Ogni anno, nei dintorni del 25 aprile, si sente ripetere che la trita memorialistica non deve prendere piede sull’urgenza di un antifascismo vivo. La cautela è saggia — l’ho ripetuta io stesso per molto tempo — ma rischia ormai di diventare una posa, forse inutile: il 25 aprile è sempre più una mera data sul calendario, o una manifestazione di orgoglio nazionalistico.
Tale procedura di normalizzazione dell’antifascismo ha una lunga storia, e si declina oggi in tre aspetti.
In primo luogo, la riduzione della complessità collettiva della Resistenza a una semplice questione di iniziativa personale, come nella terribile campagna #ilcoraggodi, su cui scrisse righe definitive Vanessa Roghi (quest’anno è la volta di #TUTTOBLUE). Poi: l’annacquamento del conflitto sociale che tale esperienza si portava dietro. E infine: una più generale rimozione del pericolo fascista, confinato a un periodo storico (e a volte persino ridimensionato). Del resto, secondo questa linea di pensiero, “i fascisti” non esistono più; al limite si ritrovano per qualche innocua manifestazione privata. Allora perché darsi tanta pena? Non è passatismo, miopia di fronte a questioni assai più urgenti?
Nel discorso comune questo si traduce anche in una certa pigrizia concettuale ogni volta che il problema viene posto sul tavolo, insieme a quello dei mezzi con cui contrastare il risorgere dei fascismi: il ricorso quasi automatico a espressioni come “il fascismo degli antifascisti” o all’aforisma di Flaiano per cui in Italia “ci sono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”.
La democrazia è diventata un gioco in cui anche gli antidemocratici possono tranquillamente esprimersi e minacciare le sorti del gioco stesso: non tanto in nome della libertà di parola, ma di un’acquiescenza che puzza di qualunquismo (nel senso dell’Uomo qualunque).
Credo allora sia necessario un ripensamento radicale dell’intera questione; specie se consideriamo quanto accaduto negli ultimi anni in Europa e nel mondo.
Cos’è il fascismo oggi? È di fronte a questa domanda che si arenano le forze antifasciste di facciata. Non perché non abbiano una risposta — la questione è terribilmente complessa — ma perché non vogliono nemmeno tentarla, ed elaborare un piano di conseguenza. La parola proibita viene rimossa nel discorso contemporaneo, e relegata a un semplice piano di commemorazione. Meglio girarci intorno, parlar d’altro, evitare di essere inutilmente radicali: di questo parlerò in seguito.
Propongo intanto un punto di partenza: riconoscere che il fascismo è da tempo mutato, pur conservando alcune caratteristiche fondamentali; e che è inutile — o persino dannoso — riferirsi alla sua incarnazione storica degli anni ’20-’40 per darne una descrizione contemporanea.
Per evitare questa sacca, nel 1995 Umberto Eco coniò il termine Ur-Fascismo, o “Fascismo eterno”: un insieme di caratteristiche differenti, anche contraddittorie fra loro, e che “non possono essere organizzate in un sistema”. Ma ne basta una affinché il fascismo si “coaguli attorno ad essa”. E concludeva:
L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane”. Ahimè, la vita non è così facile. L’ Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’ indice su ognuna delle sue nuove forme — ogni giorno, in ogni parte del mondo.
Dal 1995 a oggi molto è peggiorato, e in diversi paesi europei assistiamo a forze rilevanti che dicono cose impronunciabili con larga impunità. In ogni caso l’argomento di Eco è un buon punto di partenza; e un dovere che è stato spesso dimenticato.
Parlerei dunque di fascismo contemporaneo come di un atteggiamento, variamente esplicitato, che ha a che fare con la negazione delle libertà personali, l’esaltazione della violenza, il razzismo, la volontà di solleticare il rancore del popolo, una decisa impostazione anti-sinistra, e uno sdegno (spesso malcelato) nei confronti del diritto democratico. È una definizione di massima, da rifinire e sulla quale possiamo discutere finché si vuole. Spero solo che ci aiuti a porre il problema.
Intanto consideriamo qualche fatto.
Il 5 luglio 2016, Amedeo Mancini uccise a Fermo il migrante nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi con un pugno, dopo averlo provocato chiamando sua moglie “scimmia”. La stampa lo definì unanimemente “un ultrà”. Costava tanto chiamarlo fascista?
A quanto pare sì: hanno evitato di farlo anche persone che stimo, con una prudenza di primo acchito inspiegabile. Come spiegarla, allora? Ecco un primo punto, di ordine tanto linguistico quanto psicologico. È paradossale, ma è come se vi fosse una tale percezione della bruttezza dell’aggettivo “fascista” da impedirne l’uso. Nessuno si merita di essere chiamato così. Nemmeno i fascisti.
