Boschi

1
La metafora più sana e popolare: scrivere come intagliare un pezzo di legno, con pazienza e vigore. La metafora che invece sento più vicina al momento, per la storia che ho in mano: scrivere come vagare in uno di questi boschi. Seguire un sentiero, strapparne uno nuovo, fermarsi all’improvviso mentre uno scoiattolo salta da un ramo all’altro e la luce è ridotta a coriandoli.

2
Ci sono teorie sulla quantità di tempo necessaria a smaltire psicologicamente un grande dolore, le conseguenze interiori di una malattia, i colpi e le sconfitte subite. Per un riduttivista, è sufficiente che il cervello si prenda il proprio tempo: l’assunto è che prima o poi la vita (l’impulso a essere, a crescere, a mutare, a evolversi) avrà la meglio su tutto. L’essenza non risiede nella singola pianta, ma nell’insieme.

3
(Il bosco che attraverso oggi non è il bosco che qualcun altro attraversò centoventi anni fa. Molto è cambiato da allora, eppure una certa identità resta comunque stabile. Il bosco ha resistito a tempeste e incendi: si è adattato. Tutto su questo pianeta si adatta: l’ipotesi, dunque, è che valga anche per l’anima).

4
Eppure un bosco non conosce memoria e il suo racconto è fatto unicamente dalla sua stessa presenza, dal modo in cui il presente (questa foglia, questo ramo) divora e seppellisce in ogni momento il tempo che fu: mentre noi – Proust l’aveva capito alla perfezione – siamo esseri per i quali il passato convive e coabita nello spazio del futuro. (L’unico vangelo sarebbe dunque: Scendi a patti con tutto questo).

5
Perdersi in un bosco è abbastanza semplice, ma può succedere molto di peggio. Una volta, Borges raccontò di un sovrano orientale invitato da un re straniero e fatto smarrire per scherzo nel labirinto di palazzo. Il sovrano si vendicò devastando quel regno, e lasciando il re legato a un cammello nel suo personale labirinto: un deserto. E’ questa la natura del tipo di prigione interiore che vorrei raccontare: perfettamente chiara e aperta, senza sotterfugi o trucchi per tenerti legato ad essa: ma tanto più spietata.

6
(L’illusione dell’eterno ritorno dovuta ai colori delle stagioni: ciò che fu autunno sarà primavera, ciò che fiorì in questo periodo sarà sepolto in inverno. Ma sentivo raccontare da una persona adulta, rimasta orfana da qualche tempo: “L’altro giorno mi è capitato di vedere una bambina che rideva e chiamava sua madre. Sono scoppiato a piangere senza ritegno.” – A volte ciò che perdiamo è perso per sempre, ma l’idea stessa di tale per sempre ci risulta ostica, incomprensibile, ingiusta: se siamo esseri transitori, perché un simile fardello di eternità?).

7
Nomi incisi su un albero. Alberi morti che recavano altri nomi incisi, ora confusi con il fango e la terra, cibo per nuove piante immemori. Come la natura cancella le antiche stirpi: imponendo il lavoro dell’orizzonte su qualsiasi verticalità. Guarda, ogni opera contiene dentro di sé il destino del proprio crollo.

8
Per quanto mi riguarda, mentre il vento scuote le fronde e le Catskill Mountains si alzano con un profilo confuso nell’orizzonte, capisco di non avere imparato nulla di particolare da quanto sto cercando di raccontare ora, se non il modo in cui il desiderio e il dolore offrono una spietata, eroica resistenza all’assedio dei nostri concetti.

9
Allora a cosa serve? Gabriel Marcel disse: “Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!” Contro tutti i poteri del tempo, persino contro tutti i poteri dell’eternità, abbiamo ancora questa fiamma da tenere accesa. E’ basata su una menzogna, ma questo non importa: scrivo, perché suppongo esista un mondo più alto di questo bosco e di questa terra: per rendere ragione all’impossibile: scrivo, perché così né io né te moriremo.

(29/04/12)