Miles Davis cento

Miles Davis

Per il centenario della nascita di Miles Davis propongo un’inevitabile e faticosissima selezione di undici brani molto amati. Ho cercato di lasciar cadere la zavorra dell’ovvio — nessun pezzo da Kind of Blue, per dirne una — ma anche di non cedere alla posa dell’esotismo o della rarità — e quindi non sono andato a frugare tra bootleg, live e dintorni. Visto che il criterio principale, oltre a un minimo di completezza, è stato il gusto, ho escluso anche i dischi orchestrali da me non molto amati (e comunque da ascoltare, come Sketches of Spain). I maniaci possono divertirsi sul database di Miles Ahead.

1. Boplicity (da Birth of the Cool, 1949-1957). C’è stato un periodo in cui, povero me, snobbavo questo album: ora faccio ammenda ascoltandolo molto spesso. Tra le molte scelte possibili pesco Boplicity, che mi pare rappresentativa sia dell’equilibrio perfetto tra scrittura e improvvisazione del disco sia dell’incedere compassato del nonetto.

2. Half Nelson (da Workin’, 1956-1960). Qui è già durissima. Dei dischi Prestige Workin’ è il mio preferito, ma che pezzo individuare? Come lasciare fuori, per dirne uno, Trane’s Blues? Comunque Half Nelson è un bel compromesso per vari motivi: fu composta da Davis per il quintetto di Charlie Parker, Philly Joe Jones fa dei grandi assoli di batteria, e ovviamente è un brano stupendo.

3. ‘Round Midnight (da ‘Round about Midnight, 1957). Forse un po’ banale, ma questa lettura del classico di Monk è talmente densa e profonda che non può mancare. Curiosità: quando Davis la suonò per la prima volta a Newport nel 1955 insieme al grande Thelonius, questi gli disse di non averla eseguita come si deve. “So what?” fu la risposta.

4. Miles (da Milestones, 1958). Sono stato incerto fino all’ultimo con la travolgente Two Bass Hit, ma alla fine ha vinto questa gemma di danzereccia semplicità — anche per gli assoli davvero strepitosi di Coltrane e Adderley.

5. Basin Street Blues (da Seven Steps to Heaven, 1963). Disco magnifico benché meno noto rispetto ad altri, dove la tromba di Davis ha qui e lì un tono più aggressivo del solito senza mai perdere la rotondità (come nella splendida I Fall in Love Too Easily). Valga questa per tutto, compreso l’assolo del grande Victor Feldman.

6. Footprints (da Miles Smiles, 1967). Noto fra gli appassionati soprattutto per il ritmo ambiguo (il trionfo di Tony Williams ai piatti), ha un tema elusivo e finissimo, un po’ stordente, che acquisisce forza di misura in misura durante il solo di Davis, per poi chetarsi appena e riprendere energia fra le mani di Shorter prima e Hanckock poi. Fenomenale.

7. Riot (da Nefertiti, 1968). Altra decisione tormentata: la title track, Pinocchio o Fall sarebbero state opzioni più sensate, ma la breve Riot (scritta da Hancock) ha molte virtù: la sanguigna linea di basso di Carter e un’infilata di assoli eccezionali. Un ottimo modo per salutare il Miles acustico.

8. Shhh/Peaceful (da In a Silent Way, 1969). Il primo vero passo verso la fusion, già per certi versi tentato in Filles de Kilimanjaro, e che pure si mantiene ancora in un magico equilibrio fra il sound del secondo Quintetto e l’immediato futuro: le aggiunte di Zawinul, Holland, Corea e McLaughlin soprattutto — che tocco superbo — tingono le atmosfere più che imporsi, con una cautela e un’eleganza meravigliose.

9. Miles Runs the Voodoo Down (da Bitches Brew, 1970). Un capolavoro di tale calibro andrebbe ascoltato per intero, e ha davvero poco senso scegliere un brano rispetto a un altro; comunque propongo questo, anche per la citazione hendrixiana del titolo.

10. On the Corner (da On the Corner, 1972). Come sopra: un disco con due lunghe ­suite va assaporato dall’inizio alla fine. Oltre a essere un magnifico lavoro di jazz-funk urbano, testimonia il radicalismo artistico e l’assoluta mancanza di compromessi di Davis.

11. Tutu (da Tutu, 1986). Ho sempre faticato con il Miles degli anni ’80, soprattutto per una questione timbrica: le indigeribili tastiere che permeano tutto. Questo schioccante brano valga per l’intero periodo, sia come testimonianza del lavoro di Marcus Miller sia perché Davis qua mi sembra particolarmente in forma.

Oltre alla musica consiglio anche l’edizione anniversario di Miles. Assolo a fumetti del mio amico Lucio Ruvidotti.

Ed è ovvio infine pensare alla morte del novantacinquenne Sonny Rollins, avvenuta giusto ieri.

(26/05/26)