Sessant’anni fa, il 14 settembre 1955, nacque a Correggio Pier Vittorio Tondelli – e se la parola influente ha un qualche senso, allora lui è stato senz’altro uno degli scrittori più influenti della sua generazione. Ancora oggi facciamo i conti con la sua opera, ancora oggi ci domandiamo in che modo rileggerlo e come gestire questa variegata eredità.
Innanzitutto, credo sia indispensabile fare piazza pulita delle incrostazioni “generazionali” che affliggono la sua figura. Come scriveva Antonella Lattanzi in occasione dell’anniversario di Altri libertini, è con Tondelli che entra nell’immaginario collettivo ed editoriale la categoria dello “scrittore giovane”. Questo da un lato ha fatto da apripista a una leva di narratori come De Carlo, Del Giudice e Piersanti; dall’altro ha offerto a una certa critica la possibilità di abusare del concetto, invertendo la polarità tra aggettivo e sostantivo. Ancora oggi, spesso, non conta tanto l’essere scrittore quanto l’essere giovane.
Ma soffermandoci sul preteso giovanilismo o maledettismo di Tondelli (pensiamo alla condanna per oscenità e oltraggio alla morale pubblica che cadde su Altri libertini) rischiamo di perdere di vista una delle parole più belle, e che il nostro ha cantato con autentico pudore: appunto, giovinezza. La meraviglia del mondo. La confusione personale. I dolori della crescita. E più di tutto il desiderio: dalle sue forme più voraci e istintuali a quelle più complesse e mature, ma non meno schiavizzanti.
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(12/09/15)