La peggiore delle ragioni

[questo pezzo è apparso su “il manifesto” del 4 febbraio 2011 con il titolo “Rubygate, la peggiore delle ragioni”]

Negli ultimi anni, i critici del berlusconismo hanno insistito molto sul tema dell’abuso di potere. E con ragione: ma nel dettaglio, cosa significa davvero abusare di un potere, e qual è la grammatica di tale comportamento?
Nella sua lunga, troppo lunga permanenza ai vertici del sistema italiano (ancora prima di guadagnare la poltrona su cui siede), Silvio Berlusconi ha edificato un regno in tutto e per tutto coincidente con il proprio ego, e con le ragioni del proprio ego. Un regno dove l’unico imperativo è come quello della Nike: Just do it. Fallo. Che te ne frega del resto?

In questo senso, il Rubygate è soltanto l’ennesimo episodio di una telenovela infinita, che ha attratto su di sé infiniti commenti — più o meno simili a questo — che non hanno smosso di molto la situazione.

Ma, a costo di essere tacciato di radicalismo, credo che non siano tanto gravi i fatti compiuti in sé, così come possono non essere gravi tanti fatti che si consumano in Italia oggi sul suo esempio. Sicuro: sono orribili e senza appello. Ma molto più grave mi sembra l’idea che tutto questo sia possibile, e quindi automaticamente giustificato.

Anche il più orribile degli atti viene inghiottito dal passato: questo non toglie un grammo alla sua indecenza, ma lo consegna a qualcosa che siamo disposti a rimuovere. Invece, l’idea stessa dell’equivalenza fra possibilità e desiderio è un’eredità che rischia di essere trasmessa, e di perpetuarsi, e di inquinare l’Italia dei prossimi anni anche molto dopo la scomparsa — politica o biologica — di Berlusconi.

Ecco, uno degli insegnamenti più alti del razionalismo etico occidentale è proprio questo. La capacità di distinguere fra volere e potere: la dieta che impone la razionalità è quella di riconoscere dei limiti al proprio, più o meno naturale, egoismo: si chiama anche diventare grandi. Diventare persone mature.

Lo dico con tutta la franchezza del caso e con una certa asprezza giovanile: vedere un’intera fetta di persone più grandi, molto più grandi di me, comportarsi come bambini — ed essere chiamato a risponderne in quanto figlio, essere chiamato a subire questa costante ostentazione di ignoranza e prepotenza vigliacca, proprio perché data per scontata.

È dato per scontato che chi ha un potere, qualunque potere, lo eserciti unicamente per i propri fini. È dato per scontato che si possa arrivare a vertici mostruosi di ingiustizia sociale, perché ciò che conta è unicamente il presente — sempre e soltanto il proprio presente, il proprio godimento.

Su queste pagine, Marco Mancassola parlava giustamente dell’inquietante ritornello senza fine apparente della perversione berlusconiana: la crisi che divora la crisi, la fine che non finisce mai. Vero. Ma è tutto un gioco legato all’attimo, e non al poi. Il corpo esausto di Berlusconi al termine dei suoi festini è il negativo del corpo esausto dell’Italia: che si risveglia al mattino successivo e tira avanti come può.

Il parallelo del caso Ruby con l’impeachment di Bill Clinton e Monica Lewinsky sembra quasi naturale — fatte salve le devianze grottesche, tipiche dell’esempio nostrano. Ma Clinton, nel riconsiderare l’accaduto, ammise: “Credo di averlo fatto per la ragione peggiore: perché potevo farlo”.
È da questa autocritica radicale che bisogna ripartire, e da cui il presidente del Consiglio non ripartirà mai, perché per lui autocritica significa negazione del potere, dell’abuso, del presente.

Ma è da qui che tutti, in primo luogo noi, cittadini etici e coscienziosi, ma comunque esposti alle scorie del berlusconismo, dobbiamo ripartire.
La peggiore delle ragioni è sempre la più semplice: lo puoi fare, lo fai. E che il resto del mondo bruci.

(04/02/11)