Comunità urbane

Dieci anni fa uscì negli USA un interessante saggio di Ethan Watters, Urban Tribes (edito in Italia da Mondadori Strade Blu). Watters riprendeva e sviluppava una tesi di Michel Maffesoli, per cui con l’avvento della società postmoderna le nuove generazioni si riuniscono in gruppi di piccole dimensioni: delle “tribù”, appunto.

Le cause sono molteplici: la crisi della famiglia tradizionale che si ha alle spalle, unita alla difficoltà sempre maggiore a mettere in piedi una famiglia propria (per ragioni non solo economiche). Una più ampia frantumazione sociale. La fine del collante d’aggregazione che furono i grandi partiti. Un certo individualismo diffuso, spesso mescolato a un edonismo molto terra-terra. Il declino del matrimonio. E in particolare la vita dei giovani adulti nelle grandi città: il fenomeno è tipicamente metropolitano, proprio perché nelle grandi città questa sovversione dei valori – e questo terrore della solitudine – si avverte con maggiore chiarezza. Milano non fa eccezione, anzi: in un certo senso è un luogo paradigmatico per il sorgere di tribù urbane. (La mia città sa essere particolarmente spietata con chi è solo).

Quando lessi il saggio di Watters non avevo un’idea chiara di questa forma di aggregazione: banalmente, non l’avevo mai vissuta. Dieci anni dopo (e dopo averla vissuta a lungo) mi sembra che si sia diffusa ovunque – innanzitutto a livello di immaginario. Basti solo pensare a due serie tv di enorme successo, che si sono passate letteralmente il testimone: Friends a How I met your mother (o anche Girls, a modo suo). In tutti i casi vengono raccontate le vite di un piccolo gruppo di persone a cavallo dei trent’anni a New York: paradigmatico e banale oltre ogni dire, ma replicabile – e di fatto replicato, magari con modi molto diversi, ma senza alterare molto la struttura di base.

Penso innanzitutto a me stesso. Da anni – da quando mi sono trasferito definitivamente a Milano – faccio parte di un gruppo di persone i cui punti di riferimento emozionali, di mutuo sostegno, e a volte persino di sicurezza sociale, dipendono in larga parte dal gruppo medesimo. Una decina di persone circa, più qualche amico storico isolato qui e là.

Ecco, qui c’è un rischio: quello di passare dall’analisi all’aneddotica, e liquidare tutto cercando di capire chi è il Barney Stinson del gruppo. Un esercizio fra l’altro molto divertente, ma che non mi interessa in questa sede. Ciò che mi interessa non è l’aspetto superficiale del “cosa si fa insieme”, ma il fatto nudo e crudo dell’essere insieme, in questo modo, da adulti. Vi potrei raccontare decine di storie divertenti sui miei amici e sul sottoscritto – dei nostri riti, dei nostri soprannomi, delle nostre dinamiche – ma questo non farebbe che fissare il modello superficiale (e un po’ svilente) della compagnia che si aveva da ragazzini. Renderebbe appunto questa esperienza un’esperienza “giovanilista”, totalmente disimpegnata, un modo per fuggire a determinate responsabilità.

Non è così. Il punto cruciale è un altro: e cioè che questa forma radicale di amicizia fra adulti – spesso ai limiti della convivenza, o comunque della quotidianità – non è mai stata sperimentata su una scala così ampia. Se penso ai miei genitori, o ai genitori dei miei amici, non vedo nulla di simile: a parte alcune eccezioni, si tratta di un fenomeno a loro totalmente sconosciuto. E credo che la parola “tribù” non sia adatta a indicarlo: ha un sentore troppo esotico e, di nuovo, pericolosamente giovanilista (dopotutto persino la Tim se ne impossessò). Io preferisco usare la parola comunità.

Nei casi migliori – e benché sia ovviamente di parte, i miei amici mi sembrano un ottimo esempio di caso migliore – la comunità urbana è una piccola forma di aggregazione dalle potenzialità straordinarie, che va ben oltre l’edonismo da precari di cui sopra. Nei casi migliori è un gruppo fondato sull’affetto reciproco, maturo al punto da non dover cedere all’amoralità per giustificare o aiutare chi sta al suo interno (se faccio un’idiozia o mi comporto male, so perfettamente che verrò ripreso). Una comunità che non scappa di fronte ai problemi politici (quante litigate), né implica una deresponsabilizzazione di fronte al proprio ruolo nella società (o del suo conflitto con essa, per alcuni). Una comunità che non si riduce a una cricca dove tutti sono d’accordo (anzi), e non annienta i suoi membri come individui che hanno una loro vita propria, assolutamente singolare.

Molto semplicemente: insieme ci aiutiamo – come soggetti affettivi, economici e sociali – in un modo che in questo momento storico non sapremmo trovare da nessun’altra parte: e allo stesso tempo, cerchiamo di aiutarci anche a essere un po’ migliori. E più felici.

(16/12/13)