Cieli azzurro pallido, mattine fresche e luminose. Nel pomeriggio andiamo a Bologna dove passeremo il 25 aprile con amici e famiglia: raggruppo due giorni in uno visto che domani sarò in corteo e quanto avevo da dire sulla festa della Liberazione lo scrissi un anno fa sul Post. Consiglio in aggiunta un comunicato di Sinistra per l’Ucraina su “Micromega”.
C’erano dei minori nel CPR di via Corelli a Milano, fra cui un ragazzo di quattordici anni; ora sono stati trasferiti in comunità (vedi anche qui). Nel mentre Sala si prenderà tempo per decidere se chiudere o meno quel lager dopo la diffida ricevuta da Cecilia Strada.
Finito d’un fiato Les Justes. Il francese cristallino di Camus è come sempre una delizia, anche se qui è particolarmente visibile la sua tendenza a rendere i dialoghi piccoli proclami; non che i personaggi manchino di contraddizioni, ovvio, ma la loro eloquenza, il loro essere intrisi di idee fino all’orlo li rende un po’ bidimensionali. (Vero è che quel modo di parlare si attaglia bene a un gruppo di rivoluzionari; ma anche la granduchessa parla così). Le figure più interessanti diventano allora quelle secondarie, Skouratov e Foka soprattutto: la conversazione in carcere con Kaliayev è davvero stupenda.
Finito anche il saggio di Schiavoni su Benjamin, eccellente, e ho già ordinato Ombre corte in biblioteca. Anche in questo caso ho una mezza idea, anzi due mezze idee, ma tempo al tempo.
Il Guardian ha pubblicato un lungo pezzo sugli Iron Maiden, per i loro cinquant’anni di carriera.
Un solo ascolto oggi, ma che ascolto! Blackstone Legacy di Woody Shaw: strepitoso. Come scrive Carlo Boccadoro in Jazz!, è musica “violenta e vitale al tempo stesso, che vede improvvise aperture melodiche su cui si innestano passaggi al limite del free“. Si tratta in effetti di uno splendido, ribollente amalgama di tendenze in apparenza contrastanti, quali appunto il free jazz, il post-bop e il funk; e fra le tante meraviglie, sentite che combina Gary Bartz al contralto già solo nel primo brano.
(24/04/26)