Mailand

Ieri sera, verso le otto, camminavo bicicletta alla mano lungo il cavalcavia Bussa a Milano – una sopraelevata accanto alla stazione Garibaldi, in cui la città si spacca all’improvviso e si apre come le accade rare volte: a destra, dietro la sagoma colorata del vecchio acquedotto, potevi intravedere i nuovi grattacieli attorno a piazza Gae Aulenti; mentre a occidente il sole era quasi del tutto tramontato, e sopra il cratere dei binari e degli ultimi treni in partenza il cielo si era fatto blu acciaio, con un solo frammento più chiaro e una sfumatura di fiamma, come l’angolo bruciato di una fotografia. Era un bel momento, ero quasi felice, anche solo per il fatto di trovarmi lì; mi sono fermato un istante a guardare.

Il mio rapporto narrativo (e non solo affettivo ed esistenziale) con Milano dura da parecchio tempo; e sento che non si è ancora concluso. Scrivere di questa città – del suo fascino ruvido, della sua scarsa propensione alla scenografia, della sua gelosia, dei suoi lampi laceranti di bellezza – mi piace come poche altre cose. Capisco benissimo che a molti Milano non vada giù; capisco che la trovino respingente, e io stesso non la consiglierei mai come tappa di vacanza per un paio di giorni. Milano richiede molto tempo, dedizione, passione: richiede generosità e persino un certo fiuto: non ti si offre e non si sbraca, ma ti sorprende con un portone di corte socchiuso che rivela un vecchio pozzo, o un frammento di naviglio della Martesana in inverno, o il profilo di una fabbrica della Bovisa, o il contrasto fra un benzinaio di fronte a un locale modaiolo, e così via. Non è un inno al minimalismo, bensì al segreto; direi quasi alla necessità di cogliere vibrazioni nascoste. Non c’è un’unica “grande bellezza” in Milano, solo forme sparse: e questa è la sua fortuna – se si è disposti ad accettare la fatica che comporta.

E così ieri sera, mentre risalivo il cavalcavia Bussa bici alla mano e chiacchieravo, in piena sintonia con quell’odore ferroso della tarda primavera del nord, grato di quel semplicissimo squarcio urbano, dei fanali delle auto che risalivano la strada e del fischio di una locomotiva e dei colori spenti dei palazzi dell’Isola – ieri sera ho detto che probabilmente il prossimo romanzo (di cui ho solo qualche idea e qualche appunto) conterrà una quantità ancora superiore di scene cittadine, anzi sarà per molti versi una suite milanese, quasi a rendere inscindibile la storia dalla componente urbana: anzi, anzi: “Duecento pagine di descrizioni di Milano”, ho concluso ridendo. In risposta ho avuto un’altra risata. Ma forse, chissà. E poi comunque ero quasi felice, e Milano era bellissima, e povero chi è così certo del contrario da non vederla.

(10/05/14)