Contro il messaggio

Nel pubblico dei festival letterari o delle presentazioni di libri c’è sempre una piccola ma tenace minoranza che chiede all’autore quale sia il “messaggio” del suo romanzo. Allergico a una visione per cui il testo è un mezzo e non un fine in sé, mi sono sempre affrettato a dire che no, non c’è assolutamente nulla di simile nei miei libri; e del resto lavorare per anni a un romanzo mi pare un metodo alquanto laborioso per fare quel che si può fare con qualsiasi profilo social. Talora mi capita di citare una battuta di Nabokov («Se avessi voluto mandare un messaggio avrei fatto il postino»), tutti ridiamo, e finisce lì.

Ma forse la domanda nasconde qualcosa d’altro. Resto convinto della conclusione — ogni retorica del “messaggio” è di per sé dannosa — ma vorrei saperne di più sulla premessa; indagare le ragioni di un modo di leggere che ai miei occhi appare tanto sbagliato.

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(22/11/23)

Il ponte sull’abisso

Mentre scrivo nel 2023 in Italia ci sono stati più di cento femminicidi – circa uno ogni tre giorni – l’ultimo dei quali, vittima Giulia Cecchetin, ha spero dissipato per sempre il preconcetto molto stupido e molto classista per cui la violenza riguarda sempre altri. I poveri, i disperati, i pazzi, gli stranieri, gli ignoranti, le generazioni cresciute a pane e maschilismo. Già sapevamo che non è così, ma le parole riprese dalla sorella di Cecchetin – “è stato il vostro bravo ragazzo” – sono in qualche modo definitive, di una chiarezza disarmante, e devono suscitare in noi maschi una riflessione più radicale.

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(21/11/23)