Per Paolo Finzi, sei anni dopo

Sei anni fa si suicidò Paolo Finzi, direttore di A Rivista anarchica, ebreo ateo e militante libertario di lungo corso. Quando lo seppi rimasi un paio d’ore seduto sul letto, incredulo e in lacrime; il giorno dopo raccolsi le forze e scrissi un primo necrologio a caldo, cui ne sarebbe seguito un altro più ragionato. Ricordo ancora molto bene i funerali alla Cascina Occupata Torchiera; ricordo i molti pensieri attorno alla depressione che lo affliggeva; e ricordo le tantissime splendide cose raccontate di lui e della sua convinzione, tipicamente anarchica, di non scindere l’attività intellettuale da quella politica di base.

È in tal senso che andrebbero riletti i suoi lavori: dal libro Che non ci sono poteri buoni su Fabrizio De André, di cui era amico, ai testi di carattere più storico quali La nota persona sul Malatesta del 1919-1920 e Insuscettibile di ravvedimento sulla vita di Alfonso Failla; e soprattutto, credo, il numero unico di vent’anni fa con doppio dvd, A forza di essere vento, tutto dedicato al genocidio nazista dei rom. Benché Paolo lo presentasse come un “flop preannunciato” – del resto, “solo a quei matti degli anarchici poteva venire in mente di mettersi a produrre una cosa seria e costosa sugli Zingari” – il volumetto vendette migliaia di copie: a testimonianza che, quantomeno allora, persisteva una certa sensibilità nei confronti del popolo da sempre più odiato e perseguitato. Anche in questo caso, come Paolo raccontò in un’intervista, c’era di mezzo la vita: la scuola materna dove andavano i suoi figli aveva una politica di grande accoglienza nei confronti degli “zingari”, e con il tempo si crearono rapporti d’amicizia con le famiglie del campo; a ciò si aggiunse la curiosità intellettuale di Paolo, le sue radici ebraiche (i suoi genitori furono entrambi perseguitati e partigiani) e la solidarietà anarchica verso le vittime del pregiudizio.

“Solo a quei matti degli anarchici”, insomma: ironia, va bene, però anche ribellione: andare contro ciò che l’apparente buon senso sconsiglia, non per goffo estetismo sovversivo – tanto più che Paolo era una persona di grandissima gentilezza e umanità – bensì per perseguire nel concreto un’idea diversa di società; e realizzarla nei progetti grandi come nelle minuzie di ogni giorno, per quanto possibile, senza consegnarsi a un futuro e illusorio paradiso di libertà e giustizia. In una conversazione con Mimmo Pucciarelli del 2018 Paolo disse fra l’altro che gli anarchici “hanno questa simpatica caratteristica di essere presenti in qualche misura in tutte le lotte sociali possibili”.

È un’etica generosa che espone a molti rischi: delusioni, fiducia mal riposta, dissoluzione delle energie; e in più generale scoramento. A tal proposito nel corso degli anni ho ripreso spesso in mano l’ultima lettera di Paolo, letta fra l’altro dalla figlia Alba proprio durante i funerali in Torchiera: ora è custodita in fondo al bel volume Tra memoria e tempo presente. C’è scritto: “Se me ne vado è perché non ce la faccio più. Diranno depressione. Ma le persone a me vicine, cioè i famigliari e anche le collaboratrici Michela e Carlotta, sanno che quella parola non dice tutto, forse poco. C’è troppo male nel mondo, troppa cattiveria”.

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(20/07/26)