Non nutrire i troll. Ma chi nutre te?

A brevissimo corollario di quanto scrivevo ieri, punto 6: “Per ogni critica intelligente, c’è sempre un’enorme quantità di idiozie. Evitale. So che ti fanno male – che ti fa male anche solo pensare che molta gente sia mossa al commento solo dal rancore o dalla stupidità – ma cerca di non pensarci proprio. Non servono a nessuno, né ai lettori né a te.”

Quando una persona ti manda un commento gratuito ma volutamente pungente, sarcastico, o persino offensivo, la regola nota (anche se non l’unica) è Don’t feed the troll: non nutrire il troll. Il suo vero scopo non è quello di argomentare o di criticare, bensì semplicemente quello di passare subito al litigio: per persone come il sottoscritto che non sanno litigare, sono il peggio assoluto. Purtroppo è una prassi abbastanza comune, e più che di troll parlerei di un diffuso atteggiamento trollatore che può toccare chiunque (perché a chiunque possono girare i cinque minuti, e può trovare liberatorio/piacevole/divertente aggredire qualcun altro senza un vero e razionale motivo).

Succede. Salvo casi estremi, non è niente di terribile: siamo tutti portatori sani di cretinaggine, e l’importante è isolare i cretini veri e propri.

Eppure, le persone come il sottoscritto – che, come dicevo, non sanno litigare – finiscono sempre per rimanerci male. Il troll non va nutrito, ma chi nutre te? Non bisogna dare il minimo contentino ai provocatori, ma questo crea una sorta di vuoto nel tuo stomaco, una delusione che rischia di rimanere lì e macerare: perché la gente si comporta così? Che senso ha? Al che ci si sfoga postando su Twitter o Facebook frasi generaliste – e altrettanto idiote – del tipo “Ogni tanto penso che la gente sia proprio scema” e simili: con il probabile risultato di attrarre nuovi trollismi.

Quindi: come mantenersi impeccabili e al contempo evitare di farsi venire il marcio allo stomaco?

La mia modestissima soluzione, dopo anni di malumore e frasi generaliste e idiote, è: apri un bel libro e leggi qualche riga. Non chiamare un amico o la tua ragazza, perché rischi di scaricare su di loro la tua frustrazione da due soldi (e dunque di trollarli). Sfogati con la bellezza di una frase: è lì apposta, eternamente disponibile, generosa e gratuita, e può accoglierti senza chiedere niente in cambio.

Ad esempio: apro Elias Canetti e leggo:

Nessuno, infatti, quando è al principio, può sapere che cosa troverà in sé. E come potrebbe anche solo presentire ciò che troverà, dal momento che ciò che troverà non esiste ancora? Con strumenti presi in prestito egli scava in un terreno che esso pure è preso in prestito ed estraneo, è un terreno che appartiene ad altri. Quando per la prima volta, d’improvviso, si trova dinanzi qualcosa che non conosce, che non gli giunge da nessuna parte, egli si spaventa e vacilla: poiché quella è veramente cosa sua.
Può essere una cosa da poco, un’arachide, una radice, una minuscola pietra, una puntura velenosa, un odore nuovo, un suono inesplicabile, o anche una linfa oscura che si spinge lontano: quando egli ha il coraggio e l’accortezza di destarsi dalla prima vertigine di paura per riconoscere e dar nome a ciò che ha trovato, allora comincia la sua vera vita.

E già va meglio. Certo, non sono affatto un illuso: il veleno non si è esaurito, ho ancora in odio il genere umano (e quel suo rappresentante in particolare), ma comunque va un pochino meglio: se non altro, ho di nuovo toccato con mano che esiste qualcosa di infinitamente più importante, bello e grande delle stupide beghe di ogni giorno. E mi consolo pensando al tempo che non ho perso in tali beghe, e che ancora ho disponibile, tutto per me, luminoso come quella frase di Canetti, e che nessun cretino potrà mai levarmi. Povero lui che non lo sa.

[questo pezzo è disponibile anche in inglese, e con qualche minuscola modifica, su Web Target]

(15/10/12)