Michel Houellebecq era scomparso. Poi è stato ritrovato.
Nel breve spazio fra le due cose sono state avanzate molte ipotesi, e alcuni – me compreso – hanno fatto una libera fantasia fra questo fatto di cronaca e l’idea stessa della scomparsa, del lasciarsi andare, del prendere e svanire. Andare oltre la linea più definita di tutte: l’idea che in qualche modo tu debba fare parte del mondo, di questo mondo, in una delle sue declinazioni qualsiasi – scrittore, letterato, amico, conoscente, residente in via x, con il carattere tale, in arrivo nella città di y, previsto alloggio per due notti a z e così via.
E’ molto semplice combattere tutto questo. Basta allungare un passo di fianco, anche solo per due giorni: e guardate il risultato. Sconvolgimento, paura.
Al di là di Houellebecq, mi ha sempre affascinato moltissimo l’idea della scomparsa in quanto tale – un fascino speculare, ma in realtà di segno molto diverso, rispetto a quello che esercita su di me l’autodistruzione.
Andare oltre la linea non significa negarsi. L’esatto opposto: significa riaffermare in qualche modo ciò che si è, la propria intimità, il proprio corpo, fuori da tutte le reti che vogliono imprigionarlo. Reti molto spesso necessarie, certo, ma che a volte si moltiplicano fino a rendere l’idea stessa di libertà qualcosa di oscuro e pericoloso.
C’è una grande ansia di stringresi e fare gruppo, nel periodo in cui viviamo. Comprensibile: sono tempi difficili e l’unione quasi sempre fa la forza. Ma questo non significa che sia la sola opzione.
Non abbiatene a male se qualcuno scappa dalla rete e scompare. Non è cattivo. Forse voleva soltanto respirare un’aria diversa, più fredda e chiara, l’aria vertiginosa di chi è cosciente di lasciarsi tante cose alle spalle – di perdere il suo ruolo per far brillare altro: le proprie parole, e la propria assenza.
La fine? No, soltanto un altro inizio.
(15/09/11)