più semplice da affrontare. Invece è figlio di una questione più scomoda, il cui punto di partenza è questo: il sistema categoriale attraverso cui (anche nel modo più innocente e meno divisivo possibile) vediamo le donne, i gay, i neri, i rom, e così via è imposto dalla classe media bianca e maschia di mezza età.
Questo non c’entra ancora nulla con il razzismo nella sua espressione più becera – il lancio di banane, il “negro dimmerda!” e così via – né con il maschilismo dilagante: e di certo una vasta percentuale di maschi bianchi di mezza età non ha alcun tipo di pregiudizi al riguardo. Eppure si parte sempre da lì. Un ragazzo nero o una donna peruviana sono individui che esprimono in qualche modo, spesso del tutto inconscio, una devianza rispetto al prototipo ideale (oserei dire fascista) di “cittadino”: appunto un essere umano maschio, bianco, di mezza età e di classe media. L’essere umano per definizione, in Italia come negli USA come temo in tutto l’Occidente, è semplicemente questo. Certo ci sono oscillazioni di gravità e diffusione del paradigma che dipendono dalla storia del luogo, dal livello di interazione con gli stranieri, e non per ultima della capacità educativa dello stato (un punto su cui l’Italia non ha rivali in negativo). Ma la matrice originaria è la medesima, e bisogna essere veramente ipocriti o estremamente fiduciosi nello stato formale per negarla.
A tal riguardo c’è un articolo di Peggy McIntosh sul tema classico del White male privilege, che credo indichi l’approccio corretto: innanzitutto svuotando la forza semantica del termine stesso – privilegio. L’appartenere a questa minoranza forte non conferisce alcuna forza morale, anzi. L’autrice è molto chiara su un punto: in quanto donna bianca ha ottenuto il “permesso culturale” di non badare alle voci di persone diverse da lei, o di limitarsi a una “tiepida tolleranza” al riguardo: perché ha sempre potuto accedere a tutti i beni sociali (rispetto, tranquillità, facilità di spostamento, buon vicinato e così via) in automatico.
Un paio di anni fa descrivevo, in breve, questa sensazione: il dare per scontato una serie di diritti che lo stato dovrebbe assicurare a chiunque, e che invece sono senza dubbio “più diritti” (sostanziali e non formali) per me invece che per altri. Il colore della mia pelle, il mio sesso e il mio orientamento sessuale non possono essere usati in alcun modo contro di me sul lavoro, nella vita di tutti i giorni o durante un controllo in auto da parte della polizia. McIntosh, nel pezzo di cui sopra, lo riassume alla perfezione:
The negative “privilege” that gave me cultural permission not to take darkerskinned Others seriously can be seen as arbitrarily conferred dominance and should not be desirable for anyone.
Un “dominio conferito arbitrariamente”: né più, né meno. Che io non lo desideri e che mi ripugni essere in una situazione di potere gratuito è importantissimo – è il vero motore della parificazione sociale – ma non cancella il punto di partenza: sono stato più fortunato nel lancio di dadi della nascita, e prima lo riconosco prima potrò correggere eventuali abusi che ne derivano: innanzitutto, il pensare ingenuamente che i rapporti sociali valgano allo stesso modo per tutti; che amare una persona del tuo stesso sesso o essere un immigrato senegalese non conti granché quando si tratta di cercare lavoro o sporgere una denuncia dai carabinieri o anche solo comprare il pane: perché il grande stato liberale per cui abbiamo lottato garantisce parità assoluta. Non è così. Per quanto perfezionata potrà essere la nostra legislazione, senza un serio lavoro pedagogico – senza la costruzione di quello “stato spirituale” e idealmente morale in cui credeva Václav Havel – continueremo ad avere libertà monche e banane tirate a un ministro con la pelle nera.
Attenzione: questo non significa né che un bianco sia automaticamente razzista, né che la soluzione sia chiudersi in un’autocommiserazione farsesca e di vago orientamento coloniale (la cui conseguenza più immediata è dire che “avere la pelle nera è una figata” o cose simili – la tipica ammirazione che può fare solo un ragazzino bianco seduto in poltrona). L’esatto contrario: questa consapevolezza significa riconoscere che un certo tipo di razzismo inconscio esiste come forma strutturale in determinati rapporti di potere fra gruppi, prima ancora che in certi mostruosi pensieri individuali. Mai nessuno dei miei pensieri potrà essere simile a quelli di Calderoli, eppure la meccanica inconscia e spietata della società mi accomuna più a lui che a un mio coetaneo nero: io e Calderoli, sulla metropolitana, siamo “persone qualsiasi”: lui rimane nero.