Credo che su questo pesi, nei casi di maggiore onestà intellettuale, una considerazione del passato: dare del fascista a qualcuno è recargli un’offesa terribile e molto circostanziata. Fascisti furono le camicie nere, i repubblichini, quelli della X Mas. Siamo sicuri che valga la pena usarlo oggi? Non è meglio coniare altri termini? Il problema è che gli “altri termini” coniati sono sempre delle scappatoie per non arrivare al dunque. Utilizzo un argomento che ripeterò anche in seguito: se un uomo insulta una donna per il colore della sua pelle (ed è solito farlo) e ne uccide il compagno, anch’esso nero, con un pugno — allora cos’altro ci serve per definirlo fascista? Che sia lui stesso a dircelo, che ci mostri un tesserino?
No, dovremmo essere noi a pronunciare la parola: il colpevole si porrà sempre come un poveretto schiavo di altri eventi; il suo linguaggio, nel dubbio, sarà sempre vago e vittimista. È il nostro che deve essere all’altezza della gravità dei fatti, e della vera unica vittima della questione.
In questa trappola cade la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica informata, del giornalismo e delle istituzioni. Solo dai movimenti si levano voci di protesta, e andrebbero ascoltate di più. (Ieri su Twitter Selene Pascarella ha proposto di usare l’hashtag #laparolaconlaF per raccogliere le mancanze dei media nell’usare l’aggettivo corretto per le violenze fasciste. È un buon modo per cominciare).
Come definire, del resto, l’aggressione di una donna da parte di una guardia giurata, armata di manganello con sopra scritto “Mussolini DUX”? O questo pestaggio feroce? O la commemorazione dei repubblichini a Somma Lombardo? O il blitz in un centro sociale e l’aggressione di un ragazzo sui Navigli, a Milano? (E questo solo per restare agli ultimi giorni: di cose simili ne accadono molte; ma sulla stampa trovano ben poco spazio).
Etichettare come “fascista” questo coacervo di fatti e persone è un abuso o uno stiracchiamento del termine? Un insulto verso chi soffrì durante il Ventennio o la Seconda guerra mondiale? No, anche perché le violenze di estrema destra si spinsero ben oltre il 1945 e furono, fino a un certo punto, chiamate con il loro nome. In basso come in alto. Del resto moltissimi gerarchi fascisti presero a servire la Repubblica, impuniti; si installarono come prefetti, capi di polizia, questori, membri dei servizi segreti.
Gli anni Cinquanta furono un cupo perdurare di connivenze con il regime e spinte antidemocratiche, spezzati solo dal risorgere di valori antifascisti dal 1960 in poi. Ma la continuità con il Regime non finì mai. I tentativi di golpe e le stragi spezzarono i progetti di rinnovamento della società italiana, mantenendo stabile una tensione autoritaria. L’intera storia repubblicana è percorsa da questi sussulti, tutt’altro che secondari. Contro il virus fascista una democrazia così fragile — e un popolo spesso condannato all’oblio — non hanno mai sviluppato anticorpi sufficienti.
Del resto, come ho già accennato, il virus stesso ha subito mutazioni che l’hanno reso ancora più elusivo. Questo è il punto centrale, ed è anche un punto legato al linguaggio. Certo, non bisogna farsi trascinare dalla foga e cadere nel torto opposto e chiamare tutti con “la parola F”: l’estremizzazione forzosa di un avversario è una deriva auto-assolutoria; e in questo caso, realmente insultante nei confronti di chi di quel potere soffrì e morì.
Tuttavia c’è stata troppa ritrosia nel chiamare fascista ciò che è inequivocabilmente fascista. E anche una certa superficialità nel delineare la questione, come già ricordava Eco: se il nemico si presentasse sempre e comunque in camicia nera e fez, sarebbe fin troppo facile riconoscerlo. Sì, ci sono ancora individui così (per lo più con la testa rasata e senza fez) e contro di essi bisogna garantire la più netta opposizione: ma insistere solo su certi elementi del fascismo è far finta che sia cosa d’altri tempi, banalizzare il problema — o ridurlo a una macchietta inoffensiva.
Una mossa, peraltro, che viene ampiamente sfruttata dalla Lega di Salvini.
Quando nel 2014 Formigli pose a Salvini l’unica vera domanda che gli andava posta — Lei è antifascista? — il leader della Lega replicò: “No, io sono antirazzista. Discutere di questo è il passato. Il fascismo e il comunismo li studio sui libri di storia. Punto. Basta”. Fassina gli ricordò che nelle sue manifestazioni presenziava Casapound. Salvini concluse: “Io sono contro tutte le persone che non rispettano il prossimo. I ragazzi di Casapound che hanno manifestato a Milano non hanno lasciato un mozzicone di sigaretta per terra. Non come quelli dei centri sociali che sfasciano le vetrine e fanno casino ovunque”.
