Voce ai bambini

Gli amici della Grande fabbrica delle parole in collaborazione con la Fondazione de Agostini hanno lavorato a un bellissimo progetto, Diamo voce ai bambini. Si tratta di una raccolta di testimonianze sulla scuola in emergenza pandemica, appunto da parte di bambine e bambini di tutta Italia: forse il più grande rimosso dell’anno e mezzo trascorso, in cui l’esperienza infantile era dimenticata, raccontata con paternalismo oppure malamente strumentalizzata. Questo sito invece la raccoglie e la fa emergere in prima persona.

(27/05/21)

Emma

Esce oggi il primo numero di Emma, rivista semestrale di culture e pensieri libertari, che predilige il ragionare lento e approfondito: potete acquistarla singolarmente oppure abbonarvi.

Per questo ricco numero iniziale – in cui si parla fra le altre cose di critica della storture sociali, ecologia, frontiere, montagna, autogestione, micologia – ho scritto un pezzo su Carlo Levi dal titolo Chi ha paura della libertà.

(25/03/21)

Su alcune pagine di Underworld e oltre

“Bronzini pensava che camminare fosse un’arte”.

È l’incipit della sesta parte del capolavoro di Don DeLillo, Underworld, dal titolo Composizione in grigio e nero, ambientata nel Bronx fra il 1951 e il 1952. Arthur Bronzini è stato il professore di scienze del protagonista, Nick Shay, e in questa meravigliosa ouverture passeggia a occhi bene aperti nel suo quartiere; ed ecco rovesciarsi sulla pagina una fenomenale ricchezza di dettagli, una vivacità da tela fiamminga: pescivendoli, bambini che giocano, lavoratori alla giornata, macellai, edicole, pasticcerie, perdigiorno — tutto splende di un’intimità che di rado si avverte nelle grandiose, ma sorvegliatissime, settecento pagine precedenti.

Da questi brani — più usandoli come traccia di partenza che come materiale d’analisi approfondita — proverò a sviluppare alcune riflessioni in maniera volutamente un po’ rapsodica, bighellonando come Bronzini e lanciandomi da una connessione all’altra. Con questo, in ogni modo, cerco di essere fedele a uno dei pilastri concettuali del romanzo: “Tutto è collegato, alla fine” è una frase posta a mo’ di sigillo in uno degli ultimi paragrafi; e Underworld stesso è un inno al collegamento, agli echi che lanciano le storie, alle sorprendenti coincidenze che si ritrovano a decenni di distanza. Basti pensare a come l’intera trama viene costruita, o meglio aggregata, attorno alla ricerca di un oggetto storico quale la palla da baseball colpita da Bobby Thomson nella storica partita fra Giants e Dodgers del 1951 — la prima trasmessa in televisione, fra l’altro.

Nell’articolo The Power of History, pubblicato sul New York Times, DeLillo racconta che dopo aver letto dell’anniversario della partita mentre faceva colazione — e dopo essersene scordato — andò in biblioteca alla ricerca di “una connessione inaspettata”. E la trovò: lo stesso giorno del match ci fu un’esplosione nucleare dei russi. Tutto è collegato: guerra fredda e sport, minaccia atomica globale e piccoli destini individuali. Non sorprende allora che nel romanzo la parola underworld agisca da moltiplicatore semantico, assumendo vari ruoli e legando realtà molto diverse fra loro: ad esempio “il Muro”, un luogo del Bronx dominato dai graffitari; o i movimenti di guerriglia underground e le manovre invisibili dell’FBI e dello Stato americano; o il sottobosco criminale della città; o naturalmente lo sterminato accumulo di rifiuti, tema portante del libro dall’inizio alla fine.

Da adulto Nick Shay svolge proprio un ruolo manageriale in questo settore; e un teorico da lui incontrato, Detweiler, ritiene che la spazzatura si sia sviluppata per prima “spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa”. Ma per quanto cerchiamo di migliorare e codificare i nostri riti civili, la spazzatura non fa altro che aumentare; sta lì, è nascosta e ogni tanto appare in immagini inquietanti e terribili; ma noi non vogliamo saperne nulla. È il nostro segreto. C’è qualcosa sotto, come si suol dire.

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(23/02/21)