Questo naturalmente mi terrorizza oltre ogni dire, e con ragione. Il rischio è quello di considerare implicito il principio di eguaglianza e trasformarlo in una condizione universale soltanto perché si applica su di me. E questo per un motivo semplicissimo: nessun bianco si pensa come bianco. Si pensa come un “essere umano”.
Quindi l’uomo che sono si avvicina all’idea superficiale e preconcetta dell’essere umano che è scolpita nella nostra società: lo ripeterò fino alla nausea: maschio, bianco, eterosessuale. Maschio, bianco, eterosessuale. Il resto viene dissolto in una scala discendente, per cui si perde un tratto di valore e di potere per ogni caratteristica che viene a mancare rispetto a tale prototipo: più ti allontani da esso e più sei segnato. Un maschio bianco omosessuale “vale meno” di un maschio bianco eterosessuale. Una donna bianca omosessuale ancora meno. E una donna nera? Lo stiamo vedendo coi nostri occhi. Nemmeno il potere istituzionale può molto contro questa forma di potere istintivo, razziale, fondato sulla disuguaglianza più immediata. Al momento, non vedo nulla di più sconfortante e preoccupante.
Che fare, quindi? Si dice spesso che “tocca a tutti noi” risolvere un problema culturale e sociale di questa portata. Un’ovvietà, ma un’ovvietà vera: tocca in primo luogo a “tutti noi” – cioè quelli che hanno maggiore potere implicito: tocca non abusarne mai – mai -, e pensare che ogni presunto “privilegio” che ne viene non è giustificabile eticamente da nessun punto di vista. Così come l’essere diverso dal modello inconscio dominante non implica alcuna differenza etica. Se deviamo anche solo di un millimetro da questo punto di partenza, siamo perduti.
Serve un’applicazione molto severa delle leggi, quindi: e serve un’applicazione molto severa del principio di eguaglianza sociale in ogni sua forma. Ma serve, ancora più, una pedagogia dell’empatia e della compassione. So che questo è un terreno scivoloso: si argomenta che tali sentimenti non si possono insegnare, che sono più o meno innati. Io invece credo di no. Così come un ambiente sociale violento, che premia la forza e la sopraffazione, può plasmare a fondo un individuo – allo stesso modo il continuo tentativo di mostrare ciò che ci accomuna invece di ciò che ci divide, alla lunga, premia.
Un mese fa ero a bere una birra in un pub a due passi da piazzale Loreto, con degli amici: sedevamo a un tavolino sul marciapiede, approfittando della bella serata, ancora non troppo calda. A un certo punto un ragazzo dalla testa rasata ha cominciato a insultare un venditore di rose bangladese: “Cosa cazzo mi hai chiesto? Se sono albanese?”, gridava. “Ma come cazzo si permette? Proprio tu mi vieni a chiedere una roba così? Ma tornatetene al tuo paese e vaffanculo, va’.” Qualcuno l’ha tirato via dicendolo di calmarsi, perché stava esagerando. Il tizio bangladese se n’è andato. Il ragazzo ha continuato a insultarlo e dire che non era possibile, ma come cazzo si faceva e così via. Dopo un minuto mi sono alzato e ho raggiunto il venditore di rose; quando ha sentito i miei passi si è voltato con la faccia di chi si preparava a sopportare altre ingiurie, e non poteva fare altrimenti – non poteva reagire, non poteva dire nulla: la pura, nuda, brutale esemplificazione di un rapporto di potere. Gli ho dato due euro e gli ho chiesto di scusarci, perché non siamo tutti così.
Questo razzismo del venerdì sera è parente diretto del razzismo leghista “istituzionale”, parente diretto del pregiudizio inconscio anche nelle sue forme più elusive (la borsetta stretta più forte quando passa un uomo nero), parente diretto di tutto il peggio che la nostra società può esprimere – ed esprime, quotidianamente, anche quando noi non riusciamo ad accorgercene.
(01/08/13)