Milano. Un procuratore è perso nei meandri del Palazzo di giustizia.
Quella struttura incongrua, ficcata nella carne della città come un chiodo in una tela, sembra smottare con tutto ciò che contiene verso la falda che corre metri sotto terra.
Naturalmente, in quel lento e inesorabile naufragio, un uomo accorto e intelligente come Roberto Doni non può non avvertire una eco sinistra: è la giustizia stessa ad essere un istituto fallibile, qualcosa che può sprofondare sotto terra giorno dopo giorno, e la sua essenza è nelle mani di coloro che sono chiamati ad amministrarla.
Ma quale uomo è davvero all’altezza di un compito simile?
“Non smettiamo di essere magistrati o giornalisti quando ci infiliamo il pigiama, giusto?” gli domanda durante una pausa pranzo una giovane giornalista free lance. Per poi aggiungere “… e questo perché sia io che lei cerchiamo la verità”.
La verità che Elena Vicenzi sostiene di conoscere, e alla quale vuole convertire anche lo scettico Doni, è l’innocenza di un immigrato condannato in primo grado per un’aggressione nel corso della quale una ragazza è rimasta paralizzata.
Fra pochi giorni si terrà l’udienza d’appello, e Roberto Doni è il Procuratore che dovrà pronunciarsi su quel caso. Serio, integerrimo, mediamente colto e mediamente infelice, il procuratore è un uomo che si è nutrito di solide certezze borghesi, per ritrovarsi alla sua età a fare i conti con un sottile smarrimento di senso cui non riesce a dare risposte che non siano quelle che l’ordine delle cose gli mette sul piatto: una moglie che gli vuol bene, una posizione rispettata, l’autorevolezza, una probabile chiusura di carriera in una procura sicura, in provincia. Ma anche una figlia emigrata in America in cerca di lavoro che, poco alla volta, ha smesso di rispondere alle sue mail, ed è riluttante a parlargli per telefono.
“Io qui sono il cattivo, signorina”, chiosa Doni rivolgendosi alla ragazza con un sorriso bonario, ma sotto sotto il procuratore è intrigato dalla caparbietà e dalla purezza che sembrano muovere la giornalista a cercar di scoprire quel che è successo davvero, quella sera, in una traversa di Viale Padova.
E Via Padova, col suo gramelot colorato, incessante cicaleccio multietnico che mette assieme nel volgere di poche battute tutte le lingue del mondo, diventa presto la cornice delle peregrinazioni di Doni e della Vicenzi, in cerca di testimonianze che scagionino Khaled, giovane immigrato che agli occhi di moltissimi incarna il perfetto colpevole.
Ma la perfezione, come Doni di tanto in tanto si ripete, non è di questo mondo, e allora varrà forse la pena di approfondire l’indagine, e di scoprire che accanto alla Milano che si crede di conoscere a menadito, quella descritta dall’itinerario che tutte le mattine conduce dalla casa a Porta Romana fino al Palazzo di giustizia, ce n’è un’altra: una città che è cresciuta silenziosamente all’ombra di quella “maggiore” e oggi è un corpo sociale giovane e forte, che reclama il proprio diritto ad essere preso in considerazione, e si è forse stufato di chiedere il permesso di farlo.
Il fatto che a percorrere quel suk sia Doni – sessantacinque anni, casa in Porta Romana, politicamente destrorso – ma di una “destra civile e non berlusconiana”, specifica – rende ancora più forte lo straniamento, e più viva la sensazione che all’oleografia meneghina tutta pizzi e guglie del Duomo e di un centro ormai estraneo a sé stesso, sarebbe il caso di sostituire una immagine rinnovata di questa città, presente e viva solo quando la sappia cogliere nelle sue verità guardandola di sguincio, con la coda dell’occhio.
Il libro di Fontana, che avendo solo trent’anni è un autore dal grande potenziale, cammina spedito nel solco di certa letteratura d’impegno civile che prende a pretesto l’intreccio giudiziario, senz’altro memore della lezione di Sciascia – come non hanno mancato di far notare gli editori stessi e diversi critici – ma sembra di sentirvi anche un’eco di Scerbanenco.
Non solo perché la mappa sulla quale si dispiegano i (pochi) fatti e le (molte) ruminazioni interiori di Doni è quella di una Milano ben conosciuta e ancor meglio interpretata; ma anche per la pasta d’uomo che l’autore ha voluto protagonista della sua crociata in cerca della verità.
Doni ricorda, in certe durezze dettate dall’amarezza di vivere in un mondo volgare e sempre pronto a piegarsi alle opportunità e alle convenienze dei pochi, quel Duca Lamberti che proprio a due passi dai luoghi raccontati da Fontana condusse una delle sue indagini più difficili.
Era “I ragazzi del massacro”, e di lì a poco Scerbanenco avrebbe scoperto anche che i milanesi ammazzavano al sabato, presi com’erano nelle pastoie di vite da travet, commercianti o pendolari. Oggi le cose sono cambiate. Le settimane corte, lo sboom e quel poco che resta delle villeggiature domenicali a Santa Margherita si sono portati via anche i delitti della ligera.
Ma a Milano si continua a morire, e a cercare di far quadrare il cerchio fra le verità scomode e una giustizia che sprofonda. Bisognerà pure che qualcuno lo dica, procuratore Doni. Bisognerà che qualcuno dica la verità.
[questa recensione è apparsa il 15/11/2011 su Wuz.it]
(16/11/11)