Non è facile da spiegare, eppure ogni volta che torni nei posti in cui sei cresciuto – quello che potremmo definire il tuo New Jersey, un luogo che diventa sempre più uniforme, statali circondate da palazzi in costruzione e grandi centri commerciali, rotonde, gru alzate nel cielo bianco, campi di granturco erosi dai cantieri, industrie una dietro l’altra, gommisti, stazioni ferroviarie con tamarri radunati di fronte, bar schifosi, non una libreria nel raggio di chilometri e parchetti gelati di brina e villette a schiera – ogni volta che torni da queste parti è come se il paesaggio fosse un perfetto sfondo per le tue mancanze. Più ancora, una metafora. Gente che è venuta qui o ci è nata e ha ricostruito, cambiato il volto a queste strade sperando di offrire una speranza a chi sarebbe venuto dopo – la tua generazione, la prossima. Stirpi che si succedono mentre il torrente che taglia in due la periferia del paese è sempre stato nero a causa degli scarichi delle fabbriche. E certo, ti diverti anche a romanzarlo un po’ e forse è solo un posto qualunque, uno come tanti nel Nord privilegiato e inutilmente dubbioso. Ma attraversandolo in auto una notte di inverno – come in ogni altra notte – riscopri il rancore che lo anima e la condanna che sembra comunicarti ogni volta: il suo vuoto e la sua inutilità sono i tuoi: le sue speranze mancate, le tue: e così i tuoi errori, la tua mediocrità, la tua rabbia, la tua cronica incapacità di essere felice.
(01/02/13)