Nel 2015 cercò di svicolare ancora con una ruffianata, dicendo di non essere anti, ma pro: “perché alcuni antifascisti sono quelli che vanno nelle piazze ad attaccare la Lega e io mi rifiuto di essere messo sul loro stesso livello”.
Nel 2016, ospite di Agorà su Rai3, usò un argomento simile: “Fascismo e comunismo sono morti. Sono antifascista come sono anticomunista. Se qualcuno pensa davvero che possano tornare fascismo e comunismo va aiutato, va abbracciato”.
Sottile manipolazione della storia, equiparazione morale di due ideologie diversissime, e una terribile doppiezza di fondo: mi pare ci sia tutto. Sono le armi del portavoce di un indifferentismo da maggioranza silenziosa, che in realtà traveste impulsi fascistoidi e xenofobi.
Cosa possiamo trarre da queste considerazioni? Che il fascismo esiste, e che è differente dalla sua incarnazione novecentesca. È per così dire parcellizzato: atomi di fascismo sono presenti in ognuno dei fenomeni visti. E potrebbero unirsi abbastanza in fretta in un fronte comune: e l’atmosfera che si respira in Occidente non è delle migliori.
Il problema è che la fiacchezza della risposta democratica — e del giornalismo che tle vorrebbe essere — erode anche l’aspetto propulsivo della Resistenza e dell’elaborazione che la precedette e la seguì. L’antifascismo, fin dagli anni ’20, ci ha consegnato degli strumenti concettuali efficacissimi per combattere qualsiasi involuzione autoritaria della vita pubblica. Basta rileggere Gobetti, Berneri, Caracciolo, Chiaromonte o Carlo Rosselli per accorgersene.
Questo pensiero non è carta morta: ha una precisa attualità, e può essere usato fruttuosamente per comprendere la china autoritaria lungo la quale le democrazie contemporanee stanno precipitando — non tanto e non sono negli scranni alti della politica, ma anche nella vita di ogni giorno. Quel fascismo invisibile, travestito, ma non per questo meno virulento e invasivo. Quel fascismo accomodante, della porta accanto.
Allora, che fare? Non è tanto questione di applicare o meno la legge Scelba o la legge Mancino: il fascismo non si spezza in un’aula di tribunale e nemmeno in parlamento. Si tratta di applicare un credo antifascista nella quotidianità. Per strada, nelle scuole, a lavoro, nelle relazioni individuali. Combattere passo dopo passo ogni accenno di razzismo, acquiescenza verso l’odio e la violenza, maschilismo becero, culto della forza, e così via.
Con l’educazione, innanzitutto: un’educazione collettiva — non solo scolastica — che parli di Matteotti e Gramsci, dei fratelli Cervi e dei fratelli Rosselli, delle formazioni partigiane in montagna e dei gappisti: ma che non si limiti a questo e sappia discutere con coraggio anche dei fascismi di oggi. Come abbiamo visto, è un compito che passa anche per un lungo attraversamento della nostra lingua: delle nostre parole, del modo in cui le pesiamo e utilizziamo.
Si può e si deve discutere dei mezzi, certo: in che modo contrastare le iniziative dei nuovi fascisti — un modo sostenibile ma anche efficace — è una domanda cruciale. Ma non si può derogare sui fini e sull’uso dei termini, a meno di non essere antifascisti decorativi, puramente formali. Cioè quello che molti gradirebbero per il 25 aprile: un simpatico e colorato corteo. Un oggetto sociale da fotografare e mettere in vetrina: un anno dopo l’altro, nel grande album delle manifestazioni: un gesto che si pone rivolto al passato, e non al futuro.
Contro quest’idea museale dell’antifascismo occorre mettersi in movimento e ripudiare la fotografia stessa: cioè la banalizzazione di una lotta che fu invece affare di abnegazione, dignità e sete di libertà e giustizia. Fare altrimenti è ipocrisia o quietismo: in ogni caso, un regalo al nemico.
Il 25 aprile dovrebbe essere allora la ratifica di un impegno; di un patto che è al tempo stesso morale e civile. Scendere in piazza non per abitudine o astratte questioni, ma per il concretissimo bisogno di ribadire, ancora oggi, che esistono persone il cui ideale di vita comune è l’esatto contrario di qualsiasi forma di fascismo. E che per questo ideale sono disposte, ognuna con i propri modi, a lottare.
(09/04/17)